<< All I need is a Love Mug >>

Il cappuccio che fa bene al cuore  


 

Ogni tanto mi concedo un cappuccino, anzi, un bel cappuccione come lo chiamo io. Oggi, ad esempio è stata una di quelle giornate dai toni grigi. Sarà perchè ho fatto di fretta stamattina, uscendo senza aver fatto colazione. Avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su attenzione e morale e che colmasse il mio vuoto interiore. Sapete quanto è importante per me mettere del cibo nello stomaco la mattina e il significato che ha soprattutto a livello psichico. Il mio corpo era nudo, non m’ero vestita di significato e di conseguenza soffrivo il fatto di non riuscire a dare un senso a questa giornata. Non avere l’input né forze per  immaginare i momenti che oggi avrei vissuto mi dava un senso di inadeguatezza e tanta stanchezza psicofisica. L’organismo richiedeva una ricarica, la mente pure. Quindi sono andata al bar, il solito bar con quell’ ambiente amichevole e così vicino a me. Entrare in quel luogo e respirare l’atmosfera solare che lo permea è un elisir per il mio cuore. 


Così ho gustato un ottimo cappuccio caldo, con spolverata di cacao e schiuma di latte rigenerante. L’ho accompagnato con una brioche al cioccolato, oggi avevo troppo bisogno di un abbraccio. E per quanto buono possa essere il mio caffellatte, preparato con ingredienti di prima scelta (la mia, intendo), non arriverà mai a darmi un’esperienza simile a quella di oggi, quella che ogni tanto mi concedo. In questa tazza, così come nelle decine di caffè diversi che in quel luogo ho consumato, c’è amore. L’amore di chi l’ha preparato per me.  Questo accade perchè esistono persone che sanno usare gli ingredienti giusti per preparare qualcosa di unico, prodotto dalla relazione esclusiva che hanno creato con me. 


L’amore è una cosa semplice, fatta di genuinità, rispetto, conoscenza e rinnovo della fiducia reciproca. E tutto questo, nei suoi mille diversi aspetti e nella sua grandezza è  come un buon caffè, il rinnovo di un rituale quotidiano.

Tutto l’amore può essere espresso in una tazza.
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Eat it easy! It’s just a biscuit.

 >Biscottoni<
Rustici e da pucciare. Non si devono rompere, nè spappolare se inzuppati nel caffè caldo. Queste le caratteristiche principali. Devono avere, inoltre, un buon profumo, un bel colore e una forma decisa, ben disegnata. Devono farmi immaginare. Una giornata non può iniziare senza un buon biscotto. Le mie mani, prima di affacciarsi al mondo hanno bisogno di sentire qualcosa di familiare e sicuro. Contatto con il rassicurante, una superficie multi-touch che generi stimoli sensoriali a raffica. Il gusto, invece, deve inviare a tutti i ricettori nervosi del cervello il desiderio di mangiarne un altro subito dopo, e poi un altro. Il buon senso farà solo da freno oltrepassati i quattro. 
Tutto questo è tanto fun e fantasia. I miei.

1. In the countryside or in campagnolandia
 
Non sono mai stata fedele alle marche, ma questi biscotti sono eccezionali. 
Ciò perchè possiedono tutte quelle caratteristiche di cui parlavo. Le campagnole sembrano fatte apposta per fare avviare al meglio la giornata. La loro superficie multidimensionale fa sì che si prestino un sacco alla fotografia, ispirano composizioni. In queste due foto sono riuscita a cogliere la profondità del biscotto. Nella prima l’ho fatto grazie al libro, nella seconda grazie alle prime luci del mattino. Il libro in questione è “L’inconfondibile tristezza della torta al limone” di Aimeee Bender. E’ la storia di una bambina capace a cogliere il sapore dei sentimenti nel cibo. Più in generale, narra di un universo intero che si cela dietro ai sapori. Ok, non ho questo superpotere ma credo che in tutto quello che mangiamo ci sia una storia. L’atto stesso del cibarsi è “cre-azione di senso” ———-> So, make it – eat it – try it! 



2. Inside my coat
 
 
Questi, invece, sono molto diversi dai primi. Più piccolini, lisci, con granelli di zucchero. Poco inzupposi. Non li ho comprati io infatti, ma comunque meritano attenzione. Almeno solo per il gallo che portano impresso sia in superficie che nel nome. Ho pensato a un contenitore per questi biscotti. Così piccoli e sbriciolosi, dovevano essere avvolti all’interno di un contenitore capace di comunicare calore. Contenitore = Cappotto. Il sarto fece le tasche, io ci metto i biscotti. 
Come se li potessi portare sempre con me, un biscotto all’accorrenza.
Mangiarne uno così da rimediare alle amarezze quotidiane e ritornare un po’ indietro nel tempo, al momento della colazione. Quando ancora la giornata deve iniziare e ho tutto il tempo, il giusto tempo per immaginare momenti, disegnare i desideri, le speranze…Se non ci fosse il caffè nella mia vita, probabilmente vivrei solo di sogni.




It’s a bittersweet life…

Arriva il cioccolato.

Al latte, con nocciole intere. E’ una tavoletta di qualità media, niente di eccezionale. Me l’ha regalata mia madre e ciò, almeno per me,  ne aumenta il valore.  Forma, dimensione e colori scatenano nella mia mente una serie di immagini e sentimenti. Voglia di scomporre, ridare un nuovo ordine alle cose. C’è tanto bisogno di ridefinire quello che ci è stato dato. Lascio che a guidarmi sia un solo imperativo: Reinventare.  Detesto gli ordini, le cose imposte, quel sistema kilometrico  pesante quintali di roba non originale, preconfezionata. Oggi ho fatto a pezzi quella tavoletta. Voleva essere spezzata, me lo chiedeva. Poi, ho adagiato quei pezzi su della carta d’alluminio. Ho sparso qualche mandorla nuda, perfettamente liscia. Cioccolato alle nocciole e mandorle. Sapori dolci e armonici, tenuti insieme dal gioco cromatico del chiaro-scuro che crea contrasto, allarga la visuale, espande il pensiero. L’atto di assaporare qualcosa, qualsiasi tipologia di cibo, scatena delle sensazioni, crea immagini mentali. Apre l’enciclopedia che ognuno di noi tiene segretamente dentro sè, rievoca momenti, sogni, emozioni. Il cioccolato è una di quelle cose che mi fa stare bene. Ha il potere di rilassarmi, di condurmi in un mondo fatto solo di cose dolci e rassicuranti. E’ un abbraccio. La teobromina e la caffeina, alcaloidi contenuti nel cacao, hanno un forte potere sul sistema nervoso. Potere che si traduce in due parole: Euforia.Eccitazione. A ciò si aggiunge tutta una serie di sostanze energizzanti, tra cui il magnesio, contenuti nella frutta secca. Quelle nocciole, immerse tanto bene nella tavolozza, non bastavano. Avevo bisogno di tanta energia oggi. Così ho unito un po’ di mandorle. Rigenerare il mio metabolismo cerebrale e, insieme, anche un po’ il mio cuore.

Poi, per completare la composizione e assecondare il mio mood dovevo aggiungere qualcosa d’amaro. Agrumi. Arance e limoni. Contrasti papillo-gustativi, contrasti cromatici. Opposti che infrangendosi l’uno contro l’altro si fanno da specchio reciprocamente. L’occhio ha difficoltà a trovare una connessione. Trova un equilibrio alla fine ma fatica a restare fermo.  Tutto è così fuggevole. Tanta amarezza.

Da un lato, però, devo dire che gli agrumi, in queste fredde giornate,  sono stati la mia ancora di salvataggio contro l’influenza. La seconda, in fila al paracetamolo. Questi, poi, vengono direttamente dalla mia Sicilia. E ciò fa la differenza. Sono legata emotivamente a questa composizione, forse più che alle altre. E’ un microuniverso di quello che è la vita per me, fatta di giornate dai toni diversi e da sentimenti contrastanti. E visto che, scindere tutto quello che siamo è praticamente impossibile, la cosa più semplice da fare non è altro che prenderne atto, fotografare, fare un’istantanea della complessità e accettarla. Il resto, la parte per me più importante, è fatto solo di sapori, consistenze, sfumature diverse colte da ognuno di noi nella maniera che più gli appartiene. Solo questo ha il potere di infrangere ogni tipo di ordine precostituito e, nel farlo, generare bellezza.

Fast station, low food, lonely people, lots of photos…

Stazione Roma Termini. 
Cuore pulsante della città, iperbole di una realtà metropolitana che sembra reggersi su insegne a led luminosi e scale mobili. Conglomerato informe d’individui, masse anonime di persone che inseguono chi un treno, chi un taxi, chi un bus là fuori. Luogo di una realtà eco di se stessa, la stazione amplifica qualsiasi percezione  spazio- temporale  in maniera talmente forte da infondere sfasamento interiore. Il tempo tiene i fili di questo gioco, come un burattinaio che scrive e guida i destini di personaggi inermi, senza storia. In questo spazio la vita è compressa, impacchettata e servita nelle confezioni dei fast food al cliente-consumatore-passeggero. 

Stasera volevo trovarmi lì, in quel luogo schizoide, con la mia reflex. 
Era ora di cena, gran parte delle persone stava concedendosi un pasto veloce. Tutti somigliavano tristemente a tutti. Qui il concetto di cibo-veloce a basso costo è impresso nell’aria come una  stigmate contemporanea. Aleggia lo spirito fast-foodiano negli spazi della stazione. Entra nei sensi delle persone e le rapisce. La folla si accalca davanti al MacDonald’s, tutti in fila per chiedere il BigMac con tanto di patatine fritte e Coca Cola. Così, tra un morso e un sorso di Macfood si spezza il tempo. In questo modo trascorrono le attese e si riempiono i momenti vuoti, intermezzi tra un vivere e un altro. 
Pacchetti monotematici di cibi pre-fritti, 
pre-cotti, messi in fila come giornali in edicola, sistemati in pile ordinate per quell’universo indifferenziato di clienti che transiteranno. Passeggiare  e fotografare le esperienze foodiane di individui alla stazione è come vestire i panni di un investigatore, o meglio, di un intruso che distrattamente è finito nel posto sbagliato. Ho fatto scatti fugaci, pochi se ne saranno accorti. Altri, invece, non mi hanno proprio vista. Ho degli urti da parte di individui distratti. E’ una cosa che odio. Gente che urta altra gente è gente che non vede, noncurante delle persone vicine. Gente come un pacchi supercolorati di patatine gonfie d’aria, di niente. Per un momento mi sento anch’io così, impacchettata in un piccolo mondo sintetico, ovattato.  Spazi fatti da tavolinetti mignon senza sedie, servizio del mordi e fuggi. 
Fette di torte gelatinose messe lì, in un ambiente grigio, senza un minimo accenno di vita. Surrogati prodotti per soddisfare voglie indefinite o, semplicemente, voglie inesistenti. 


Superfici riflettenti la solitudine infinita di sconosciuti che si incrociano con lo sguardo per una breve parentesi di tempo. Uomini siedono vicini,  al primo piano, su sgabelli dai quali è possibile vedere il mondo, quel mondo.

Sto solo trovando il modo per buttare giù il turbinio di sensazioni che ho ricevuto. Mi rendo conto di essermi sottoposta a uno stress mentale non indifferente. Non è la prima volta che frequento la stazione di passaggio, ma mai prima d’ora ho fotografato quei luoghi. La reflex mi regala una visione più ampia e vivida delle cose. Questo è uno dei motivi per cui la amo. E’ come se avessi un altro occhio. 
Avrei tanta voglia di sentire il profumo del buon cibo, magari quello di un buon caffè. Resisto, aspetterò il momento della colazione. Intanto mi preparo per la notte. Spero che i sogni mi portino in uno spazio accogliente, una dimensione che sa di casa. Casa mia. Intanto che mia nonna  mi prepara gli gnocchi con acqua, farina e le sue mani.