Taste of Sicily

PHOTOMEMORIES
 1- I frutti del mio giardino


Dire che ho voglia di mare equivale a dire che ho voglia di Sicilia. Della mia terra e di tutte le sue buone cose. I fichi, ad esempio. Ho qualche albero di fichi nell’orto di casa. Per me l’estate è anche un’immagine di fichi appena raccolti da mia madre e io a sistemarli in una ciotola per immortalarli in tutto il loro verde morbido e vitaminico. Sono frutti dolci, buonissimi per la colazione. Non ci vado pazza, ma ne mangio qualcuno giusto la mattina. Esclusivamente quelli di casa mia. E’ un frutto umile, cresce e matura senza particolari cure. Di solito mia madre ne mette una parte a seccare per poi farne i “cassateddri” in inverno, tipici dolci ripieni di fichi secchi che iniziano a comparire nelle tavole siciliane intorno agli inizi di novembre. Ottimo il gelato fatto con i fichi, prometto di proporvelo a breve, quando tornerò a casa ad agosto. 

2- I ❤ mandorle!


Biscotti! Quanto vi amo! Questi sono esemplari di cantucci, fatti da mia madre con farina, mandorle, zucchero e burro. E’ un’operazione più difficile di quel che si possa pensare, ci vuole una certa temperatura e un forno che funzioni bene. Mia madre ha imparato da poco a farli e io, quando la dispensa ne è piena, delizio le mie colazioni. Li accompagno con il caffè. Adoro il gusto croccante della mandorla e il biscotto un po’ glassato che scrocchia tra i denti. Risvegliarsi così, a casa, durante una di quelle mattine invernali, quando fa ancora buio o il cielo è coperto mi fa sentire accolta in una dimensione di certezza e serenità casalinga. Altro accompagnamento possibile e probabilmente ancora più buono è catucci e passito di pantelleria o moscato. Si tratta di due vini dolci, da degustazione. Io preferisco berne un bicchierino senza altri accompagnamenti, ma se dovessi scegliere sicuramente opterei per i cantucci o i dolci di mandorla.

3- L’originale. La Setteveli. 


Questo è il top. E’ l’esemplare di torta migliore che io abbia mai assaggiato. Sette strati di pura delizia, combinati ad arte perfettamente. E’ nata a Palermo, ma da me a Marsala ci sono ottime pasticcerie che confezionano una setteveli a regola d’arte. Servita, poi, con i frutti rossi è il massimo per il palato. L’unica pecca è che giù da me un dolce del genere, super buono e super calorico, viene servito sempre dopo i pasti, giusto per alleggerire – o meglio – digerire il pranzo domenicale. Io preferisco gustarla in altri momenti, durante il pomeriggio, per una pausa dolce. Il massimo è ordinarne una fetta lì, al bar al lungomare e assaggiarla in compagnia di un amico mentre la brezza marina passa accanto e il sole è da poco tramontato. Quando le onde si sono del tutto estinte e il mare culla la città intera, intanto che noi gli lasciamo custodire – come di consueto- i nostri sogni, le nostre speranze. A lui guardo con nostalgia adesso che sono distante e lo immagino, surrealmente, un amico che incontrerò a breve e che sarò felice di abbracciare. 
 



 

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Crepe, give me a hug!

“La semplicità è la gloria dell’espressione” Walt Whitman
Oggi pubblico un post semplice, anzi, un post che è testimone di un piatto semplice, veloce e buono. Non avevo grandi cose ieri ma tanta era la voglia di preparare qualcosa di rapido e gustoso. Così, buttando un occhio in dispensa e memore delle colazioni con i miei amici tedeschi in Spagna, ho deciso di preparare la mia crepe.

Senza prendere misure e accorgimenti vari – come spesso faccio – ho sbattuto un uovo a cui ho aggiunto un po’ di latte, farina autolievitante e zucchero di canna. Poi ho versato il composto nella padella e sono uscite fuori due belle crepes dello spessore più simile a un pancake…merito della farina autolievitante! Ho farcito la mia crepe con della marmellata di fichi e mandorle, l’acquisto più recente e ben riuscito. Poi ho adagiato delle fettine di mel sullo strato di marmellata e ho chiuso a tovagliolo. 
Di questo piatto, oltre che il gusto, mi piacciono i colori e le forme. E’ una composizione calda, rimanda a una dimensione accogliente, a un abbraccio. La crepe è un mondo rotondo e dolce su cui si posa un velo di frutta particolare dai toni arancione-ramato. L’accostamento frutta fresca (mele) frutta secca (fichi e mandorle) rafforza il senso del dolce. I morsi sono corposi, i livelli gustativi differenti, perfettamente in armonia. Le tonalità della mela aumentano la luminosità del piatto, e creano un climax a livello visivo e gustativo. I giochi di luce del barattolo di vetro e del bianco del marmo aiutano a creare rifletti coinvolgenti per il mio obiettivo e la reflex. 
Il food è sperimentazione, armonia di forme, ricerca della luce perfetta. 
  
E come tutte le cose dolci, questo è uno di quei piaceri da concedersi ogni tanto. Vuole essere come uno di quei momenti fatti per raccogliersi attorno a se stessi, amarsi. Sono sempre più fuggevoli gli attimi in cui si sta da soli e si può consumare un pasto fatto con le proprie mani, assecondando un proprio desiderio. E sempre meno sono i momenti per riflettere sul cibo, sull’importanza di ciò che si sta preparando, assimilando. 
Per questo cerco continuamente di ritagliarmi i miei momenti foodiani e di riflettere su di essi, comprendendo me stessa e chi sono fino al punto X della mia vita. Questo barattolo, ad esempio, è l’inizio di un percorso assaporato qualche settimana fa, non ancora giunto a metà ma svuotato della parte iniziale, assimilata. Mele e Pancake sono i ricordi dei miei amici, la colazione con Marianne a Barcellona, le lezioni di german breakfast in spanish. E come questa, tutte le altre creazioni sono sempre un qualcosa che si inserisce all’interno di un flusso temporale di crescita, specchio di me stessa. Quando avrò svuotato il barattolo mi renderò conto, guardando indietro, di tutti i momenti dolci che mi sarò concessa e dell’importanza che hanno avuto per me soprattutto le cose semplici, come questa. 
Enza Maria Saladino

ITALIAN GELATO? YES, IT IS.

TITTOLAND…

Il weekend scorso è stato all’insegna dell’amicizia, del relax e del cibo. Venerdì è arrivata Miriam e oggi è già partita, un po’ di tristezza invece è rimasta a farmi compagnia, in questo lunedì che fa fatica a strapparmi un sorriso decente. Fortuna che sabato c’è stato un momento particolarmente dolce. La pausa merenda fresca e personalizzata, una golosa parentesi da riaprire al più presto con uno dei buoni sconto che mi hanno regalato.

Lui è Titto. Non so se il gelato, la gelateria o la coppa che ti devi riempire da solo con tutto il gelato e le leccornie varie che vuoi. Titto di sicuro è un nome originale, semplice e memorabile. Poi, c’è da dire che ricorda vagamente quello del social Twitter, sia nel lettering che nei colori ma questa è stata solo la mia impressione, passerei ad altro più importante.

Titto di sicuro è un luogo nuovo, o come pochi. Per quanto mi riguarda trattasi della prima gelateria a offrirmi un’esperienza di gelato che nessun’altra mi aveva ancora offerto. Si entra dentro questo spazio non proprio grande, fatto d’azzurro, di verde e di cose dolci. I colori sono molto rilassanti, ti invitano a sederti su degli scalini di erba artificiale, e a farti il gelato da solo, versandolo nella tua coppa da quattro quadrotti ritagliati in quello che sembra essere un pezzo di cielo. 

Ricapitolando. Entri da titto, prendi una di quelle coppe, abbassi la leva del gelato che preferisci – tra i migliori gusti segnalo cheesecake, torta al cioccolato crema e yogurt – e poi puoi versavi sopra tutte quelle cosette multisapore stradolci che possano esistere. Si ha solo l’imbarazzo della scelta. Ci sono gli Oreo, Kit Kat e praline, crostatine sminuzzate, gocciole, caramelle gommose, amarena, cereali e riso soffiato al cioccolato, meringhe, nocciole, gocce di cioccolato, granelli di zucchero eccetera eccetera. Poi fai la fila, ti pesano la coppa e paghi praticamente quello che mangi. Unità di misura: 1,80 € l’etto. 
Il gelato è buono, ma di certo è tutto il resto che fa la differenza rispetto alle altre gelaterie. Non si può definire una classica gelateria all’italiana, ma di certo è un’esperienza da provare. Entrare da Titto, cercare di capire cos’è e come funziona, poi premere la leva, riempire la coppa, poi sedersi sull’erba. Di certo il bel contorno c’è e sembra funzionare bene visto il numero di persone in fila per pagare la loro coppa. Per quanto riguarda i contro, invece, beh…qualcosina c’è. Ad esempio, io ho aspettato due minuti abbondanti prima di pagare. Rischiavo di bere il mio gelato, ma non è stata tragica la cosa come si può vedere dalla foto. 🙂 Seconda cosa. Non è possibile vedere i gelati, il loro colore, la consistenza, nè poterli assaggiare prima di servirsi. Terza. A determinare il peso della coppa spesso sono le aggiunte di biscottini o frutta. Non è proprio economico. 
A parte tutto questo, Titto ci ha regalato un bel momento e un bel ricordo. Aver provato tutti i gelati del mondo, essere entrati almeno una volta in tutte le migliori gelaterie di Bologna non significa poi che qualcosa di diverso in quanto a gelato non si possa trovare. Questo luogo esiste perchè qualcuno ha avuto un’idea diversa e, soprattutto, ha avuto il coraggio di metterla in atto. Di certo chi cerca il vero gelato artigianale si dirigerà da un’altra parte, ma tutti, inevitabilmente tutti quelli che si troveranno a passare per via d’Azeglio  saranno costretti a buttarci un’occhio mentre  i piedi sono già dentro. 

Sweet lime, Sweet home.

 Muffin addicted.


Prima settimana a Bologna, nella nuova casa.
Sette giorni già volati dall’ultimo post lasciato sul blog, un post di transizione nel quale riflettevo sull’attraversamento del cammino intrapreso, su Roma e Bologna, sui buoni propositi che vorrei riempissero le pagine del mio libro di vita.  Questi giorni sono stati molto ricchi e intensivi. Sto crescendo piano piano cercando di prendere il meglio da questa città, da questo lavoro, dalle persone che fanno parte della mia vita in un modo o nell’altro. Morsi delicati, assaggi di qualcosa di buono. 


Dedico questo post al mio viaggio appena iniziato e al bagaglio che mi accompagna e che si arricchisce di cose buone, di volta in volta. Ho voluto creare qualcosa di significativo come simbolo di questo nuovo percorso. Ho fatto dei muffin al lime. Ricordo il mio ultimo periodo a Bologna, precedente alla mia laurea, come il periodo della muffin-mania. Ne facevo tantissimi e diversissimi. Dolci e salati. Di questi dolcetti mi piace la forma, semplice ed ergonomica, e la versatilità, ossia, la possibilità che ho di cambiare di volta in volta ingredienti creandone sempre di nuovi. Per fare questi ho utilizzato semplicemente farina autolievitante, 250gr, 50 gr di burro, 2 uova, 150 gr di zucchero di canna e succo di 2 lime. Semplicissimi. Non ho seguito nessuna ricetta, faccio sempre di testa mia e devo dire con ottimi risultati ultimamente 😛








Ho imburrato e infarinato i pirottini riempiendone 3/4 con il composto. Ne vengono fuori 6 muffin abbastanza grandi. Il tutto deve stare in forno a 180 gradi per 20 minuti. Questi muffin sono perfetti per la colazione, la merenda o quando si ha voglia di un momento di dolcezza. Stamattina ne ho mangiato uno inzuppandolo nel caffè e accompagnandolo con yougurt al cocco. Ottimo abbinamento. Il lime li ha resi, oltre che morbidi, particolarmente profumati e leggeri. Con questi ho anche voluto inaugurare l’arrivo dell’estate, visto che ieri ci saranno stati 30 gradi! Oggi, invece, piove e fa freschino. Tutto è mutevole e accade in un frangente di tempo millesimale. Anche un piatto, una creazione. Tutto ciò che è “cibo” è destinato a sparire, portandosi dietro tutto l’amore, la preparazione accurata e quant’altro di immateriale precede la sua realizzazione. 
Grazie alle foto e a questo blog riesco a far vivere le mie creazioni, e realizzo il mio desiderio di trasmettere questo universo agli altri. La fotografia mi permette di riflettere sulle composizioni, di scomporle nelle loro parti, mostrandomi il significato che voglio dargli. Così, un piccolo muffin diventa l’icona di un mondo rotondo, separato dagli innumerevoli mondi esterni attono a sé. Un microcosmo dal cuore morbido e profumato. La crosta esterna è porosa. Racchiude profumi, colori, sapori, si lascia penetrare dall’esterno. E’ sensibile ai cambiamenti di stato è un universo che  va esperito con i sensi, proprio come una città

 

E la città in questo caso è Bologna. Bella come sempre, oggi mi si presenta agli occhi e al cuore in modo diverso. Qualcosa di nuovo salta agli occhi: un negozio appena aperto, il Burger King in via Ugo Bassi, l’Apple Store in via Rizzoli. Le torri semicoperte per i lavori in corso, come due giganti sovrani misteriosi che controllano silenziosamente il movimento quotidiano e il suo divenire. Le biciclette sempre più numerose che si aggregano al via vai di tram, taxi, motorini e turisti mezzi nudi che si improvvisano fotografi con supermacchinone tra le mani. Invidia. Adesso sono qui. E sono un po’ più di ieri. Adesso i miei occhi hanno visto molte più cose, i miei piedi hanno attraversato sentieri, le mie papille hanno assaggiato dolcezza, amarezza, euforia e stanchezza. E le mie mani si sono riempiete della ricchezza data dall’aver toccato superfici diverse, consistenze multiformi. 
Il qui e ora è un posto meraviglioso, infinito. Come un’entità immateriale, non è possibile rappresentare tutto questo con una sola immagine. Per me, adesso, è la mia creazione. Il luogo che ho creato con le mie mani e la mia esperienza. Il posto in cui mi riconosco.

Enza Maria Saladino

From Rome, with love.

Siamo alla frutta…
Poche ore mi separano da un treno che mi porterà in un’altro luogo diverso da quello in cui ho vissuto da novembre. Mi aspetta un lungo viaggio. Un viaggio che potrei definire in un certo senso di “ritorno”, visto che ad aspettarmi è Bologna. Sono piena di valigie, ho le spalle stanche e tanto sonno. Ma le cose più importanti in questo momento stanno tra le mie mani. Reflex, mac, il mio blog e questo post. Avevo voglia di fermarmi un po’, prendermi qualche ora per stare con me stessa. Guardare alla città che mi ha accolta e regalato dei mesi bellissimi e intensi, riflettere su chi sono ora, in questi ultimi attimi della mia vita trascorsi tra una macedonia di ananas e una fetta di crostata ai frutti di bosco. Perchè Roma ha portato tanto sole ed energia nei ultimi mesi della mia vita. Perchè questa è stata una tappa dolce e complessa di mio percorso umano. E come una torta fatta di strati sovrapposti che si legano l’un l’altro, le mie giornate sono state un susseguirsi di piccoli passi che messi assieme mi hanno portato qui dove sono, in attesa di un treno diretto verso l’alto. 

Scrivendo, mi rendo conto di trovarmi in difficoltà. Avrei mille cose da dire, pensieri e riflessioni che non si limitano all’attimo di adesso ma che ho maturato nel tempo. E’ un po’ la sensazione strana che si prova nel dirsi addio, di titubanza, timore e incertezza. Questo, però, non vuole essere un addio, solo un ciao. E nel farlo, sempre prima di salire su quel treno, voglio ricordare a me stessa chi sono ora e cosa di Roma è rimasto in me. Cosa devo fare, cosa voglio perseguire e come voglio farlo. 
10 punti. 
1. Applicare tutto quello che ho imparato del marketing e della comunicazione su di me. BRAND PERSONALITY. 
2. Sorridere sempre di più, trovare la bellezza nelle piccole cose. 
3. Continuare a fotografare, scrivere, sviscerare un piatto, filosofeggiare con le verdure e i dolci. Creare.

4. Analisi e creatività come due imperativi. L’istinto che guida, il fiuto per la scelta giusta, Buttarsi, rischiare. Coraggio e fantasia. 

5. Non esistono rettilinei, ma solo centri dai quali si diramano innumerevoli vie di diversa grandezza, colore, spessore. 

6. L’originalità prima di tutto. Essere me stessa è la maniera migliore per essere different. 

7. Parlare con le persone, aprire il mio mondo agli altri, barattare la mia visione del mondo, mettermi in discussione. CAMBIARE IDEA. AMPLIARE I MIEI VALORI. CRESCERE NELL’AMORE.
8. Vivere con passione. Correre, muovermi, dipingere, disegnare, fare schizzi a caso, scrivere poesie come facevo qualche mese fa, scrivere canzoni, riprendere la chitarra. 
9. Questo è un grosso proposito: diventare sempre più digital, imparare i linguaggi di programmazione. Ideare. Inventare cose che non esistono ancora.
10. Riuscire a fare qualcosa di veramente bello che possa essere condiviso, utile, socialmente utile.  



Grazie ai miei più cari amici che mi hanno fatto crescere. Grazie ai miei genitori che mi hanno sempre sorretto come due assi portanti. Grazie a margherita che ha condiviso con me questi mesi fatti di risate, interessi, problemi risolti ed emozioni forti. Grazie ai miei professori che mi hanno aperto nuovi orizzonti. Grazie a me, infine, per aver scelto questo master grazie al quale ho spinto l’acceleratore sulle mie capacità e ho lottato contro i miei limiti con rispetto e tenacia. Grazie in anticipo per la nuova prova che mi si presenterà, il prossimo gradino di crescita e realizzazione personale. Ogni singolo giorno di quest’avventura appena passata è stata una pietanza nutriente, necessaria per il mio organismo e per la mia crescita. 

Oggi concludo con il dolce, il pasto sta per finire. Oggi è un giorno importante. La torta alla fine, era necessaria. 
  

Ultimo assaggio di queste ore

Enza Maria Saladino.

**Sweet dreams are made of little things**

Mignon = unexpressed desire
Piccoli, luccicanti, perfetti. Al primo sguardo verrebbe voglia di non mangiarli, sono quasi troppo belli per essere addentati e distrutti. Espressione di estetismo puro da parte di qualche pasticcere che nel farli c’ha messo l’esperienza di una vita e l’anima. Io li vedrei bene in esposizione, teche permanenti contenenti oggetti d’arte, piccoli capolavori artigianali. Ahimè, trattasi di dolcetti da fine pasto. In genere, il pasto in questione è quello della domenica e coincide con il sacro rituale del pranzo con la famiglia per intero. Una di quelle cose rispettabilissime e da far rispettare. Proprio in quel fantastico momento settimanale, accade che dopo un pranzo dalle 3000 kilocalorie si passa ai mignon. Non uno, più di uno. Ciò giusto per togliere il sapore del maiale al sugo accompagnato da tanto di gnocchi fatti in casa dalla nonna. E intanto che loro, piccoli e bellini se ne stanno lì incellofanati ad aspettare il fatidico momento che li vedrà distrutti e consumati, noi discorriamo in chiacchiere tessendo i tanti pezzi della nostra vita, come un puzzle che non si compone mai e senza soluzione.
 

   

Questo è quel che accade nelle tavolate domenicali, quando la gente si riunisce  e piuttosto vorrebbe trovarsi da un’altra parte, possibilmente non parlando di sè, non psicanalizzando situazioni, persone, cose. Parte di questo accade anche al bar, nella compagnia di un caffè, quando l’occhio cade su quelle prelibatezze quasi auree, intoccabili, intanto che si fanno i conti con il tempo che passa rapidamente e con le ansie quotidiane.  Accade nelle circostanze in cui è d’obbligo trovare argomentazioni perchè magari è finito il repertorio di frasi fatte. Così come quando si è troppo presi dall’emozione ed è stato detto qualcosa di irreparabile, quindi meglio metterci un dolcetto sopra. 

E mentre tutti parlano, chi più chi meno della propria vita, chi più sincero chi più attento ad ascoltare gli altri per non perdere pezzi di sè, io osservo questi piccole gioie che ammaliano la vista e riempiono la mia mente di nostalgia. Cerco di dargli una dimensione di verità, nella loro piccola perfezione vedo il riflettersi di un mondo imperfetto e mi accorgo di quante cose ci sarebbero da rimpicciolire e da curare nei particolari. Quest’armonia di forme, colori e sapori  è l’espressione di ogni singolo desiderio inespresso. Ne scegliamo uno, quello che più s’avvicina all’idea che abbiamo di “completezza”. Quello che, in base alle nostre modulazioni interiori, ci darà un senso di sazietà e ci regalerà un breve momento di dolcezza che come un sipario cadrà sulla nostra ordinaria solitudine. Così, i nostri desideri più intimi e nascosti vengono condensati in un mignon che un estraneo ha preparato per ignoti. 

Pasticceria = Magia

In my mother’s mind "Iris" is not a flower.

It’s like a jewel box…
In realtà, si tratta di un dolce tipico della pasticceria siciliana, creato da un pasticcere palermitano in occasione della prima dell’opera “Iris” di Mascagni. Per mia madre, invece,  l’Iris è  solo uno scrigno morbido.  Lei, che  crede tanto nel potere della personalizz-azione delle sue mani, oggi ne ha fatto una piccola opera d’arte.
Tutto è iniziato da un panino al latte, il contenitore. L‘ha preso e sviscerato, un po’ come ho fatto io con boxarella. Poi, con una parte dello stesso, ha fatto un coperchio per la chiusura. All’interno,  un cuore di ricotta e cioccolato, roba che fa andare in delirio le papille gustative ma anche gli altri sensi. In realtà avrebbe potuto riempirlo di qualcos’altro, volendo rimanere in tema personalizz-azione. Ad esempio, fossi stata io avrei messo della crema al limone o all’arancia, vista l’immane quantità di agrumi che abbiamo in cucina e  non solo in cucina.  Però mia madre, persona di grandi valori e grande tradizionalista in cucina, non ama le “variazioni su tema”, specie se il tema originale è una ricetta vincente.
E va bene così. Ha messo dentro la sua crema preferita,  fatta da lei con della ricotta di prima qualità che ha arricchito con canditi di frutta e pezzi di cioccolato. L’esterno è una crosta dorata sulla quale ha piovuto dello zucchero in granelli, elemento fondamentale nella creazione dell’immagine-scrigno glitterata.  
Io ho  apprezzato appieno quest’opera . La grandezza dei panini era perfetta. In genere questo dolce non rientra tra i miei preferiti nella lista delle cose da prendere al bar perchè, credetemi, si tratta di una roba grande, per uno stomaco grande. Penso, invece, che un concentrato di tanta bontà debba essere medio-piccolo per essere apprezzato nella maniera migliore. Le iris di mia madre lo erano, quindi già a livello di primo approccio visivo diciamo che non hanno creato grossi drammi neuro-psicologici.
Scendendo più nel pronfondo, il gioco dei contrasti morbido-croccante/ bianco-nero/ svuotare-riempire/, resi sia a livello cromatico che gustativo, ha creato un significato di completezza, perfetta congiunzione tra dimensioni opposte.

La luce nella stanza era quella giusta. Mi ha permesso di giocare con i toni  creati dai granelli riflettenti e di ri-creare fotograficamente uno spazio visivo pulito, lineare. 
Per il resto, dove si ferma l’occhio fotografico, incapace a scomporre le multidimensioni di uno scrigno di sapori, lì arriva il gusto. L’unico senso sincero che ci accompagna in questo affascinante viaggio alla scoperta di ciò che siamo. Un po’ come una madre.