Viaggio a Barcellona [prima parte]

Introducing Miró

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Tornare a Barcellona è stato come vivere un grande flashback. Ho avuto la fortuna di andare lì in erasmus, viverla per 7 mesi intensamente, a 23 anni compiuti. Non è cambiato nulla. La città vive di energia propria, tanti dicono che Barcellona è contagiosa, ed è vero. Sarà per il suo fascino esotico, perché è un posto di mare ma anche un posto culturale, ricco, che si lascia scoprire e che ha molto da dare. Sì, Barcellona si lascia scoprire, facilmente. E questo è quello che ho fatto. Girare per il Raval e assistere a uno spettacolo di odori, immagini e sapori di una Barcellona cosmopolita, andare a Gracia – quartiere dove ho vissuto in erasmus – e lasciarmi affascinare dai locali innovativi, il gusto nell’arredamento, il design, le piazze dove il tempo si ferma e tutti si ritrovano lì. Ecco, Gracia è diventata più bella, con un’offerta impareggiabile per tutti i gusti. è il mio quartiere preferito e il motivo per cui lo scelsi ai tempi furono i consigli delle persone e qualche giretto di perlustrazione che da solo bastò a farmi rendere conto che quella fosse una piccola città nella grande città. Gracia ha un’anima catalana indipendentista molto forte ed è insieme uno dei quartiere più trendy di Barcellona con i suoi barber shops, i locali di moda, l’offerta variegata e per tutti i gusti che il quartiere propone. Qui un assaggio di tapas e cerveza in un locale che si affaccia a Placa del Sol, mio luogo preferito del quartiere.

Clara, Moritz, tapas. Algo mas? #barcellona

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Poi c’è il Gotico, il Born e la Ribera. Basta fare un passo a sinistra della Rambla andando in direzione Passeig Colom. Si tratta della Barcellona antica e di tutto il suo fascino racchiuso lì, in quelle vie misteriose, nei vicoli stretti che si snodano dietro la bellissima cattedrale, con le sue piazzette poco conosciute ai turisti, per poi finire nel quartiere vicino al mare, la Ribera, un piccolo slot rettangolare fatto di stradine umide, taperie dove mangiare il pesce e taverne dove bere sangria.

Sono andata nel famoso locale Les Quatre Cats dove Picasso, Dalì e Mirò erano soliti andare e fare arte. Adesso il luogo è molto cambiato, da una semplice taverna si è trasformato in un locale trendy anche se non mancano i riferimenti artistici a quel periodo. Qui un altro assaggio di questo posto: non potevano mancare il pan y tomate e i famosi pimientos.

Eating At #les4cats where picasso and miro used to!

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Ho  percorso Barcellona in lungo e in largo in soli 3 giorni e sicuramente il fatto di conoscere già la città mi ha aiutato nella scelta delle cose da fare. Per la prima volta sono riuscita nell’impresa di andare fin su al Tibidabo, la zona più alta di tutta la città che offre un panorama incredibile e un parco divertimenti d’intrattenimento. Dalla ruota panoramica ammirare il paesaggio di fronte è ancora più emozionate e bello. Questa è una foto di una delle attrazioni che porta più in alto.

Postcard from Barcelona. #tibidabo #barcellona #cataluña #travelling

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Qui invece, passata la paura del giro, tornavo ad assaggiare dopo 6 anni gli amati Xurros y chocolate, must have del giro a Barcellona, l’unica città del mediterraneo dove trovare le Xurreries e concedersi un sano peccato di gola.

Xurros y chocolate. #likeaboss #badass #barcaesbona

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Vi lascio con questa foto panoramica, il resto del viaggio ve lo racconterò nel prossimo post.

** B A R Ç A **

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Se avete domande o volete consigli per visitare Barcellona non esitate a chiedermi. Sarò felice di rispondervi. Se invece volete condividere con me le vostre esperienze di viaggio sappiate che ho una lista dei posti e delle città da visitare pressocché infinita e quel che cerco è un consiglio, un posto dove andare, un sapore nuovo da provare. Siete i benvenuti nell’impresa di contaminare e arricchire la mia agenda di viaggio. Se volete saperne di più dei miei viaggi date un’occhiata qui.

Seguitemi su Instagram per avere i miei aggiornamenti in real time. Ci ho messo un po’ a scrivere questo post, trovare un attimo non è mai semplice e forse solo adesso mi sto concedendo un momento per fermarmi e riflettere sul mio viaggio fatto più di 10 giorni fa.

Ho tanti sogni nel cassetto e tante ricette da mostrarvi. A presto, su queste pagine e nella vostra vita.

PS: nel prossimo post su Barcellona vi racconterò di un luogo a Barceloneta dove ho mangiato paella di pesce e una delle migliori creme catalane mai mangiate.

A presto, con affetto la vostra Foodiana.

 

 

 

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Camera con vista

Domenica 16 novembre.

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Oggi non voglio fare niente, quel niente che fa bene e che serve a stare con sè. Nel migliore dei modi possibili, nel migliore dei mondi possibili.

Il cielo è cupo, l’aria è fredda, e c’è silenzio. Dall’ultimo piano di casa mia è strano non sentire voci e rumori da fuori. E invece niente. Solo un eco lontano di macchine, strade, sirene. Ma molto lontano. È un sottofondo piacevole, non si sente nemmeno. Ho un film che sta per iniziare, ed è “Train de vie”. Potrebbe essere l’argomento del prossimo post di Colazione per Cinefili, ma oggi lo tengo per me. È un film di qualche anno fa, consigliatomi da un’amica e in genere fidarmi degli amici è una delle cose che mi riesce meglio. Scelta vincente.

Da una settimana sto seguendo una dieta diversa. Non la classica dieta per dimagrire. L’intenzione è quella di alimentarmi in modo diverso, voglio essere cosciente, più di prima. Sto cambiando, sono cambiata durante i mesi qui, e me ne accorgo con il tempo. Adesso sono sull’onda di un cambiamento crescente, per cui aggiungo piccoli tasselli diversi, di volta in volta. Adesso è il fatto alimentare. Domani potrebbe essere un’altra delle infinite cose che mi frullano per la testa. Ne scrivo perchè questo è il mio luogo nel web in cui ho deciso di raccontarmi partendo dagli scatti di cibo. Probabilmente adesso ci saranno scatti differenti, sempre di cibo ovviamente ma anche di me, di viaggi, di momenti che voglio condividere.

Quando ho iniziato a esprimere l’idea di voler diventare vegetariana per una serie di ragioni che non sto qui ad elencare, la reazione della maggior parte delle persone è stata pressocchè la stessa. Il NO che è seguito da critiche varie, giusto per. Ero preparata a questo, ci scherzo anche su tutt’ora, quando mi trovo con gli altri o quando timidamente esprimo la mia presa di posizione. Non che non sia convinta, ma dare troppe spiegazioni agli altri, amici e non, è una cosa che non mi va proprio di fare. Questa è una scelta mia, non degli altri. La scelta di non mangiare carne e di evitare una serie di cose è collegata a una via di “purificazione” se così si può chiamare, generalizzata. Dovrei elimare anche una serie d’altre cose ed introdurne di nuove nella mia vita. Sto facendo un percorso, sono all’inizio. Però devo dire che da quando ho introdotto cibi più sani e da quando ad esempio ho eliminato tutte quelle porcherie raffinate, mi sento molto meglio.

Cambiare regime alimentare porta nuove scoperte. Ad esempio, provare cose viste da lontano, da sempre, e scoprire che sono buone e fanno benissimo alla salute e all’umore. Il Porridge, ad esempio. Altro non è che un mix di avena e acqua portata ad ebollizione. È una crema che si può condire a piacimento con frutta di vario tipo, cacao o cannella.

Oltre alle preparazioni homemade, che devo ancora sperimentare e che spero di condividere con voi qui sul blog, faccio anche altre interessanti scoperte enogastronomiche locali. Come sapete vivo in Polonia e a Wroclaw, nella piazza del Rynek, ha da poco aperto un nuovo locale, Yammi Wraps. Si tratta di una specie di fast food, ma niente di equiparabile a Pizza hut o Burger King. Specialità sono i Wraps e le insalatone. Per chi non lo sapesse, i Wraps sono dei rolls di piadine (tipo) condite con diverse cose e insaporite con le salse. Il menù di Yammi Wraps comprende roba vegetariana e non, ma devo dire che è molto “green” e salutare. Tutto è fresco, la cucina è praticamente dietro al bancone così come gli ingredienti a cui buttare un occhio prima di vederli cotti e dentro al wrap. Qui trovate le foto di una delle mie cene di qualche sere fa. Dopo una giornata lunghissima a lavoro e il freddo di novembre, era quello che ci stava. Nel mio caso, ho scelto un’insalata veg e una zuppa del giorno, alla zucca. Con pochi zloty avrete porzioni abbondanti, naturali e molto buone.

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Ho anche scoperto un super blog sul veganesimo, fatto benissimo, con un canale YouTube invidiabile. Si tratta di Veglife Channel. Canale green, poche ricette ma buone, spiegazione utilissima che mostra passo per passo come realizzare i piatti (che non immaginereste mai di poter fare da soli a giudicare dagli ingredienti che mancano di burro, uova, latte di mucca e tante altre cose) e risorse utili per chi volesse saperne di più sull’argomento.

Tra l’altro è giunto il momento di preparami il pranzo, oltre che di vedere il film menzionato poco fa. Vi lascio con le ultime immagini. Questo è quello che vedo fuori dalla finestra della mia camera. Ho bisogno di fermare il tempo e i ricordi tramite le istantanee. Tra poco lascerò la casa e l’unico modo per vedere tutto questo sarà grazie alle foto e ai ricordi che saprò conservare. Mettere i piedi e la testa fuori da questa finestra è una delle cose migliori fatte finora qui. Ho visto persone baciarsi, amici incontrarsi e animali in giro per il piccolo parco sotto casa mia. Ho visto le case degli altri e ho immaginato le loro storie. Ho visto i palazzi, pezzi di città, finestre, colori e ho udito le voci dei passanti, le urla degli ubriachi e gli odori dei ristoranti sotto casa. Questa visuale, dall’altro, mi ha fatto percerpire le cose in modo sicuramente diverso, con un senso di ampiezza e di apertura grande. Se fossi stata al secondo piano tutto questo non sarebbe successo. Ora ho ampliato le mie vedute. Questo è il mio nuovo angolo di mondo. Scattare foto fuori da questa finestra è diventato uno dei miei hobby a Wroclaw. Ho ammirato il cielo, gli spettacoli che mi ha regalato. Ho ringraziato la luce del giorno per avermi svegliato (ho tolto le tende) e ho visto passare stormi di uccelli sopra la mia testa. Questo paesaggio, intimamente mio, mi ha regalato emozioni e ispirazioni. Le conserverò con me, portandole dietro nel prossimo viaggio, quando la visuale sarà diversa e potrò arricchirmi di nuove cose.

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Food moments ~ foodianesimi quotidiani

Come l’universo, la Terra e le stagioni, sono soggetta a moti interiori che mi portano da un lato all’altro dei miei limiti. I limiti di cui sto parlando sono quello di massima sopportazione e quello di estrema gioia. Vorrei tanto incontrare di più quest’ultimo lato, aggrapparmici forte, non lasciarlo. Conoscessi la formula esatta per farlo lo farei. Ma il bello della vita (quello che viene considerato tale) è un continuo lasciarsi andare a prove ed errori, passare di esperienza in esperienza.
Cosa resta di tutto questo? Di tutti i posti in cui abbiamo vissuto, della gente che abbiamo incontrato, dei tramonti che ci siamo lasciati alle spalle? Come ho già detto altre volte, restano 2 cose: i ricordi ai quali ci aggrappiamo con la paura di perderli e quello che siamo, la trasformazione già avvenuta e probabilmente irreversibile. In senso positivo però. Il mutamento fa parte di noi stessi, cambiare è la nostra natura. Siamo giovani Ulisse in cerca di noi stessi. Se non ci fosse il cibo, in certi momenti saremmo perduti.

Per evitare di dimenticare, e per ricordare cosa mi ha fatto cambiare nel corso di questa avventura, faccio memoria in questo post dei food moments più importanti degli ultimi tempi. E voglio condividere con voi tutto questo, perchè è quello che ci unisce e qui ci riconosciamo.

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La cassatina siciliana di Favignana. Condivisa con Margherita, la mia amica. La prima vacanza di questo 2014 è stata segnata da questo pranzo, da questo dolce. E dalla sua insostituibile compagnia.

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…Però quel giorno,  tutto ebbe inizio con la colazione a Favignana. Non ne facevo una così da mesi. Quel giorno arrivammo lì prestissimo. L’isola era quasi deserta, l’aroma del caffè si confondeva con quello del mare.

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Il Crumble prima della partenza in Sicilia. Ho scoperto questo posto un attimo prima di mettermi su un taxi per andare all’aereoporto di Wroclaw. Un posticino vintage in una delle strade principali della città, addobbato con tente e rose, abbellito dal gusto di una proprietaria cordialissima che si mise a parlare con me del più e del meno, dall’Italia, al lavoro, alla politica dei Blue Taxi in Pol0nia. Finì che fu lei a chiamarmi un taxi, perchè quelli là fuori costavano di più.

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Colazione al Winter Garten di Berlino. Come dimenticarsene e come non innamorarsene? Uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto. Per far colazione, intendo. Se gestissi un posto così penso che sarei felice per il resto dei miei giorni. Anche perchè vivrei a Berlino, e ditemi se è da poco.

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Colazione irish, the original one. Ero a Belfast e muovevo i primi passi in Irlanda. Dopo Dublino sono andata al nord, a fare un viaggio. A trovare Marghe, chi se non lei?

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Gli gnocchi della nonna. Perchè dove c’è nonna, c’è casa. E tutte le volte che mi sento persa, so dove tornare.

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La colazione da Starbucks, il bar sotto casa. Perchè mi piace l’atmosfera accogliente, l’aria internazionale che si respira. Perchè ogni volta che entro lì e mi siedo, quella grande mappa con tutti i continenti impressi mi ricorda quanto è importante andare e tutti quei posti che devo ancora visitare.

Foodiana

Chinese food – Il migliore, a Roma

Esistono esperienze passabili, altre top. La maggior parte si colloca in mezzo, lasciandomi con quella sensazione di soddisfazione generale ma nulla di eclatante. Esperienze foodiane a cui darei un 7 e 1/2 e se non arrivo al 10 non chiedetemi perché. Il motivo è più di uno, ma spesso è perché non mi ha entusiasmato abbastanza. Tutto buono sì, ma non entusiasmante. Quella che sto per raccontarvi adesso è un’esperienza foodiana buona, molto buona. Ed etnica, chiaramente. Avrete capito che sono fan dei cibi intercontinentali e che mi piace da matti andare a caccia di piatti buoni, non italiani, straordinari e memorabili.

Avevo già parlato dei lati positivi del vivere nel quartiere multietnico di Roma. Ecco, uno di questi è avere quasi sotto casa il miglior ristorante cinese della capitale. Il locale si chiama Hang Zhou (non chiedetemi la traduzione cinese) e la proprietaria Sonia, una cinese occidentalizzata dal nome italiano e dai capelli alla francese con tanto di frangione. Ve la presento:

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A parte l’apparenza ciociara della signora Sonia, lì servono ottimi piatti cinesi, come non fanno altrove. Il piatto è originale, per certi versi ricercato. C’è un non so che di “italiano” nelle portate, ma nel senso buono del temine. Poi, sarà per la smania di prendere un premio del Gambero Rosso o per tener alta quelle stelle di TripAdvisor, il menù presenta specialità simil-italiche. Il tutto condito da un personale di servizio simpatico, caciarone e un po’ burino. Sempre nel senso buono del termine. Certo che cinesi che parlano romanaccio li si vede solo lì, eh. E nelle scuole. Ascoltare i consigli del ragazzo di servizio è stata la parte più divertente. Insomma, era come se stessi parlando a un oste di Trastevere o di Rione Monti. Così, curiosa di approfondire questa conoscenza col “padrone di casa” inizio a chiedere mille consigli. Anche perché il momento dell’ordinazione si rivela essere un dramma, pressocché sempre per me. Troppi nomi, il più delle volte sconosciuti, troppi odori, troppe portate allo sguardo. Insomma, è la fase che coincide con la “scelta” e io non riesco mai a scegliere con convinzione. Per cui succede che vado sul classico e ordino involtini primavera, ravioli al vapore e zuppa di wonton. Per finire una bella palla di gelato bicolore e passa la paura. 

ZUPPA DI WONTON – per iniziare, una zuppa è d’obbligo. In questo caso ho scelto dei wonton, i ravioli ripieni di carne.

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INVOLTINI PRIMAVERA – trattasi di roll non fritti! Ebbene sì, esiste qualche piatto eccezione alla regola del tutto-fritto nella cucina cinese. Forse non li troverete ovunque, ma Sonia, metà cinese, metà romana, sa bene che gli italiani sono attenti alla linea e se possono evitano i fritti. Quindi, nessuna paura. Questi sono ottimi, non vi deluderanno.

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RAVIOLI AL VAPORE – il mio piatto d’obbligo. I ravioli di carne al vapore sono stati il mio primo amore, e ogni volta è bene rinnovare il ricordo. Tra l’altro provai anche a farli in una delle mie serate universitarie a  Bologna. Con risultati scarsissimi, che ve lo dico affà? Però è certo che un piatto si presta ad essere ripetuto e la cucina emulata sono se è degno di memorabilità. Questo lo è.

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POLPETTE DI MAIALE E BASMATI – New Entry, ebbene sì. Anche questo, piatto d’obbligo. Devo dire che ha stimolato la mia curiosità. E’ il piatto consigliato dal Gambero Rosso. Vabbé, come un critico culinario di tutto rispetto, decido di provare ste polpette. Poi mi rendo conto che sono più buone quelle fatte da mia madre. Ma sono dettagli.

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GELATO FRITTO – Gli antipasti (chiamiamoli così) decisamente sazianti hanno permesso che io passassi subito al dolce, in modo da completare anche l’apporto calorico degno di una chinese dinner che si rispetti. Il gelato è stato una sorpresa. Il bigusto all’interno di un’unica palla fa sempre il suo effetto. Era lo yin e lo yang della filosofia orientale. Il rivestimento di pasta fritta era leggero e morbido. Anche questo un piatto che si è lasciato ricordare.

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Personale di servizio: 8 – bravissimi, simpaticissimi, velocissimi, ma sta spocchia di essere i migliori ce l’hanno impressa in faccia come i tratti somatici tipici della loro etnia. E a me i primi della classe non sono mai piaciuti;

Involtini primavera: 8 – ottima l’idea di non friggerli ma resta da migliorare l’aderenza delle superfici del piatto. Un rotolo che si apre non è proprio bello, diciamocelo.

Zuppa di wonton: 10 – Niente da dire

Ravioli al vapore: 9 – M’aspettavo di più, invece non si sono fatti ricordare per niente. Sì buoni, ottimi, ma da Sonia mi aspettavo il raviolo perfetto che si scioglie in bocca e ti fa piangere per l’emozione.

Gelato fritto: 11 – Con lode.

e per finire in bellezza… BISCOTTO DELLA FORTUNA. Refusi a parte, ci hanno preso bene. C’è proprio tanta felicità nel mio avvenire, già la vedo da un po’ 🙂

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Il cielo d’Irlanda… ma anche la gente, la Guinness, il food.

Scrivere di viaggi mi rilassa, mi fa sentire una persona migliore e mi fa rivivere quello che ho tristemente lasciato. In questo post scriverò del weekend appena trascorso, del bellissimo viaggio che ho fatto a Dublino, delle persone che ho incontrato e dell’ottimo cibo che ho mangiato.

Voglio aprire questo post così: un viaggio apre la mente.  Quello che intendo io è che allarga, letteralmente, le prospettive di veduta. Fare il punto di vista sulla realtà, rendersi conto dei propri bisogni è praticamente impossibile senza i termini di paragone giusti. Ebbene, questi sono potenzialmente infiniti. Sta solo a noi crearci le opportunità e darci modo di andare alla ricerca di termini diversi. Scandagliare. Le situazioni nuove, l’inaspettato, il diverso, sono il mio cibo quotidiano. Viaggerei a colazione, a pranzo e a cena, e vorrei portare con me voi, chi mi legge, dentro a ogni singolo viaggio. Per fortuna esistono modi diversi per condividere qualcosa di bello. Ed è per questo che mi trovo qui adesso, per me, per voi.

Dublino è una città rilassata e rilassante. Fortunatamente ho trovato un bel sole ad accogliermi, quindi inizio subito col dire che il tempo non ha fatto schifo. Voglio sfatare il luogo comune che vede dubliners e non girovagare con l’ombrello. Io non l’ho aperto per 2 giorni consecutivi.

Perché rilassata? La gente. Ommioddio, la gente! I dubliners sono friendly. Stop. Aperti a nuove conoscenze, aperte al diverso, aperti al viaggio e sempre presi bene. Sarà la birra? Sarà perché lì si vive veramente bene? Sarà perché sono abituata a vedere italiani incazzosi o perché soltanto vivo in un Paese il più delle volte incazzoso e restio ad accettare la diversità? Sarà un po’ per tutto questo.

Perché rilassante? A Dublino ti viene voglia di camminare, spesso in mezzo alla strada. Metterti lì in mezzo, seguire il flusso, il va e vieni di chi intona qualche inno gaelico, dei turisti che si confondono egregiamente con gli irlandesi. Insomma, a Dublino esci e cammini. Lo fai senza dover per forza prendere un autobus o uno di quei taxi americanissimi che vanno in giro con i led gialli. Girare a piedi, oltre che low cost, è il modo migliore per godere della splendida vista e conoscere la città. Che è verde, raccolta, gioviale, accogliente e bella.

Mi sono innamorata di Dublino. Si vede? E non potrebbe essere altrimenti. La città è il luogo perfetto per un weekend breve ma intenso. Se poi si va con la compagnia giusta, è il top.

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A Dublino ho conosciuto la vita d’ostello, l’irish breakfast e la Guinness.

Essere immersi in un posto frequentato da gente che viene da ogni parte del mondo per le ragioni più svariate è illuminate.  2 notti, 2 ostelli diversi. Uno in pieno centro, con un via vai di gente pazzesco. Non ve lo sto a raccontare. L’altro sul mare, a 20 min da Dublino. Gestione familiare, una ventina di persone in totale, una lounge room che diventa punto di incontro per raccontarsi le proprie storie di vita e poi andare a prendere una pinta nel pub lì vicino. Questa è la vita d’ostello. O meglio, queste sono le “vite” che nel loro scorrere si incontrano, si mischiano, si fermano. Per una notte o più in quel luogo.

Ok, non c’è un piatto tipico. Così mi hanno detto e mi sono fidata, ma… chissenefrega?! Ho ordinato un club sandwich fantastico, di una grandezza esagerata con tanto di patatine e salse. Birra a seguire e il tutto a soli 8 euro. Un’esperienza foodiana del genere in uno di quei fantastici pub intanto che in TV trasmettono il derby di rugby è un’esperienza da fare. Gli irlandesi sono molto fieri di esserlo, nazionalisti ma non per questo meno simpatici. Sono, semmai, più colorati degli altri. Il colore in questione è il VERDE.

Ma veniamo alla parte migliore… La vera regina, all’interno di questa splendida cornice è la Guinness. Consiglio vivamente una visita allo storehouse. E’ una delle esperienze più belle e appassionanti. Memorabile, quindi. Per me appassionata di pubblicità è stato fighissimo ripercorrere tutte le tappe storiche che nel corso del tempo hanno portato la Guinness ad essere conosciuta e lanciata ovunque nel mondo. Per me appassionata di birra il top è stato la Guinness Academy. Lì mi hanno insegnato a spillare la birra, con tanto di diploma a seguire. Lì ho preso la mia Guinness, l’ho bevuta all’ultimo piano dello skyline, là dove la veduta era chiara, ampia, emozionante.

Un’ampiezza di vedute di cui avevo bisogno.

E’ questo che ho ricevuto il weekend scorso.

 

(Eccone un breve assaggio)

Zuppa di Miso – √ done

Vivere nel quartiere multietnico di Roma ha il suo perché.

Ormai lo frequento da più di otto mesi e passeggiare per quelle vie fa parte della mia routine quotidiana: la mattina per andare a lavoro, la sera al rientro e nel weekend a far spesa. E’ un mix di cinesi, arabi, giapponesi e africani. Avrò contato si e no 3/4 negozi d’alimentari asiatici, ma ce ne saranno di più. Ora, al di là della mia passione per il cibo etnico e al di là della mia curiosità che mi divora e che si trasforma in un mostro bulimico che divora le cose, entrare a fare un giro in uno di questi negozi era un must. Chiaro che non si sarebbe trattato di un giretto fine a se stesso, occorreva avere una ricetta in mano. Fortunatamente, prima di avercela tra le mani, o meglio, sullo smartphone, la ricetta era già nella mia testa e faceva parte dei ricordi legati al gusto e agli odori. Dovevo fare la zuppa di miso, quella che ordino sempre come antipasto ogni volta che vado dal giappo o dal cinese. Mi sono documentata bene, ho fatto la lista della spesa e prima di passare da casa ho fatto un salto dagli amici giapponesi in piazza Vittorio Emanuele. Lì ho comprato questo: brodo dashi, tofu, miso, alghe wakame. Per fare la zuppa di miso servono questi semplici ingredienti. Si trattava della mia prima zuppa di miso homemade, e sinceramente non avevo idea di come fossero, né di come si presentassero o si trovassero tra gli scaffali di un supermercato. Entrata lì ho chiesto tutto al giapponese che mi guardava e sorrideva (per fortuna ridono sempre sti giapponesi) e che mi ha accompagnato nella scoperta di queste misteriose e affascinanti “materie prime”. Con 8 euro circa ho comprato tutto e una volta a casa ho dato il via alla prepazione della suddetta zuppa!

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Cosa occorre:

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> Alghe

In commercio esistono vari tipi di alghe. Per fare la zuppa di miso servono le alghe wakame. Si presentano secche e occorre immergerle per 5-10 minuti nell’acqua fredda. Non fate come me che ho preso un pugno d’alghe credendo fossero poche. Gonfiano tantissimo, come per magia. La scodella è diventata un lago d’alghe. Fidatevi del mio consiglio, basta una manciata, come fosse del prezzemolo. Io le mangerei pure a crudo, talmente sono buone. E i benefici per la salute sono tantissimi, documentatevi 🙂

> Tofu

Il tofu sta al latte di soia come la ricotta sta al latte di mucca. C’è da dire che il tofu ha un altissimo valore proteico, ma di per sé è inodore e insapore. Arricchisce la zuppa di miso e va aggiunto alla fine a pezzetti. Volendo si può anche frullare o schiacciare (è un tofu morbido, ha la consistenza simile al budino).

> Brodo dashi

E’ uno dei prodotti base della cucina giapponese ed è a base di pesce. Lo si può preparare a casa, ma visto che si è trattato della mia prima volta con la preparazione di questo piatto ho deciso di comparlo. Quello che si trova in commercio è granulare e per fare la zuppa di miso occorre anzitutto sciogliere il dashi nell’acqua tiepida.

> Miso

Veniamo all’ingrediente principale di questo piatto: il miso. Si tratta di un derivato di soia a cui vengono aggiunti altri cereali, ad esempio riso e orzo. Ha una consistenza morbida come fosse del burro di arachidi ed è molto saporito, oltre che nutriente. Attenzione a non esagerare con le dosi perché è molto salato.

La preparazione di questo piatto è semplicissima.

Una volta che il brodo è pronto, occorre aggiungere qualche cucchiaino di miso e portare a ebollizione. Successivamente, aggiungere il tofu tagliato a dadini e le aghe. Far cuocere per 2 minuti scarsi, togliere dal fuoco e servire. Il risultato è eccellente, il mio è questo:

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La storia finisce qui.

Restano le morali, più di una:

√ Mangiare bene è importante, variare spesso è necessario.

Il cibo è una scoperta sempre nuova: provare a realizzare un nuovo piatto equivale più o meno a lanciarsi con il paracadute. L’adrenalina dell’avventura dovrebbe essere quella. Ci si prova, buttandosi.

√ A ciascuno il suo: ognuno di noi ha i propri gusti, l’importante è assecondarli. Ci criticheranno spesso! Ogni giorno devo sorbirmi le critiche di mia madre quando le faccio presente che andrò a mangiare etnico o quando mi vede entusiasta nel mio esporle il tentativo di voler preparare una ricetta come questa ad esempio. L’importante è essere sicuri di sé, non seguire la massa e provare a fare e a essere la differenza.

√ Sono sempre più convinta che il cibo è un viaggio. Si parte con una valigia fatta di ingredienti, quelli necessari alla preparazione. E come ogni viaggio c’è l’attesa, l’eccitazione, la paura dell’imprevisto, le aspettative, il gusto del nuovo. E alla fine, resta il ricordo da condividere, quel sapore da trasmettere agli altri.

Tutto è possibile a chi osa cambiare gusti uscendo dalla propria “comfort zone”. Per noi italiani, così tanto attaccati alla nostra tradizione culinaria, riuscire a concepire un piatto del genere e inserirlo nella nostra dieta quotidiana è difficile, tanto.

√ Detto questo, esistono cose uniche e insostituibili oggettivamente. Il caffé ad esempio.  E per quanto io apprezzi quello lungo americano o il cappuccino frozen da Starbucks, e per quanto sia cosciente che con il tempo abitudini e gusti cambiano, ci sono cose che restano e altre che vanno via. E intanto che tutto nella vita diventa fluido e rarefatto come il tofu nella zuppa, mi attacco a un’unica piccola certezza: l’espresso.

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Nel weekend ho mangiato, anzi no… ho viaggiato.

Weekend all’insegna del cibo. Cena fuori, no take away, please. Provare qualcosa di diverso, sedersi a tavola, ordinare, uscire dalla routine culinaria quotidiana che ci si costruisce attorno. Andare a cena non solo per mangiare ma anche per “respirare”. Cambiare gusti, provare nuovi accostamenti, sedere a un tavolo diverso vale moltissimo. Essere curiosi verso i gusti di un’altra nazione, avvicinarsi alle tradizioni culinarie di una cultura differente dalla propria equivale a fare un viaggio, in un certo senso. Se si opta per questo tipo di travel experience, si farà una scelta low cost. Le ragioni? Le seguenti.

1. una cena etnica, per quanto costosa, non costringerà a tirar fuori dalle tasche banconote superiori a 50/80 euro. (nel weekend in questione ho pagato 50 euro il totale delle due cene)

2. occorrerà prenotare con anticipo –  in giornata, sia chiaro.

3. esperienza breve, intensa e condivisa – vuoi mettere il piacere di sedere con gli amici allo stesso tavolo, dividere le pietanze e gustare appieno quel momento che durerà al massimo 2 ore? Ecco, vince chi riesce a fare il miglior viaggio, con la giusta compagnia, in quelle 2 ore. Non ho detto che è facile, ho detto solo che è possibile.

4. Il volo dell’immaginazione – un viaggio è strettamente connesso ai nostri sensi, libera la mente e le associazioni che ogni individuo è in grado di fare. Per questo si tratta di un’esperienza soggettiva. Entrare in un locale dove si cucina del sushi o della zuppa thailandese con chiodi di garofano e zenzero apre i sensi, libera i ricordi e la mente prende il volo verso una strada tutta sua.

Personalmente, ciò che rende unico l’atto di uscire fuori a cena sono gli amici. Un piatto può essere condiviso con gli altri sia in pratica che in teoria, offrendo assaggi, sensazioni gustative, e arricchendo in questo modo l’esperienza del gruppo. Scambiarsi opinioni riguardo a quel che si sta gustando in un determinato momento aiuta ad avere una visione più chiara di cosa stiamo mangiando. E’ un momento di confronto.Guardarsi da soli allo specchio di certo non ci aiuta ad avere una visione obiettiva di noi stessi

Ecco, prima che vi addentriate in questo viaggio, ci tengo a precisare alcune cose.

1. troverete utile questo post se vi piace l’etnico e siete in cerca di un posto buono dove mangiare a prezzi ragionevoli a Roma;

2. questo post è il tentativo di farvi assaggiare le atmosfere che ho vissuto;

3. non si tratta di una critica culinaria,  mi astengo da giudizi gastronomici di un certo tipo, e lo dico: non sono una foodblogger! Racconto solo storie legate al cibo;

4. Se è ok, possiamo iniziare. Sì perché adesso questo viaggio lo faremo insieme, io e voi;

5. Bene, dovete sapere che spinta dalla voglia di viaggiare low cost, questo weekend mi sono concessa il semplice lusso di due esperienze foodiane: giapponese e africano.

Primo giorno – Venerdì, Giappone. 

Per il giapponese ho optato per un all you can eat dal menù economico di 19 euro, bevande e dolci esclusi. Il locale in questione è Daifuku, in via Cremona a pochi passi da piazza Bologna. E le posate in questione sono queste:

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Eravamo 8 persone circa e abbiamo ordinato un bel po’ di cose: dal sushi misto con sashimi e hosomaki agli uramaki rolls, pura goduria per il palato, per poi finire con gli onigiri, le polpette di riso ripiene di pesce. Abbiamo accompagnato il pasto con una birra giapponese e con qualche zuppa di miso, tofu e alghe. C’è chi ha preso del sake, a me personalmente non piace. Ero già abbastanza piena da non poter mettere in stomaco ulteriori cose a fine cena, liquidi e non. La qualità del cibo lì è buona, probabilmente nella media per quel che riguarda la categoria dei ristoranti asiatici all you can eat. Il menù è vasto e le porzioni abbondanti. In realtà a me sarebbe bastato guacamole e salsa di soia a rendermi felice.  😀

Intanto che tra una portata e l’altra la cena va via in men che non si dica, si può decidere di fare un giro per piazza Bologna o andare a bere una birra in viale Ippocrate, passando per il quartiere universitario. Non c’ero mai stata, ma quella zona mi ha piacevolmente sorpreso. Piazza Bologna il venerdì sera è strapiena di gente. Mi stupisco del fatto che Roma sia un nodo centrale grande, enorme, fatto di mille nodi di raccordo dove la gente si ritrova. A Roma esistono quelle che Milano sogna di avere, le piazze.

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Secondo giorno – Sabato, Africa

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Sabato dai sapori piccanti. Dal Giappone si va in Africa, da Piazza Bologna a Castro Pretorio, vicino Termini. Si tratta di uno dei fulcri multietnici della città. In particolare, quella zona ha un’alta concentrazione di africani e di relativi bar/ristoranti africani. Il luogo prescelto è il ristorante Africa. Ci accoglie un’atmosfera calda. Il locale è gestito da una coppia di etiopi e serve cucina tipica etiopica-eritrea. Appena entrati si fa un bagno negli odori forti. E’ talmente intenso da sentire l’odore della carne speziata e da far venire l’acquolina in bocca. Nell’attesa, ci prendiamo una birra, giusto per portare la temperatura corporea a uno livello più basso. L’interno è rosso e in legno. Sulle pareti sculture grandi, tipiche delle tribù africane raffiguranti totem e mappe del continente.

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E’ chiaro che non si tratta di un ristorantino chic, e ogni sorta di chiccheria occidentale è bannata. I piatti a base di carne vengono serviti su un letto di pane, più simile a una crêpe salata. E’ d’obbligo mangiare con le mani, arrotolando il pane attorno alla carne, accompagnando il tutto con le loro salse piccanti. In una parola, tutto questo si traduce in GODURIA. Proviamo 2 piatti: un antipasto misto a base di polpettine di carne e salsa allo yogurt speziata, e un secondo a base di carne di manzo e salse. Io ho ordinato uno SPRISS ROSSO e i miei amici uno ZIGHINI. Non saprei dire onestamente quale fosse la differenza, a guardarli erano molto simili. Avvolgere la carne calda in quel pane mi ha fatto sentire quasi a casa, quando fare la scarpetta è d’obbligo, specie se la portata è un ottimo sugo di polpette o lo spezzatino.

[Antipasto misto]

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[Spriss Rosso]

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Ecco, fino a ieri riflettevo sull’ipotesi di diventare vegetariana, almeno per un periodo, inserendo più verdure nella mia dieta e provando a disintossicarmi. Che poi in realtà dovrei disintossicarmi da ben altro… Fatto sta che mangiare carne e provare cibi etnici a base di carne è uno dei piaceri che non voglio negarmi al momento.  Non mi sento ancora pronta per un’alimentazione a zero carne. Certo, confido nel fatto che con l’obiettivo di diventare una persona migliore, sempre più incline verso l’ascetismo, inizierò con l’abbandonare qualche vecchia abitudine. Eliminare la carne potrebbe rientrare nella lista dei To Do. E se davvero un giorno vorrò vedere nascere un’asceta dentro me, mi toccherà passare dall’India… A tal proposito conosco un ristorante indiano, fighissimo, dove si mangia basmati speziato e pollo al curry. Il tutto servito in eleganti portate fighissime, vassoi fighissimi e da signori indiani, dei gran fighi. Ma questo ve lo racconterò nel prossimo viaggio.

(E come vedete, ovunque ci si trovi nel mondo, o mentre si è intenti a guardare il proprio sé, gli altri e le cose, inizio, mentre e fine di tutto questo è sempre e solo una cosa: il cibo.)