Colazione per cinefili: vi racconto “Her”.

Sono reduce da una vacanza (parolone) a Łódź, città polacca a cui non si darebbe due lire e che invece mi ha piacevolmente sorpreso. Ma di Łódź e delle piacevoli sorprese ve ne parlerò in un altro momento. Siccome sono insonne e l’unica cosa da fare in questo momento è vedere un film o leggere in libro, unirò le due cose e vi racconterò un film. Con questo post apro una nuova rubrica su Foodianesimo, la “Colazione per Cinefili”. Un po’ perchè mi piacciono i racconti fatti film, un po’ perchè mi piacciono le colazioni e mettere insieme le due cose non credo sia una brutta cosa. 

Perchè questo “esperimento” funzioni, le cose da fare sono: mettersi comodi, farsi un caffè e mangiare qualcosa. Il tutto a colazione, ovviamente. E leggere quel che scrivo, se proprio è il caso e l’alternativa è leggere La Repubblica on line. Se invece volete guardare i cartoni o ascoltare Virgin Radio, saltate pure queste letture e che la vostra settimana abbia inizio!

#coffee moment (follow me on instagram @Enza Maria Saladino)
caffè a Roma. Era mattina, correva l’anno 2013.

Il film in questione è Her. L’ho visto 2 volte, l’avrete visto anche voi o almeno ne avrete sentito parlare

Su questo film ho tanto da dire.

Non ho mai fatto una recensione cinematografica, nonostante sia appassionata di film da una vita. Esattamente da quando ero piccola, anche se allora le mie scelte in campo cinematografico erano un po’ dettate dal fatto che in TV passavano anime giapponesi, Pippi Calzelunge e Lessie.

Oltre a questi, chiaramente andavo al cinema. E devo ringraziare i miei genitori che mi ci accompagnavano spesso. Ok, vedevo i film della Disney, in un certo senso sono cresciuta con quelli. Per cui, le storie d’amore che mi hanno fatto emozionare, già le ho viste. Per me erano quelle. La storia della Sirenetta che si innamora di un umano e cambia il proprio destino, la storia della Bestia che si innamora di Belle e cambia se stesso grazie a un amore capace di trasformare la realtà circostante, la storia di Wendy e Peter Pan, e ci metto in mezzo pure Sailor Moon. Quelle storie d’amore mi hanno fatto appassionare, tanto. E grazie a queste ho imparato a vedere la realtà in un certo modo, a realizzare che l’amore è veramente potente ed è una forza misteriosa che scatta tra gli esseri umani. Queste erano le mie riflessioni all’età di circa 8 anni.

Col tempo di film d’amore ne ho visti diversi, e non sono del tutto i miei preferiti. Forse perché crescendo si cambia, cambiano gli archetipi dell’infanzia, le esperienze insegnano e ci si disillude in generale sulla natura dei sentimenti. Her è un film d’amore. Ergo, uno di quei film che per la categoria in cui rientra non è tra i preferiti, ma di certo ha una complessità tale da far riflettere lo spettatore e proiettarlo nel suo mondo interiore, dove vivono le emozioni, le passioni, i desideri più intimi. Mettiamo che questo spettatore ipotetico sia io. Parlerò di me quindi, e di quello che penso del film, di quali corde il film ha toccato in me e del fatto che credo fermamente di trovarmi su un terreno comune, una suolo sul quale tutti quanti camminiamo, ci incontriamo e ci ritroviamo. Pur non accorgendoci, come spesso accade, gli uni degli altri.

Her, il titolo del film, racchiude il senso di tutta la narrazione. La scelta di un pronome personale femminile singolare non è scontata. Il riferimento è al co-protagonista OS “Samantha”, il sistema operativo ultra intelligente e sensibile, ma seriale. “Lei” è una prodotto di una società dove l’intelligenza artificiale vive di pari passo con l’uomo, quell’essere in carne e ossa che lentamente scompare, va in crisi, vive il dramma della solitudine e dell’incompletezza. Samantha è una “Lei”, una delle indefinite unità di software prodotti per aiutare le persone a vivere, trovando un appagamento sensoriale ed emotivo in un misterioso prodotto industriale che, grazie alla capacità di essere “intuitivo” – come enunciato all’inizio nel film – riesce a plasmare il suo essere nelle vite dei proprietari, e a farne parte grazie a un processo di simbiosi lenta e naturale.

Theodore, il protagonista, è un uomo solo, infelice, con una relazione dolorosa alle spalle. Un passato sempre presente, che non vuole saperne di andare via per sempre, un lavoro che lo costringe all’alienazione dei sentimenti, nel momento in cui scrive lettere d’amore per altri in maniera iper realistica, nutrendosi dei sentimenti di altri. La realtà in cui vive lo costringe a questo tipo di esistenza, che cela una ricerca ossessivo-compulsiva dell’amore: vero, sincero, reale, e a tutti i costi. Lo sfondo è una metropoli anonima e grigia. Grattacieli illuminati da presunti appartamenti in cui scorrono vite d’altri, anonime anche quelle. L’appartamento in cui vive Teo è grande e vuoto. L’ambiente all’interno riflette la vita del protagonista, quella di un uomo solo, diviso tra il reale e il virtuale. Una parete all’interno lo proietta in un gioco in cui parla con degli avatar “amici”, nel tentativo di trovare un giorno quel tunnel nel ghiaccio che gli permetta di dare una svolta al gioco. Per noia, cerca magra consolazione in chat erotiche con perfette sconosciute ma poi arriva Samantha a cambiargli la vita. E lo fa in due modi: con una voce sensuale che gli penetra dentro e con modo che ha di vedere la realtà, del tutto nuovo per lui. Samantha è un mistero. Non si sa da dove venga, perché abbia scelto quel nome, né come sia stata progettata. I due esseri, il virtuale – Samantha – e il reale – Theodore – si arricchiscono e crescono della loro relazione, che arriva al climax quando i due si rendono conto di provare qualcosa l’uno per l’altra. Per la prima volta Samantha sperimenta l’amore, non è più una macchina. Theodore, anche lui, nonostante le titubanze e le incertezze sulla loro relazione, dettate dal fatto che Samantha non ha un corpo, ma è un’entità che trascende le leggi umane, decide di vivere in fondo questo sentimento che prova per lei. Dopotutto è quello che ha sempre cercato. E’ il cammino di un uomo che va alla ricerca di sé, che ha bisogno di sentirsi vivo in una realtà che lo avvolge privandolo quasi dei suoi bisogni più intimi. Her è il percorso che fa l’uomo verso l’amore, nel tentativo di accettare un cambiamento che stravolge, liberarsi dalle paure e dalle catene del passato, vestirsi di qualcosa di nuovo per respirare, ancora.

Strano come l’intelligenza artificiale alla fine vinca sull’uomo, regalandogli la libertà dello spirito e nuove visioni che lui negava a se stesso. Questa è la cosa che mi ha più colpito del film. La metafora dell’amore che trascende le classiche regole che conosciamo, e una realtà aumentata in cui nemmeno i sentimenti ci appartengono perché forse siamo troppo sviliti o solo incapaci di darci altre chances, è la risposta che ho trovato nel film. E un’insostenibile senso di solitudine, o se vogliamo sconforto, dato dal fatto che probabilmente, in un futuro non troppo lontano saremo sempre meno capaci di trovare un equilibrio in noi stessi, tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra il recitare quotidianamente la parte che ci spetta nella grande metropoli in cui viviamo, e il prenderci cura della nostra parte più intima, quella che fa fatica a uscire fuori, e che teniamo gelosamente dentro come se avessimo paura che una volta mostrata, si confonda anch’essa con il grigiore e muoia.

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Pubblicato da

Foodiana

Ho l'animo nomade, lo spirito mutevole, i piedi per terra, la testa per aria e le mani nel digital. {food lover, addicted to social media, art and travelling} Paris - Turin - Sicily

3 pensieri su “Colazione per cinefili: vi racconto “Her”.”

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