Viaggio a Barcellona [prima parte]

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Introducing Miró

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Tornare a Barcellona è stato come vivere un grande flashback. Ho avuto la fortuna di andare lì in erasmus, viverla per 7 mesi intensamente, a 23 anni compiuti. Non è cambiato nulla. La città vive di energia propria, tanti dicono che Barcellona è contagiosa, ed è vero. Sarà per il suo fascino esotico, perché è un posto di mare ma anche un posto culturale, ricco, che si lascia scoprire e che ha molto da dare. Sì, Barcellona si lascia scoprire, facilmente. E questo è quello che ho fatto. Girare per il Raval e assistere a uno spettacolo di odori, immagini e sapori di una Barcellona cosmopolita, andare a Gracia – quartiere dove ho vissuto in erasmus – e lasciarmi affascinare dai locali innovativi, il gusto nell’arredamento, il design, le piazze dove il tempo si ferma e tutti si ritrovano lì. Ecco, Gracia è diventata più bella, con un’offerta impareggiabile per tutti i gusti. è il mio quartiere preferito e il motivo per cui lo scelsi ai tempi furono i consigli delle persone e qualche giretto di perlustrazione che da solo bastò a farmi rendere conto che quella fosse una piccola città nella grande città. Gracia ha un’anima catalana indipendentista molto forte ed è insieme uno dei quartiere più trendy di Barcellona con i suoi barber shops, i locali di moda, l’offerta variegata e per tutti i gusti che il quartiere propone. Qui un assaggio di tapas e cerveza in un locale che si affaccia a Placa del Sol, mio luogo preferito del quartiere.

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Clara, Moritz, tapas. Algo mas? #barcellona

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Poi c’è il Gotico, il Born e la Ribera. Basta fare un passo a sinistra della Rambla andando in direzione Passeig Colom. Si tratta della Barcellona antica e di tutto il suo fascino racchiuso lì, in quelle vie misteriose, nei vicoli stretti che si snodano dietro la bellissima cattedrale, con le sue piazzette poco conosciute ai turisti, per poi finire nel quartiere vicino al mare, la Ribera, un piccolo slot rettangolare fatto di stradine umide, taperie dove mangiare il pesce e taverne dove bere sangria.

Sono andata nel famoso locale Les Quatre Cats dove Picasso, Dalì e Mirò erano soliti andare e fare arte. Adesso il luogo è molto cambiato, da una semplice taverna si è trasformato in un locale trendy anche se non mancano i riferimenti artistici a quel periodo. Qui un altro assaggio di questo posto: non potevano mancare il pan y tomate e i famosi pimientos.

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Eating At #les4cats where picasso and miro used to!

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Ho  percorso Barcellona in lungo e in largo in soli 3 giorni e sicuramente il fatto di conoscere già la città mi ha aiutato nella scelta delle cose da fare. Per la prima volta sono riuscita nell’impresa di andare fin su al Tibidabo, la zona più alta di tutta la città che offre un panorama incredibile e un parco divertimenti d’intrattenimento. Dalla ruota panoramica ammirare il paesaggio di fronte è ancora più emozionate e bello. Questa è una foto di una delle attrazioni che porta più in alto.

Qui invece, passata la paura del giro, tornavo ad assaggiare dopo 6 anni gli amati Xurros y chocolate, must have del giro a Barcellona, l’unica città del mediterraneo dove trovare le Xurreries e concedersi un sano peccato di gola.

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Xurros y chocolate. #likeaboss #badass #barcaesbona

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Vi lascio con questa foto panoramica, il resto del viaggio ve lo racconterò nel prossimo post.

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** B A R Ç A **

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Se avete domande o volete consigli per visitare Barcellona non esitate a chiedermi. Sarò felice di rispondervi. Se invece volete condividere con me le vostre esperienze di viaggio sappiate che ho una lista dei posti e delle città da visitare pressocché infinita e quel che cerco è un consiglio, un posto dove andare, un sapore nuovo da provare. Siete i benvenuti nell’impresa di contaminare e arricchire la mia agenda di viaggio. Se volete saperne di più dei miei viaggi date un’occhiata qui.

Seguitemi su Instagram per avere i miei aggiornamenti in real time. Ci ho messo un po’ a scrivere questo post, trovare un attimo non è mai semplice e forse solo adesso mi sto concedendo un momento per fermarmi e riflettere sul mio viaggio fatto più di 10 giorni fa.

Ho tanti sogni nel cassetto e tante ricette da mostrarvi. A presto, su queste pagine e nella vostra vita.

PS: nel prossimo post su Barcellona vi racconterò di un luogo a Barceloneta dove ho mangiato paella di pesce e una delle migliori creme catalane mai mangiate.

A presto, con affetto la vostra Foodiana.

 

 

 

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Pechino, un assaggio. (Prima Parte)

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#memories {#beijing 2015}

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Più di un mese fa sono andata in Cina, a Pechino. Per tutto il viaggio – che è durato circa 8 giorni – non ho fatto altro che dire “ok, quando torno posterò talmente tante foto e talmente tanti post da far venir voglia di andarci, a Pechino“. E invece sono riuscita a malapena a condividere un album di foto su Facebook. Scusatemi. Lo so, nessuno mi chiede di scrivere qui su quello che faccio, nessuno attende le ultime da Pechino o da Bologna, ma io che conosco il valore di quello che ho visto e di quello che ho vissuto ho il dovere di dirvi qualcosa. Dopotutto, i viaggi si continuano a fare perchè qualcuno ci ha fatto innamorare dei propri.

E così mi ritrovo a parlarvi di Pechino, del mio viaggio di fine febbraio, adesso che mi trovo a Bologna per un altro viaggio a cui ne seguirà un altro ancora e ancora un altro. Ultimamente passo molto tempo in volo. Succederà che ci scriverò un saggio, ad esempio su come occupare il proprio tempo in aereo nel miglior modo possibile. Ritorno a Pechino. Io di questa città vorrei dire tante cose, un po’ come mi ero promessa di fare. Ma piuttosto che fare un resoconto dettagliato di quel che ho visto e di quel che ho fatto giorno dopo giorno, cercherò di lasciarvi con delle immagini e sensazioni che magari vi faranno sognare o desiderare di andarci una volta. Qui vi farò un’introduzione generale tralasciando parti che meritano di essere approfondite, tipo tutto il discorso sul cibo e sullo street food.

Per me si è trattato del primo viaggio fuori Europa. Ho scelto l’Asia. Un po’ per caso, un po’ per curiosità, ma fondamentalmente perchè nel grande progetto dell’esplorazione del globo Pechino era una tappa obbligata. Sono partita senza aspettative. E così deve essere. È un posto talmente diverso e distante da ogni tipo di stereotipo culturale occidentale cui siamo abiuati che lì vengono quasi a cadere le proprie certezze. Dal cibo, all’orientarsi in strada sia per attraversare col verde che per guidare una bici in pieno centro, dalla lingua che limita pressocchè in tutto (se non la si conosce) alle differenze architettoniche, somatiche, etniche, climatiche. Tutto insomma. Una settimana a Pechino equivale a un mese in Europa, girando in lungo e in largo. I sensi (vista, olfatto, udito, tatto, gusto) si riempiono di cose mai viste e inaspettate. Per quanto si possa immaginare un viaggio in Cina, la realtà sarà ben diversa. Sono felice di aver fatto questo viaggio, di essere andata lì ed essermi immersa in una super metropoli, la più popolata al mondo e forse la più estrema per la capacità di raccogliere in sè differenze abissali. Pechino è una città dalle anime diverse. L’antica città imperiale sembra vivere ancora. Non solo nelle attrazioni turistiche famose – Forbidden City, Temple of Heaven, Muraglia Cinese,ecc – ma anche per lo stile di vita proprio di quei tempi che per certi versi sembra persistere ancora.  L’evoluzione in senso occidentale è visibile e la direzione è quella. Pechino è la New York d’Oriente. Cartelloni pubblicitari fluorescenti, vie costruite per i turisti, mercati di street food infiniti e centri commerciali pressocchè ovunque, nei diversi quartieri inglobati dalla città. Accanto all’anima moderna e commerciale che ha portato Pechino  e la Cina più in generale a essere potenza economica mondiale, c’è un’anima locale forte, di una Cina antica e vera. Lo sfarzo, il lusso e le strade “artificiali” lasciano spazio agli hutóng, le antiche case a un piano dove si viveva ai tempi dei Ming. Sono delle vie particolarissime. Antiche, umili al limite della povertà e vere. Tranne quelle che si sono trasformate in attrazioni turistiche come il nanluoguxiang. Questo hutong è una delle vie principali per l’acquisto di souvenir. In realtà ho amato anche quello. Ecco, gli hutong mi hanno colpito moltissimo. Con la bici, mentre giravo tranquillamente per il traffico folle di Pechino, mi piaceva addentrarmi in queste vie anche per la strana sensazione, quasi di paura, che provavo quando mi perdevo nei vicoli. Di nuovo, qui vivono i contrasti più estremi: macchinone, Suv, insieme a carrettini dell’anno mille, baracche montate alla meno peggio e fast food non appena si gira l’angolo.

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#pechino

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L’anima di Pechino è un grande meltin pot, ma non nel senso americano del termine. Qui di cultura ce n’è solo una, la loro. Così come di lingua e di tradizioni. Ben venga, ma lo shock culturale può essere tanto. Pechino è una città magica che non dorme e che va veloce. Come la metropolitana, perfetta, super efficiente e che si estende per tutta la grandezza della città diramandosi in ben 13 linee (o forse più). Dico magica perchè non fa in tempo a regalare un’immagine poetica o una sensazione nuova, che subito ti regala un odore diverso, un suono, qualcos’altro che rapisce la tua attenzione. E tutto questo avviene all’interno del trambusto generale che è fatto di auto, ponti sospesi tra una strada e un’altra in cui ci si trova a passare la maggior parte del tempo intanto che si scopre la città, voci e chiacchiere indecifrabili, odori forti e pesanti, e il rumore degli scooter senza fine. La città non si ferma e tutto questo flusso, tutto questo caos infinito scorre nella sua totale normalità. Apparentemente non c’è alcuna regola, ma tutto fila e tutti sembrano essersi abituati a questa macchinona enorme che è la città al cui interno esistono livelli diversi e situazioni di vita diverse. Pechino ha bisogno di tempo per essere capita. Forse è per questo che ne scrivo a distanza di quasi 2 mesi. O forse ero solo stanca da questo viaggio bello tanto quanto infinito da dovermi prendere una lunga pausa.

Ve ne parlerò ancora di Pechino e non tra un altro mese, promesso. Vi parlerò dei suoi laghi e del lato “ameno”. Non potrà mancare una menzione speciale allo street food. E nemmeno un album degno. Per il momento potete guardare le mie foto qui.

Mercatini polacchi, a Natale.

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Quest'anno a Natale, regala #bulloni

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Sono in Sicilia e un pensiero va a Wroclaw che raggiungerò tra pochi giorni. Ho da poco cambiato casa e ho preso anche una bici. In attesa della mia lista dei buoni propositi da mettere in pratica a Wroclaw, faccio un salto indietro e vado al già trascorso Natale, mostrandovene alcune immagini. La bella piazza del Rynek quest’anno si è trasformata in un parco giochi. Non mancava niente. Tra le varie bancarelle di leccornie polacche e gioielli vari era presente un carillon enorme e la montagna russa Polar Express. Si potevano ammirare diversi alberi di  natale qui e là per il mercato e luci ovunque, come ragnatele tra le casine in legno e gli alberi. Gli alberi di Natale li vendevano pure, e ce n’erano di forme e dimensioni diverse.

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#xmas is here, #xmastrees as well

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Tutto l’ambaradam è iniziato a fine novembre circa ed è stato visuale quotidiana fino ad oggi. Non sono appassionata di ghingheri natalizi, anche se la maggior parte del mondo non aspetta altro, a Dicembre, per calarsi nell’atmosfera. Quella piazza è stata casa mia finora e vederla addobbata a festa, sentirne l’odore di vino caldo speziato e cannella a profusione, hanno fatto la loro parte nel farmi apprezzare la città sotto questa nuova veste. E musica, musicisti di strada ovunque. Oltre a questo, artisti diversi a intrattenere grandi e piccoli. Un paradiso a colori. Pensi quasi, per un attimo che la vita sia quella, Natale e non.

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In the mood for Xmas. #wroclife

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C’è da dire che il Natale a Wroclaw è la festa dello street food polacco. Dal dolce al salato non manca niente: si va dai pierogi ai waffel con nutella e panna montata. Frutta secca di tutti i tipi e cioccolata fondente in tutte le forme più assurde sono le protagonisti principali di questo spettacolo di luci alla cannella ed essenze internazionali. Da notare la presenza di casette dedicate alle specialità francesi, ungheresi, turche ecc… Ancora una volta la città svela il suo volto cosmopolita capace di attrarre turisti e non da svariate parti del mondo. È una città viva, ancor di più sotto Natale. Ok, le foto che ho fatto non rendono, e per di più il post è outdated prima di pubblicarlo. Ma chi se ne frega? C’è sempre un motivo valido, o più di uno, per fare un salto in Polonia, con o senza Natale.  Per tutti gli appassionati di mercatini natalizi: vi lascio questa classifica sui migliori mercatini di natale in Europa e bon voyage!

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Foodianesimo all’estero ~ da Wro with Lo.

(ossia, da Wroclaw with Love)

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Anzitutto chiedo scusa a tutti i lettori, pochi ma buoni, di Foodianesimo. Scusate l’assenza, diciamo che sono stata presa da altro. Ok, bruttissima frase, come se del mio blog non me ne fregasse niente. Ma ho sempre detto che non sono una foodblogger, ma una storyteller di nome Foodiana. Ok, non me ne esco bene neanche questa volta. La faccio breve: amici e amiche virtuali e non, ho lasciato l’Italia per un’altra avventura. Chi mi conosce bene dirà: nulla di nuovo, tu parti sempre. Beh, è un po’ così e stavolta non a breve termine.

Ho iniziato un nuovo capitolo della mia vita. Cambio citta’, cambio lavoro, cambio marca del latte, cambio cinema, cambio tram e forse anche la lingua. Per quanto io ami l’italiano, le occasioni di parlarlo qui a Breslavia sono poche. Diciamo che si tratta di dover fare un gran salto e adattarsi. Nuovamente. Perché io queste cose le so. Io ho sempre voluto cambiare, lasciare il posto dove stavo e andare da qualche altra parte. Lo stress del cambiamento, il volermi misurare con situazioni non facilissime proprio, stare lontana da quel che amo tanto mi fa bene. Ho deciso di fare questo grande passo da sola, con la forza di volonta’ e un pizzico di fortuna. In altre parole, se volessi riassumere il tutto in un grafico, eccolo:

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Fare un trasferimento cosi grande, lasciare Roma, lasciare casa, la Sicilia, il mare, il cane, i genitori e gli amici importanti, i miei paesaggi, non e’ stato facile. E per quanti spostamenti io abbia fatto, un conto e’ lasciare Milano per Roma, un altro lasciare l’Italia per la Polonia. Lasciare la mia Comfort zone per andare in quella zona dove tutto e’ possibile, dove l’inaspettato ha luogo e il successo e’ dietro l’angolo. Lo so, non e’ facile. Tutto questo richiede adattamento, pazienza, momenti di varia natura e passaggi vari. Cose, situazioni, persone, lavoro, sono tutti tasselli di questo puzzle. Abbandonare la comfort zone non e’ del tutto semplice. Non e’ “as easy as pie” per usare un’espressione inglese riferita al food, ecco. 🙂

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Ma eccomi qui, a Wroclaw, in italiano Breslavia. Citta’ polacca, tedesca fino al 1945. E qui mi aspetto grandi cose, soprattutto da me. Non voglio anticiparvi niente, voglio solo che le mie prime impressioni sul luogo in cui mi trovo si espandano e mi permettono di potervi parlare meglio di questo viaggio, di me, della vita di un espatriato in Polonia. E non mancheranno occasioni di parlavi tramite il food, specchio culturale di quello che siamo. Ecco, ad esempio l’altro giorno ho conosciuto questi, i pierogi. Sarebbero degli gnocchi al forno ripieni di qualsiasi cosa e serviti con delle salse. Per quanto riguarda i ripieni, devo ancora iniziare a conoscerli. Beh, se indovinate qual e’ il ripieno di questi qui la prossima volta che venite a trovarmi vi offro una cena in stile polacco!

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Chinese food – Il migliore, a Roma

Esistono esperienze passabili, altre top. La maggior parte si colloca in mezzo, lasciandomi con quella sensazione di soddisfazione generale ma nulla di eclatante. Esperienze foodiane a cui darei un 7 e 1/2 e se non arrivo al 10 non chiedetemi perché. Il motivo è più di uno, ma spesso è perché non mi ha entusiasmato abbastanza. Tutto buono sì, ma non entusiasmante. Quella che sto per raccontarvi adesso è un’esperienza foodiana buona, molto buona. Ed etnica, chiaramente. Avrete capito che sono fan dei cibi intercontinentali e che mi piace da matti andare a caccia di piatti buoni, non italiani, straordinari e memorabili.

Avevo già parlato dei lati positivi del vivere nel quartiere multietnico di Roma. Ecco, uno di questi è avere quasi sotto casa il miglior ristorante cinese della capitale. Il locale si chiama Hang Zhou (non chiedetemi la traduzione cinese) e la proprietaria Sonia, una cinese occidentalizzata dal nome italiano e dai capelli alla francese con tanto di frangione. Ve la presento:

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A parte l’apparenza ciociara della signora Sonia, lì servono ottimi piatti cinesi, come non fanno altrove. Il piatto è originale, per certi versi ricercato. C’è un non so che di “italiano” nelle portate, ma nel senso buono del temine. Poi, sarà per la smania di prendere un premio del Gambero Rosso o per tener alta quelle stelle di TripAdvisor, il menù presenta specialità simil-italiche. Il tutto condito da un personale di servizio simpatico, caciarone e un po’ burino. Sempre nel senso buono del termine. Certo che cinesi che parlano romanaccio li si vede solo lì, eh. E nelle scuole. Ascoltare i consigli del ragazzo di servizio è stata la parte più divertente. Insomma, era come se stessi parlando a un oste di Trastevere o di Rione Monti. Così, curiosa di approfondire questa conoscenza col “padrone di casa” inizio a chiedere mille consigli. Anche perché il momento dell’ordinazione si rivela essere un dramma, pressocché sempre per me. Troppi nomi, il più delle volte sconosciuti, troppi odori, troppe portate allo sguardo. Insomma, è la fase che coincide con la “scelta” e io non riesco mai a scegliere con convinzione. Per cui succede che vado sul classico e ordino involtini primavera, ravioli al vapore e zuppa di wonton. Per finire una bella palla di gelato bicolore e passa la paura. 

ZUPPA DI WONTON – per iniziare, una zuppa è d’obbligo. In questo caso ho scelto dei wonton, i ravioli ripieni di carne.

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INVOLTINI PRIMAVERA – trattasi di roll non fritti! Ebbene sì, esiste qualche piatto eccezione alla regola del tutto-fritto nella cucina cinese. Forse non li troverete ovunque, ma Sonia, metà cinese, metà romana, sa bene che gli italiani sono attenti alla linea e se possono evitano i fritti. Quindi, nessuna paura. Questi sono ottimi, non vi deluderanno.

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RAVIOLI AL VAPORE – il mio piatto d’obbligo. I ravioli di carne al vapore sono stati il mio primo amore, e ogni volta è bene rinnovare il ricordo. Tra l’altro provai anche a farli in una delle mie serate universitarie a  Bologna. Con risultati scarsissimi, che ve lo dico affà? Però è certo che un piatto si presta ad essere ripetuto e la cucina emulata sono se è degno di memorabilità. Questo lo è.

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POLPETTE DI MAIALE E BASMATI – New Entry, ebbene sì. Anche questo, piatto d’obbligo. Devo dire che ha stimolato la mia curiosità. E’ il piatto consigliato dal Gambero Rosso. Vabbé, come un critico culinario di tutto rispetto, decido di provare ste polpette. Poi mi rendo conto che sono più buone quelle fatte da mia madre. Ma sono dettagli.

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GELATO FRITTO – Gli antipasti (chiamiamoli così) decisamente sazianti hanno permesso che io passassi subito al dolce, in modo da completare anche l’apporto calorico degno di una chinese dinner che si rispetti. Il gelato è stato una sorpresa. Il bigusto all’interno di un’unica palla fa sempre il suo effetto. Era lo yin e lo yang della filosofia orientale. Il rivestimento di pasta fritta era leggero e morbido. Anche questo un piatto che si è lasciato ricordare.

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PAGELLA

Personale di servizio: 8 – bravissimi, simpaticissimi, velocissimi, ma sta spocchia di essere i migliori ce l’hanno impressa in faccia come i tratti somatici tipici della loro etnia. E a me i primi della classe non sono mai piaciuti;

Involtini primavera: 8 – ottima l’idea di non friggerli ma resta da migliorare l’aderenza delle superfici del piatto. Un rotolo che si apre non è proprio bello, diciamocelo.

Zuppa di wonton: 10 – Niente da dire

Ravioli al vapore: 9 – M’aspettavo di più, invece non si sono fatti ricordare per niente. Sì buoni, ottimi, ma da Sonia mi aspettavo il raviolo perfetto che si scioglie in bocca e ti fa piangere per l’emozione.

Gelato fritto: 11 – Con lode.

e per finire in bellezza… BISCOTTO DELLA FORTUNA. Refusi a parte, ci hanno preso bene. C’è proprio tanta felicità nel mio avvenire, già la vedo da un po’ 🙂

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Zuppa di Miso – √ done

Vivere nel quartiere multietnico di Roma ha il suo perché.

Ormai lo frequento da più di otto mesi e passeggiare per quelle vie fa parte della mia routine quotidiana: la mattina per andare a lavoro, la sera al rientro e nel weekend a far spesa. E’ un mix di cinesi, arabi, giapponesi e africani. Avrò contato si e no 3/4 negozi d’alimentari asiatici, ma ce ne saranno di più. Ora, al di là della mia passione per il cibo etnico e al di là della mia curiosità che mi divora e che si trasforma in un mostro bulimico che divora le cose, entrare a fare un giro in uno di questi negozi era un must. Chiaro che non si sarebbe trattato di un giretto fine a se stesso, occorreva avere una ricetta in mano. Fortunatamente, prima di avercela tra le mani, o meglio, sullo smartphone, la ricetta era già nella mia testa e faceva parte dei ricordi legati al gusto e agli odori. Dovevo fare la zuppa di miso, quella che ordino sempre come antipasto ogni volta che vado dal giappo o dal cinese. Mi sono documentata bene, ho fatto la lista della spesa e prima di passare da casa ho fatto un salto dagli amici giapponesi in piazza Vittorio Emanuele. Lì ho comprato questo: brodo dashi, tofu, miso, alghe wakame. Per fare la zuppa di miso servono questi semplici ingredienti. Si trattava della mia prima zuppa di miso homemade, e sinceramente non avevo idea di come fossero, né di come si presentassero o si trovassero tra gli scaffali di un supermercato. Entrata lì ho chiesto tutto al giapponese che mi guardava e sorrideva (per fortuna ridono sempre sti giapponesi) e che mi ha accompagnato nella scoperta di queste misteriose e affascinanti “materie prime”. Con 8 euro circa ho comprato tutto e una volta a casa ho dato il via alla prepazione della suddetta zuppa!

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Cosa occorre:

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> Alghe

In commercio esistono vari tipi di alghe. Per fare la zuppa di miso servono le alghe wakame. Si presentano secche e occorre immergerle per 5-10 minuti nell’acqua fredda. Non fate come me che ho preso un pugno d’alghe credendo fossero poche. Gonfiano tantissimo, come per magia. La scodella è diventata un lago d’alghe. Fidatevi del mio consiglio, basta una manciata, come fosse del prezzemolo. Io le mangerei pure a crudo, talmente sono buone. E i benefici per la salute sono tantissimi, documentatevi 🙂

> Tofu

Il tofu sta al latte di soia come la ricotta sta al latte di mucca. C’è da dire che il tofu ha un altissimo valore proteico, ma di per sé è inodore e insapore. Arricchisce la zuppa di miso e va aggiunto alla fine a pezzetti. Volendo si può anche frullare o schiacciare (è un tofu morbido, ha la consistenza simile al budino).

> Brodo dashi

E’ uno dei prodotti base della cucina giapponese ed è a base di pesce. Lo si può preparare a casa, ma visto che si è trattato della mia prima volta con la preparazione di questo piatto ho deciso di comparlo. Quello che si trova in commercio è granulare e per fare la zuppa di miso occorre anzitutto sciogliere il dashi nell’acqua tiepida.

> Miso

Veniamo all’ingrediente principale di questo piatto: il miso. Si tratta di un derivato di soia a cui vengono aggiunti altri cereali, ad esempio riso e orzo. Ha una consistenza morbida come fosse del burro di arachidi ed è molto saporito, oltre che nutriente. Attenzione a non esagerare con le dosi perché è molto salato.

La preparazione di questo piatto è semplicissima.

Una volta che il brodo è pronto, occorre aggiungere qualche cucchiaino di miso e portare a ebollizione. Successivamente, aggiungere il tofu tagliato a dadini e le aghe. Far cuocere per 2 minuti scarsi, togliere dal fuoco e servire. Il risultato è eccellente, il mio è questo:

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La storia finisce qui.

Restano le morali, più di una:

√ Mangiare bene è importante, variare spesso è necessario.

Il cibo è una scoperta sempre nuova: provare a realizzare un nuovo piatto equivale più o meno a lanciarsi con il paracadute. L’adrenalina dell’avventura dovrebbe essere quella. Ci si prova, buttandosi.

√ A ciascuno il suo: ognuno di noi ha i propri gusti, l’importante è assecondarli. Ci criticheranno spesso! Ogni giorno devo sorbirmi le critiche di mia madre quando le faccio presente che andrò a mangiare etnico o quando mi vede entusiasta nel mio esporle il tentativo di voler preparare una ricetta come questa ad esempio. L’importante è essere sicuri di sé, non seguire la massa e provare a fare e a essere la differenza.

√ Sono sempre più convinta che il cibo è un viaggio. Si parte con una valigia fatta di ingredienti, quelli necessari alla preparazione. E come ogni viaggio c’è l’attesa, l’eccitazione, la paura dell’imprevisto, le aspettative, il gusto del nuovo. E alla fine, resta il ricordo da condividere, quel sapore da trasmettere agli altri.

Tutto è possibile a chi osa cambiare gusti uscendo dalla propria “comfort zone”. Per noi italiani, così tanto attaccati alla nostra tradizione culinaria, riuscire a concepire un piatto del genere e inserirlo nella nostra dieta quotidiana è difficile, tanto.

√ Detto questo, esistono cose uniche e insostituibili oggettivamente. Il caffé ad esempio.  E per quanto io apprezzi quello lungo americano o il cappuccino frozen da Starbucks, e per quanto sia cosciente che con il tempo abitudini e gusti cambiano, ci sono cose che restano e altre che vanno via. E intanto che tutto nella vita diventa fluido e rarefatto come il tofu nella zuppa, mi attacco a un’unica piccola certezza: l’espresso.

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Nel weekend ho mangiato, anzi no… ho viaggiato.

Weekend all’insegna del cibo. Cena fuori, no take away, please. Provare qualcosa di diverso, sedersi a tavola, ordinare, uscire dalla routine culinaria quotidiana che ci si costruisce attorno. Andare a cena non solo per mangiare ma anche per “respirare”. Cambiare gusti, provare nuovi accostamenti, sedere a un tavolo diverso vale moltissimo. Essere curiosi verso i gusti di un’altra nazione, avvicinarsi alle tradizioni culinarie di una cultura differente dalla propria equivale a fare un viaggio, in un certo senso. Se si opta per questo tipo di travel experience, si farà una scelta low cost. Le ragioni? Le seguenti.

1. una cena etnica, per quanto costosa, non costringerà a tirar fuori dalle tasche banconote superiori a 50/80 euro. (nel weekend in questione ho pagato 50 euro il totale delle due cene)

2. occorrerà prenotare con anticipo –  in giornata, sia chiaro.

3. esperienza breve, intensa e condivisa – vuoi mettere il piacere di sedere con gli amici allo stesso tavolo, dividere le pietanze e gustare appieno quel momento che durerà al massimo 2 ore? Ecco, vince chi riesce a fare il miglior viaggio, con la giusta compagnia, in quelle 2 ore. Non ho detto che è facile, ho detto solo che è possibile.

4. Il volo dell’immaginazione – un viaggio è strettamente connesso ai nostri sensi, libera la mente e le associazioni che ogni individuo è in grado di fare. Per questo si tratta di un’esperienza soggettiva. Entrare in un locale dove si cucina del sushi o della zuppa thailandese con chiodi di garofano e zenzero apre i sensi, libera i ricordi e la mente prende il volo verso una strada tutta sua.

Personalmente, ciò che rende unico l’atto di uscire fuori a cena sono gli amici. Un piatto può essere condiviso con gli altri sia in pratica che in teoria, offrendo assaggi, sensazioni gustative, e arricchendo in questo modo l’esperienza del gruppo. Scambiarsi opinioni riguardo a quel che si sta gustando in un determinato momento aiuta ad avere una visione più chiara di cosa stiamo mangiando. E’ un momento di confronto.Guardarsi da soli allo specchio di certo non ci aiuta ad avere una visione obiettiva di noi stessi

Ecco, prima che vi addentriate in questo viaggio, ci tengo a precisare alcune cose.

1. troverete utile questo post se vi piace l’etnico e siete in cerca di un posto buono dove mangiare a prezzi ragionevoli a Roma;

2. questo post è il tentativo di farvi assaggiare le atmosfere che ho vissuto;

3. non si tratta di una critica culinaria,  mi astengo da giudizi gastronomici di un certo tipo, e lo dico: non sono una foodblogger! Racconto solo storie legate al cibo;

4. Se è ok, possiamo iniziare. Sì perché adesso questo viaggio lo faremo insieme, io e voi;

5. Bene, dovete sapere che spinta dalla voglia di viaggiare low cost, questo weekend mi sono concessa il semplice lusso di due esperienze foodiane: giapponese e africano.

Primo giorno – Venerdì, Giappone. 

Per il giapponese ho optato per un all you can eat dal menù economico di 19 euro, bevande e dolci esclusi. Il locale in questione è Daifuku, in via Cremona a pochi passi da piazza Bologna. E le posate in questione sono queste:

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Eravamo 8 persone circa e abbiamo ordinato un bel po’ di cose: dal sushi misto con sashimi e hosomaki agli uramaki rolls, pura goduria per il palato, per poi finire con gli onigiri, le polpette di riso ripiene di pesce. Abbiamo accompagnato il pasto con una birra giapponese e con qualche zuppa di miso, tofu e alghe. C’è chi ha preso del sake, a me personalmente non piace. Ero già abbastanza piena da non poter mettere in stomaco ulteriori cose a fine cena, liquidi e non. La qualità del cibo lì è buona, probabilmente nella media per quel che riguarda la categoria dei ristoranti asiatici all you can eat. Il menù è vasto e le porzioni abbondanti. In realtà a me sarebbe bastato guacamole e salsa di soia a rendermi felice.  😀

Intanto che tra una portata e l’altra la cena va via in men che non si dica, si può decidere di fare un giro per piazza Bologna o andare a bere una birra in viale Ippocrate, passando per il quartiere universitario. Non c’ero mai stata, ma quella zona mi ha piacevolmente sorpreso. Piazza Bologna il venerdì sera è strapiena di gente. Mi stupisco del fatto che Roma sia un nodo centrale grande, enorme, fatto di mille nodi di raccordo dove la gente si ritrova. A Roma esistono quelle che Milano sogna di avere, le piazze.

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Secondo giorno – Sabato, Africa

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Sabato dai sapori piccanti. Dal Giappone si va in Africa, da Piazza Bologna a Castro Pretorio, vicino Termini. Si tratta di uno dei fulcri multietnici della città. In particolare, quella zona ha un’alta concentrazione di africani e di relativi bar/ristoranti africani. Il luogo prescelto è il ristorante Africa. Ci accoglie un’atmosfera calda. Il locale è gestito da una coppia di etiopi e serve cucina tipica etiopica-eritrea. Appena entrati si fa un bagno negli odori forti. E’ talmente intenso da sentire l’odore della carne speziata e da far venire l’acquolina in bocca. Nell’attesa, ci prendiamo una birra, giusto per portare la temperatura corporea a uno livello più basso. L’interno è rosso e in legno. Sulle pareti sculture grandi, tipiche delle tribù africane raffiguranti totem e mappe del continente.

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E’ chiaro che non si tratta di un ristorantino chic, e ogni sorta di chiccheria occidentale è bannata. I piatti a base di carne vengono serviti su un letto di pane, più simile a una crêpe salata. E’ d’obbligo mangiare con le mani, arrotolando il pane attorno alla carne, accompagnando il tutto con le loro salse piccanti. In una parola, tutto questo si traduce in GODURIA. Proviamo 2 piatti: un antipasto misto a base di polpettine di carne e salsa allo yogurt speziata, e un secondo a base di carne di manzo e salse. Io ho ordinato uno SPRISS ROSSO e i miei amici uno ZIGHINI. Non saprei dire onestamente quale fosse la differenza, a guardarli erano molto simili. Avvolgere la carne calda in quel pane mi ha fatto sentire quasi a casa, quando fare la scarpetta è d’obbligo, specie se la portata è un ottimo sugo di polpette o lo spezzatino.

[Antipasto misto]

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[Spriss Rosso]

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Ecco, fino a ieri riflettevo sull’ipotesi di diventare vegetariana, almeno per un periodo, inserendo più verdure nella mia dieta e provando a disintossicarmi. Che poi in realtà dovrei disintossicarmi da ben altro… Fatto sta che mangiare carne e provare cibi etnici a base di carne è uno dei piaceri che non voglio negarmi al momento.  Non mi sento ancora pronta per un’alimentazione a zero carne. Certo, confido nel fatto che con l’obiettivo di diventare una persona migliore, sempre più incline verso l’ascetismo, inizierò con l’abbandonare qualche vecchia abitudine. Eliminare la carne potrebbe rientrare nella lista dei To Do. E se davvero un giorno vorrò vedere nascere un’asceta dentro me, mi toccherà passare dall’India… A tal proposito conosco un ristorante indiano, fighissimo, dove si mangia basmati speziato e pollo al curry. Il tutto servito in eleganti portate fighissime, vassoi fighissimi e da signori indiani, dei gran fighi. Ma questo ve lo racconterò nel prossimo viaggio.

(E come vedete, ovunque ci si trovi nel mondo, o mentre si è intenti a guardare il proprio sé, gli altri e le cose, inizio, mentre e fine di tutto questo è sempre e solo una cosa: il cibo.)