Colazione per Cinefili ~ Still Alice

Nuovo post per Cinefili che hanno già fatto colazione e pranzo da un pezzo. Il film in questione è il recentissimo “Still Alice“, piacevole scoperta fatta in una serata settimanale quando abbandonata alla stanchezza decido di guardare un film. E ogni volta, dopo aver visto qualcosa di bello, mi rendo conto che non vedo abbastanza film, non leggo abbastanza libri, non frequento abbastanza mostre. E ancora ogni volta, dopo aver fatto un qualcosa di tutto questo, mi sento migliore, come se avessi messo dell’acqua alla mia pianta. Mi rendo conto di quanto importante sia il cibo per l’anima e di quanto io lo cerchi, soprattutto in questo periodo.

Torniamo al film e al perchè voglio parlarvene. Faccio una premessa (la solita): queste sono mie opinioni espresse un po’ di getto in seguito alle sensazioni che quel film mi ha lasciato. Non faccio critica cinematografica, ma penso che condividere i propri pensieri in seguito a un qualcosa che ha scatenato sensazioni nuovi e riflessioni sia una bella cosa.

Il film parla di una donna, Alice Howland, rinomata insegnante di neurolinguistica alla Columbia University. Sotto ai riflettori, la sua vita. Alice è una persona felice: un bel matrimonio e un marito che la ama, 3 figli diversi, riconoscimenti vari e un’indole amorevole. Tutto questo è destinato a crollare, anzi, a “perdersi” come lei dice spesso durante tutta la narrazione. L’arte del perdere fa da filo conduttore alle scene, e solo alla fine  si scopre come dal perdere si conquista qualcosa, sempre. Non starò qui a spoilerarvi la trama per intero. Vi dico solo che Alice si ammala di Alzheimer e da quando scopre di stare male, inizia la sua battaglia personale nel tentativo di non perdere la memoria e i ricordi. La paura è quella di perdere quel che ha costruito nella vita, quello per cui è riconosciuta e ammirata. Tutto cambia. Cambia la percezione che lei ha di se stessa e della realtà attorno. È un mondo fragile, che si sgretola. Si dimentica senza dolore, senza accorgersene.

Il film è forte e commovente. C’è una donna meravigliosa, troppo giovane per essere condannata all’oblio definitivo e che ha ancora molti sogni da voler realizzare. Le parole vanno via ma emergono i ricordi. In aiuto, un vecchio album di foto e il cellulare sul quale Alice segna le cose.

Per imparare l’arte del perdere occorre avere coscienza della propria dignità. Il lato debilitante della malattia viene qui trattato sotto la luce della trasformazione personale e la metafora che il film riprendere è quella della farfalla. “Le farfalle hanno una vita breve, ma felice”.

E intanto che la sua breve vita vola via insieme ai ricordi, resta l’amore, quella magica parola che non si dimentica e che pronuncia alla figlia nella scesa finale. Non vi svelo il monologo che a mio parere è la parte più bella del film che vi invito vivamente a vedere.

Piuttosto vi lascio con un altro monologo finale, di un’altra Alice:

Perchè finalmente l’abbiamo imparato che c’è tempo soltanto se c’è un tempo, un tempo per ogni cosa. Per sceglierne magari una sola di quelle cose impossibili, però poi realizzarla, costi quel che costi. E arrivare in un posto per restarci, e guardare con gli occhi spalancati, perchè c’è un tempo per viaggiare e un tempo per costruire, un tempo per scappare e un tempo per guarire, un tempo per capire, lunghissimo, un tempo per spiegare, un tempo per perdonare, un tempo per perdere tempo.
C’è un tempo per cambiare e un tempo per tornare gli stessi di sempre, un tempo per gli amori e un tempo per l’amore, un tempo per essere figli e un tempo per farli, i figli, un tempo per volere una vita spericolata e un tempo per trovare un senso a questa vita – che è anche l’unica che abbiamo.
C’è un tempo per raccogliere tutte le sfide, un tempo per combattere tutte le battaglie, un tempo per fare la pace, un tempo per esigerla, la pace.
C’è un tempo per dire e un tempo per fare – e non è detto che di mezzo debba per forza esserci una barca. A volte basta uno sguardo, a volte basta una scheda elettorale.
C’è un tempo per innamorarsi – prorogabile. C’è un tempo per ballare e un tempo per aspettare, un tempo per correre, un tempo per il silenzio. E se c’è un tempo bellissimo per ricordare allora ce ne deve essere anche uno calmo per dimenticare ma senza perdere e senza perdersi..
Perchè se c’è un tempo per dormire e uno per morire, forse – forse – se siamo sempre stati bravi e attenti, e continuiamo a tener gli occhi spalancati allora, forse, c’è anche un tempo infinito per sognare…
(Lella Costa)
Annunci

Colazione per Cinefili ~ La vita di Adele

Adèle: I miss you. I miss not touching each other. Not seeing each other, not breathing in each other. I want you. All the time. No one else.

Secondo appuntamento con la rubrica “Colazione per Cinefili” dedicata a tutti quelli che amano due cose: la colazione, farla bene intendo, e i bei film, i buoni film. Leggere di un film, quasi come vederne degli spezzoni a colazione è uno dei modi migliori per iniziare la giornata, speci e se la giornata in questione è un lunedì. Spero quindi di allietare il vostro lunedì, la vostra colazione, e di offrirvi qualche spunto di riflessione in tema film, in tema vita e amore in generale.

Prima di iniziare a parlarvi di Adele, del film, di me che guardo il film, di me che amo questo film, vi lascio con un’immagine. Si tratta della colazione di ieri da Giselle, a Wroclaw. Di Giselle e dei miei brunch ve ne parlerò in un altro momento. In questo caso però, c’è una relazione tra il film e Giselle. Siamo di fronta a un esempio di boulangerie francese a Wroclaw, e il film è ambientato in Francia, a Lille.

e

Oggi parliamo di Adele, perchè dopo aver visto il film, una parte di me la ama e qualcosa in me è cambiato, proprio nel modo di vedere le relazioni e di guardare a se stessi.

Perchè dovreste vedere questo film? 

Cerco di darvi alcune buone ragioni. Il film ha vinto la palma d’oro al festival di Cannes, il riconoscimento più importante nel mondo del cinema. Protagonista è l’amore al femminile. Due lesbiche, Emma e Adele, e il loro incontrarsi, vivere insieme, separarsi. Il tutto è raccontato con una mano estremamente realista, alla quale si aggiungere la bravura delle attrici, Adele in particolare. Il regista francese mette in scena un tema difficile, un muro con il quale molti di noi si scontrano e preferiscono non vedere piuttosto che scavalcare.

Il film, invece, porta lo spettatore a scontrarsi violentemente contro questo muro, grazie alla naturalezza del racconto e alla capacità di Adele di mostrarsi in tutte le sue infinite sfaccettature di ragazza, che la rendono così vera. Ci si scontra contro il tabù dell’omosessualità, quella tra donne. Si mette in scena un’umanità mai sazia di piacere, che ricerca la bellezza, il gusto, il corpo e la passione.

Adele ama, è passionale all’ennesima potenza, cerca qualcosa, lo trova nella ragazza dai capelli blu. Ne viene stregata, se ne innamora. Questo è un amore carnale, imprescindibile dalla relazione corporea. Il loro amarsi, viene mostrato e sbattuto in faccia quasi, allo spettatore che non può mostrarsi indifferente a quelle scene. Adele ed Emma sono nude, fanno l’amore, costruiscono la loro relazione sull’attrazione fisica e mentale. È il colpo di fulmine, il pugno allo stomaco che porta al di là di ogni razionale comprensione.

Non voglio raccontarvi la trama per intero, voglio solo darvi una mia impressione e qualche motivo per vederlo. Parlare di sentimenti spesso è troppo ma non è mai abbastanza. Questo film offre miliardi di sfaccettature, che passano anzitutto attraverso la protagonista dalla quale è quasi impossibile staccarsi. Io mi sono identificata molto in lei. Nella sua ricerca del piacere nella vita, nell’amore per il cibo, nel suo essere naturale e presentarsi all’esterno per come effettivamente lei è. Il tema del cibo è molto forte e stringe la mano al tema passione-ossessione sessuale. In entrambi i casi parliamo di bisogni umani nati dall’istinto primordiale che ci porta verso la ricerca incessante del piacere. Anche per questo il film è vero, nel suo mettere in scena l’umanità nella sua crudezza. L’ossessione di Adele per gli spaghetti alla bolognese si completa nell’ossessione per il corpo di Emma, che agli spaghetti preferisce le ostriche.

Il contrasto tra le ragazze è forte e forse proprio da questo deriva il loro attrarsi. Una l’artista che vive nel suo modo distaccato dalla concretezza e dall’ordinarietà quotidiana, l’altra la ragazza quindicenne che sogna di fare la maestra d’asilo e legge moltissimo.

Dell’amore ci si nutre, di amore si cresce e succede che l’amore finisce.

Nel loro caso avverranno degli eventi che le porteranno al capolinea della loro relazione. La storia si ripete.  Altro tema dominante è la storia d’amore con l’artista e la difficoltà di entrare nel suo mondo fatto di canoni, leggerezze, regole quasi ferree e la non accettazione della normalità, quel mischiarsi con la folla. Adele lo fa, ha un lavoro che ama, ma si sente esculsa dalla vita di Emma e dalla sua cerchia di amici intellettuali e galleristi. Come andrà alla fine? È un continuo alternarsi di flashback e flashforwad che lo caratterizzano a livello estetico. Il film si fa vedere. Non è il caso che mi inserisca ancora illustrandovi altre scene o dettagli, e spero  che nel guardalo lasci qualcosa anche a voi. Perchè guardare buoni film, come leggere un buon libro non è mai abbastanza. Invece di buone storie d’amore, come quella di Adele, il mondo ne è povero. Quelle esistenti e narrate, sono insufficienti. Lo saranno state anche le mie parole, per cui chiedo scusa se sono stata anche banale a tratti, ma scrivere per me è un po’ quel flusso di coscienza Joyciano: il viaggio, l’incertezza, le chiacchiere della quotidianità.

Spero abbiate fatto una buona colazione e che qualcuno abbia trovato un buon motivo per vedere questo film. In quanto a chiacchiere ho qui finito. Vi lascio con il trailer e con una settimana che è appena iniziata.

Colazione per cinefili: vi racconto “Her”.

Sono reduce da una vacanza (parolone) a Łódź, città polacca a cui non si darebbe due lire e che invece mi ha piacevolmente sorpreso. Ma di Łódź e delle piacevoli sorprese ve ne parlerò in un altro momento. Siccome sono insonne e l’unica cosa da fare in questo momento è vedere un film o leggere in libro, unirò le due cose e vi racconterò un film. Con questo post apro una nuova rubrica su Foodianesimo, la “Colazione per Cinefili”. Un po’ perchè mi piacciono i racconti fatti film, un po’ perchè mi piacciono le colazioni e mettere insieme le due cose non credo sia una brutta cosa. 

Perchè questo “esperimento” funzioni, le cose da fare sono: mettersi comodi, farsi un caffè e mangiare qualcosa. Il tutto a colazione, ovviamente. E leggere quel che scrivo, se proprio è il caso e l’alternativa è leggere La Repubblica on line. Se invece volete guardare i cartoni o ascoltare Virgin Radio, saltate pure queste letture e che la vostra settimana abbia inizio!

#coffee moment (follow me on instagram @Enza Maria Saladino)
caffè a Roma. Era mattina, correva l’anno 2013.

Il film in questione è Her. L’ho visto 2 volte, l’avrete visto anche voi o almeno ne avrete sentito parlare

Su questo film ho tanto da dire.

Non ho mai fatto una recensione cinematografica, nonostante sia appassionata di film da una vita. Esattamente da quando ero piccola, anche se allora le mie scelte in campo cinematografico erano un po’ dettate dal fatto che in TV passavano anime giapponesi, Pippi Calzelunge e Lessie.

Oltre a questi, chiaramente andavo al cinema. E devo ringraziare i miei genitori che mi ci accompagnavano spesso. Ok, vedevo i film della Disney, in un certo senso sono cresciuta con quelli. Per cui, le storie d’amore che mi hanno fatto emozionare, già le ho viste. Per me erano quelle. La storia della Sirenetta che si innamora di un umano e cambia il proprio destino, la storia della Bestia che si innamora di Belle e cambia se stesso grazie a un amore capace di trasformare la realtà circostante, la storia di Wendy e Peter Pan, e ci metto in mezzo pure Sailor Moon. Quelle storie d’amore mi hanno fatto appassionare, tanto. E grazie a queste ho imparato a vedere la realtà in un certo modo, a realizzare che l’amore è veramente potente ed è una forza misteriosa che scatta tra gli esseri umani. Queste erano le mie riflessioni all’età di circa 8 anni.

Col tempo di film d’amore ne ho visti diversi, e non sono del tutto i miei preferiti. Forse perché crescendo si cambia, cambiano gli archetipi dell’infanzia, le esperienze insegnano e ci si disillude in generale sulla natura dei sentimenti. Her è un film d’amore. Ergo, uno di quei film che per la categoria in cui rientra non è tra i preferiti, ma di certo ha una complessità tale da far riflettere lo spettatore e proiettarlo nel suo mondo interiore, dove vivono le emozioni, le passioni, i desideri più intimi. Mettiamo che questo spettatore ipotetico sia io. Parlerò di me quindi, e di quello che penso del film, di quali corde il film ha toccato in me e del fatto che credo fermamente di trovarmi su un terreno comune, una suolo sul quale tutti quanti camminiamo, ci incontriamo e ci ritroviamo. Pur non accorgendoci, come spesso accade, gli uni degli altri.

Her, il titolo del film, racchiude il senso di tutta la narrazione. La scelta di un pronome personale femminile singolare non è scontata. Il riferimento è al co-protagonista OS “Samantha”, il sistema operativo ultra intelligente e sensibile, ma seriale. “Lei” è una prodotto di una società dove l’intelligenza artificiale vive di pari passo con l’uomo, quell’essere in carne e ossa che lentamente scompare, va in crisi, vive il dramma della solitudine e dell’incompletezza. Samantha è una “Lei”, una delle indefinite unità di software prodotti per aiutare le persone a vivere, trovando un appagamento sensoriale ed emotivo in un misterioso prodotto industriale che, grazie alla capacità di essere “intuitivo” – come enunciato all’inizio nel film – riesce a plasmare il suo essere nelle vite dei proprietari, e a farne parte grazie a un processo di simbiosi lenta e naturale.

Theodore, il protagonista, è un uomo solo, infelice, con una relazione dolorosa alle spalle. Un passato sempre presente, che non vuole saperne di andare via per sempre, un lavoro che lo costringe all’alienazione dei sentimenti, nel momento in cui scrive lettere d’amore per altri in maniera iper realistica, nutrendosi dei sentimenti di altri. La realtà in cui vive lo costringe a questo tipo di esistenza, che cela una ricerca ossessivo-compulsiva dell’amore: vero, sincero, reale, e a tutti i costi. Lo sfondo è una metropoli anonima e grigia. Grattacieli illuminati da presunti appartamenti in cui scorrono vite d’altri, anonime anche quelle. L’appartamento in cui vive Teo è grande e vuoto. L’ambiente all’interno riflette la vita del protagonista, quella di un uomo solo, diviso tra il reale e il virtuale. Una parete all’interno lo proietta in un gioco in cui parla con degli avatar “amici”, nel tentativo di trovare un giorno quel tunnel nel ghiaccio che gli permetta di dare una svolta al gioco. Per noia, cerca magra consolazione in chat erotiche con perfette sconosciute ma poi arriva Samantha a cambiargli la vita. E lo fa in due modi: con una voce sensuale che gli penetra dentro e con modo che ha di vedere la realtà, del tutto nuovo per lui. Samantha è un mistero. Non si sa da dove venga, perché abbia scelto quel nome, né come sia stata progettata. I due esseri, il virtuale – Samantha – e il reale – Theodore – si arricchiscono e crescono della loro relazione, che arriva al climax quando i due si rendono conto di provare qualcosa l’uno per l’altra. Per la prima volta Samantha sperimenta l’amore, non è più una macchina. Theodore, anche lui, nonostante le titubanze e le incertezze sulla loro relazione, dettate dal fatto che Samantha non ha un corpo, ma è un’entità che trascende le leggi umane, decide di vivere in fondo questo sentimento che prova per lei. Dopotutto è quello che ha sempre cercato. E’ il cammino di un uomo che va alla ricerca di sé, che ha bisogno di sentirsi vivo in una realtà che lo avvolge privandolo quasi dei suoi bisogni più intimi. Her è il percorso che fa l’uomo verso l’amore, nel tentativo di accettare un cambiamento che stravolge, liberarsi dalle paure e dalle catene del passato, vestirsi di qualcosa di nuovo per respirare, ancora.

Strano come l’intelligenza artificiale alla fine vinca sull’uomo, regalandogli la libertà dello spirito e nuove visioni che lui negava a se stesso. Questa è la cosa che mi ha più colpito del film. La metafora dell’amore che trascende le classiche regole che conosciamo, e una realtà aumentata in cui nemmeno i sentimenti ci appartengono perché forse siamo troppo sviliti o solo incapaci di darci altre chances, è la risposta che ho trovato nel film. E un’insostenibile senso di solitudine, o se vogliamo sconforto, dato dal fatto che probabilmente, in un futuro non troppo lontano saremo sempre meno capaci di trovare un equilibrio in noi stessi, tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra il recitare quotidianamente la parte che ci spetta nella grande metropoli in cui viviamo, e il prenderci cura della nostra parte più intima, quella che fa fatica a uscire fuori, e che teniamo gelosamente dentro come se avessimo paura che una volta mostrata, si confonda anch’essa con il grigiore e muoia.