Paris… quasi un mese di te

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Ciao Parigi,

ci conosciamo da quasi un mese e mi stai piacendo. Le tue strade colorate mi sorprendono a ogni angolo. I tuoi palazzi, le opere d’arte e tutto quello che c’è di bello qui mi hanno affascinato dal primo momento. Vorrei poterti chiamare “casa” ma è ancora presto. Lascio che passi il tempo e che io stessa mi arricchisca ancora un po’ delle tue meraviglie.

Da qualche giorno ho casa, finalmente posso dirlo. Vivo nel 17esimo arrondissement, un posto che sto conoscendo giorno dopo giorno e che non smette di piacermi. Qui sento di vivere la vera Parigi, che è un cuore pulsante di vita locale fuori dal caos turistico del Marais e del Louvre. La mattina c’è sempre un mercato dove trovare qualsiasi cosa. La fila alla boulangerie per il pane, fiori a non finire, dolci e cioccolaterie. C’è persino l’epicerie che vende solo meringhe.

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In rue de Dames ho scoperto una via sotto ad un portico piena di atelier d’artisti che fanno corsi di disegno e pittura. Quasi quasi ci faccio un pensierino e ne frequento uno. E i giardini pieni di fiori, di ragazzini col monopattino, gente che legge, laghetti particolarissimi.

Il mio quartiere pullula di vita. Questa vita riempie i bar verso il pomeriggio, quando è l’ora di bere una birra o sorseggiare un vino prima di andare a cena in uno dei diversi locali che popolano le vie. Qui ce n’è per tutti i gusti. E se si è stanchi di cibo francese, ci sono i ristoranti etnici. Giapponesi tanti quanti a Milano, e poi libanesi, argentini, italiani sempre e ovunque 🙂

E soprattutto l’Arte. Tu sei la città dell’arte per eccellenza, e questo weekend non ho rinunciato a visitare 2 dei musei più belli. Il primo si trova tra place de la concorde e il jardin de Tuleries, ed è il museo dell’Orangerie. Ne ho sentito parlare bene e letto qualche review online. Questo museo è un gioiellino e ospita le ninfee di Monet in tutto il loro splendore, all’interno di due sale ovali dove il tempo si ferma e la luce incanta.

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Domenica ho visitato la mostra di Vermeer al Louvre, che a differenza del primo è affollato il doppio e costa il triplo. Ma ne è valsa la pena. Queste sono le piccole gioie quotidiane che voglio concedermi quando posso. E immergere il naso tra gli odori delle vie, e provare il cibo francese nelle trattorie tipiche, scovare tutte le particolarità che non ho ancora trovato in Italia, come ad esempio:

I coniglietti-brioche al cioccolato!

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I ravioletti serviti come antipasto… (purtroppo la pasta non è argomento di valutazione. Su certe cose saremo sempre più avanti noi italiani)

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Le madeleine a forma di disco volante (sono buonissime)

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Le vecchie fermate della metro

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Le Gallettes ❤

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In questo mese hai fatto 2 cose: mi hai insegnato a diventare un’attenta osservatrice di dettagli e angolature e mi hai ricordato quanto io sia romantica e malinconica, oltre che vagabonda in cerca di me stessa lungo le strade dell’immensa vita.

Foodiana

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Bonjour Paris! (capitolo 1)*

Di prime sensazioni, del cibo che ho mangiato e dove trovarlo.

Ed eccomi qua a scrivere ancora di viaggi. Dopo un periodo passato in Italia il destino mi ha riportato all’estero, in un Paese che sento molto vicino, in una città incredibile, Parigi.

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Oggi riesco ad aprire un nuovo capitolo della mia vita e anche del mio blog sul quale non tornavo da mesi. Mi rendo conto che è da tanto che non mi capita di fermarmi e adesso che l’ho fatto cerco di fare un passo indietro e rivivere tutte le cose belle che mi sono capitate. Ho perso un po’ il ritmo, scusatemi per questo. Vorrei potervi raccontare tante di quelle cose che non basterebbe un mese. Mi limito a darvi un assaggio, come ho già detto più volte negli articoli precedenti, di quello che ho visto, di quello che ho mangiato, delle sensazioni che sto vivendo. Siete abbastanza sazi per andare oltre?

Si parte!

  1. Parigi è burrosa

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Con le sue boulangerie che strabordano di croissant, pain au chocolat con o senza mandorle ma in entrambi i casi con tanto burro. Le trovate ovunque, che siate nel Marais o nel 17esimo. Resistere alla tentazione di entrarvi è impossibile. Tra l’altro, ho scoperto che si tratta del modo più economico per fare colazione fuori. In media un caffè al bar costa 2,50€. Se invece optate per una boulangerie con 4,50€ vi serviranno brioche, bevanda calda e bevanda fredda (succo). I francesi amano fare queste distinzioni. Per cui a chiunque di voi capiti di fare un salto a Parigi auguro di trovare la boulangerie perfetta per soddisfare i vostri desideri del palato e del portafogli.

Dimenticatevi il caffè all’italiana, come a Napoli sanno fare ma non solo. Qui non esiste, o forse la mia esperienza è troppo breve per dirlo. Ma non perdo la fiducia e vado avanti.

2. Parigi è buona anche per il salato

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E per gli appassionati del brunch di certo non mancano le alternative. Unica cosa: non vi aspettate i prezzi e né le porzioni servite in Italia. Qui un piatto medio si aggira sui 15€ e la bibita (birra) 6/7€. Ma il cibo è ottimo, il servizio e l’attenzione per i dettagli alta.

Questa che vi ho mostrato è la foto di un piatto servito qui: http://www.dscafe.fr/ In questo locale dal concept moderno troverete una vasta scelta di piatti perfetti per il bruch, tra cui crepes, piadine e club sandwich, centrifughe green e bagels.

3. Parigi è creativa

Diciamo la verità, le lumache le mangiamo a Parigi ma se ci venissero servite in Vietnam probabilmente no. Di questo piatto contadino ne hanno fatto una portata di classe, e in una società in cui l’apparenza conta spesso e volentieri più della sostanza, le escargot si inseriscono benissimo. Servite con gli utensili ad hoc (vi offriranno una forcina solo se ordinerete lumache) e condite con aglio, olio e prezzemolo tritato, vi delizieranno. La mia era più curiosità di provare un piatto originale. Servile come vuoi ma sempre lumache restano.

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E infine, cosa assolutamente da provare è l’anatra (canard) con le patate. Che batte il pollo al forno 1-0 e che rientra nella top 3 dei cibi francesi provati finora, seguita da madeleines e foie gras.

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Le foto che avete visto sono state scattate in un locale molto carino del quartiere Ternes, La Table de Ternes.

*Questo è il primo articolo di una serie dedicata a Parigi. Alla prossima e se vi capita di fare un salto non esitate a chiedermi consigli 🙂

Viaggio a Barcellona [prima parte]

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Introducing Miró

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Tornare a Barcellona è stato come vivere un grande flashback. Ho avuto la fortuna di andare lì in erasmus, viverla per 7 mesi intensamente, a 23 anni compiuti. Non è cambiato nulla. La città vive di energia propria, tanti dicono che Barcellona è contagiosa, ed è vero. Sarà per il suo fascino esotico, perché è un posto di mare ma anche un posto culturale, ricco, che si lascia scoprire e che ha molto da dare. Sì, Barcellona si lascia scoprire, facilmente. E questo è quello che ho fatto. Girare per il Raval e assistere a uno spettacolo di odori, immagini e sapori di una Barcellona cosmopolita, andare a Gracia – quartiere dove ho vissuto in erasmus – e lasciarmi affascinare dai locali innovativi, il gusto nell’arredamento, il design, le piazze dove il tempo si ferma e tutti si ritrovano lì. Ecco, Gracia è diventata più bella, con un’offerta impareggiabile per tutti i gusti. è il mio quartiere preferito e il motivo per cui lo scelsi ai tempi furono i consigli delle persone e qualche giretto di perlustrazione che da solo bastò a farmi rendere conto che quella fosse una piccola città nella grande città. Gracia ha un’anima catalana indipendentista molto forte ed è insieme uno dei quartiere più trendy di Barcellona con i suoi barber shops, i locali di moda, l’offerta variegata e per tutti i gusti che il quartiere propone. Qui un assaggio di tapas e cerveza in un locale che si affaccia a Placa del Sol, mio luogo preferito del quartiere.

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Clara, Moritz, tapas. Algo mas? #barcellona

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Poi c’è il Gotico, il Born e la Ribera. Basta fare un passo a sinistra della Rambla andando in direzione Passeig Colom. Si tratta della Barcellona antica e di tutto il suo fascino racchiuso lì, in quelle vie misteriose, nei vicoli stretti che si snodano dietro la bellissima cattedrale, con le sue piazzette poco conosciute ai turisti, per poi finire nel quartiere vicino al mare, la Ribera, un piccolo slot rettangolare fatto di stradine umide, taperie dove mangiare il pesce e taverne dove bere sangria.

Sono andata nel famoso locale Les Quatre Cats dove Picasso, Dalì e Mirò erano soliti andare e fare arte. Adesso il luogo è molto cambiato, da una semplice taverna si è trasformato in un locale trendy anche se non mancano i riferimenti artistici a quel periodo. Qui un altro assaggio di questo posto: non potevano mancare il pan y tomate e i famosi pimientos.

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Eating At #les4cats where picasso and miro used to!

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Ho  percorso Barcellona in lungo e in largo in soli 3 giorni e sicuramente il fatto di conoscere già la città mi ha aiutato nella scelta delle cose da fare. Per la prima volta sono riuscita nell’impresa di andare fin su al Tibidabo, la zona più alta di tutta la città che offre un panorama incredibile e un parco divertimenti d’intrattenimento. Dalla ruota panoramica ammirare il paesaggio di fronte è ancora più emozionate e bello. Questa è una foto di una delle attrazioni che porta più in alto.

Qui invece, passata la paura del giro, tornavo ad assaggiare dopo 6 anni gli amati Xurros y chocolate, must have del giro a Barcellona, l’unica città del mediterraneo dove trovare le Xurreries e concedersi un sano peccato di gola.

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Xurros y chocolate. #likeaboss #badass #barcaesbona

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Vi lascio con questa foto panoramica, il resto del viaggio ve lo racconterò nel prossimo post.

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** B A R Ç A **

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Se avete domande o volete consigli per visitare Barcellona non esitate a chiedermi. Sarò felice di rispondervi. Se invece volete condividere con me le vostre esperienze di viaggio sappiate che ho una lista dei posti e delle città da visitare pressocché infinita e quel che cerco è un consiglio, un posto dove andare, un sapore nuovo da provare. Siete i benvenuti nell’impresa di contaminare e arricchire la mia agenda di viaggio. Se volete saperne di più dei miei viaggi date un’occhiata qui.

Seguitemi su Instagram per avere i miei aggiornamenti in real time. Ci ho messo un po’ a scrivere questo post, trovare un attimo non è mai semplice e forse solo adesso mi sto concedendo un momento per fermarmi e riflettere sul mio viaggio fatto più di 10 giorni fa.

Ho tanti sogni nel cassetto e tante ricette da mostrarvi. A presto, su queste pagine e nella vostra vita.

PS: nel prossimo post su Barcellona vi racconterò di un luogo a Barceloneta dove ho mangiato paella di pesce e una delle migliori creme catalane mai mangiate.

A presto, con affetto la vostra Foodiana.

 

 

 

Pechino, un assaggio. (Prima Parte)

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#memories {#beijing 2015}

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Più di un mese fa sono andata in Cina, a Pechino. Per tutto il viaggio – che è durato circa 8 giorni – non ho fatto altro che dire “ok, quando torno posterò talmente tante foto e talmente tanti post da far venir voglia di andarci, a Pechino“. E invece sono riuscita a malapena a condividere un album di foto su Facebook. Scusatemi. Lo so, nessuno mi chiede di scrivere qui su quello che faccio, nessuno attende le ultime da Pechino o da Bologna, ma io che conosco il valore di quello che ho visto e di quello che ho vissuto ho il dovere di dirvi qualcosa. Dopotutto, i viaggi si continuano a fare perchè qualcuno ci ha fatto innamorare dei propri.

E così mi ritrovo a parlarvi di Pechino, del mio viaggio di fine febbraio, adesso che mi trovo a Bologna per un altro viaggio a cui ne seguirà un altro ancora e ancora un altro. Ultimamente passo molto tempo in volo. Succederà che ci scriverò un saggio, ad esempio su come occupare il proprio tempo in aereo nel miglior modo possibile. Ritorno a Pechino. Io di questa città vorrei dire tante cose, un po’ come mi ero promessa di fare. Ma piuttosto che fare un resoconto dettagliato di quel che ho visto e di quel che ho fatto giorno dopo giorno, cercherò di lasciarvi con delle immagini e sensazioni che magari vi faranno sognare o desiderare di andarci una volta. Qui vi farò un’introduzione generale tralasciando parti che meritano di essere approfondite, tipo tutto il discorso sul cibo e sullo street food.

Per me si è trattato del primo viaggio fuori Europa. Ho scelto l’Asia. Un po’ per caso, un po’ per curiosità, ma fondamentalmente perchè nel grande progetto dell’esplorazione del globo Pechino era una tappa obbligata. Sono partita senza aspettative. E così deve essere. È un posto talmente diverso e distante da ogni tipo di stereotipo culturale occidentale cui siamo abiuati che lì vengono quasi a cadere le proprie certezze. Dal cibo, all’orientarsi in strada sia per attraversare col verde che per guidare una bici in pieno centro, dalla lingua che limita pressocchè in tutto (se non la si conosce) alle differenze architettoniche, somatiche, etniche, climatiche. Tutto insomma. Una settimana a Pechino equivale a un mese in Europa, girando in lungo e in largo. I sensi (vista, olfatto, udito, tatto, gusto) si riempiono di cose mai viste e inaspettate. Per quanto si possa immaginare un viaggio in Cina, la realtà sarà ben diversa. Sono felice di aver fatto questo viaggio, di essere andata lì ed essermi immersa in una super metropoli, la più popolata al mondo e forse la più estrema per la capacità di raccogliere in sè differenze abissali. Pechino è una città dalle anime diverse. L’antica città imperiale sembra vivere ancora. Non solo nelle attrazioni turistiche famose – Forbidden City, Temple of Heaven, Muraglia Cinese,ecc – ma anche per lo stile di vita proprio di quei tempi che per certi versi sembra persistere ancora.  L’evoluzione in senso occidentale è visibile e la direzione è quella. Pechino è la New York d’Oriente. Cartelloni pubblicitari fluorescenti, vie costruite per i turisti, mercati di street food infiniti e centri commerciali pressocchè ovunque, nei diversi quartieri inglobati dalla città. Accanto all’anima moderna e commerciale che ha portato Pechino  e la Cina più in generale a essere potenza economica mondiale, c’è un’anima locale forte, di una Cina antica e vera. Lo sfarzo, il lusso e le strade “artificiali” lasciano spazio agli hutóng, le antiche case a un piano dove si viveva ai tempi dei Ming. Sono delle vie particolarissime. Antiche, umili al limite della povertà e vere. Tranne quelle che si sono trasformate in attrazioni turistiche come il nanluoguxiang. Questo hutong è una delle vie principali per l’acquisto di souvenir. In realtà ho amato anche quello. Ecco, gli hutong mi hanno colpito moltissimo. Con la bici, mentre giravo tranquillamente per il traffico folle di Pechino, mi piaceva addentrarmi in queste vie anche per la strana sensazione, quasi di paura, che provavo quando mi perdevo nei vicoli. Di nuovo, qui vivono i contrasti più estremi: macchinone, Suv, insieme a carrettini dell’anno mille, baracche montate alla meno peggio e fast food non appena si gira l’angolo.

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#pechino

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L’anima di Pechino è un grande meltin pot, ma non nel senso americano del termine. Qui di cultura ce n’è solo una, la loro. Così come di lingua e di tradizioni. Ben venga, ma lo shock culturale può essere tanto. Pechino è una città magica che non dorme e che va veloce. Come la metropolitana, perfetta, super efficiente e che si estende per tutta la grandezza della città diramandosi in ben 13 linee (o forse più). Dico magica perchè non fa in tempo a regalare un’immagine poetica o una sensazione nuova, che subito ti regala un odore diverso, un suono, qualcos’altro che rapisce la tua attenzione. E tutto questo avviene all’interno del trambusto generale che è fatto di auto, ponti sospesi tra una strada e un’altra in cui ci si trova a passare la maggior parte del tempo intanto che si scopre la città, voci e chiacchiere indecifrabili, odori forti e pesanti, e il rumore degli scooter senza fine. La città non si ferma e tutto questo flusso, tutto questo caos infinito scorre nella sua totale normalità. Apparentemente non c’è alcuna regola, ma tutto fila e tutti sembrano essersi abituati a questa macchinona enorme che è la città al cui interno esistono livelli diversi e situazioni di vita diverse. Pechino ha bisogno di tempo per essere capita. Forse è per questo che ne scrivo a distanza di quasi 2 mesi. O forse ero solo stanca da questo viaggio bello tanto quanto infinito da dovermi prendere una lunga pausa.

Ve ne parlerò ancora di Pechino e non tra un altro mese, promesso. Vi parlerò dei suoi laghi e del lato “ameno”. Non potrà mancare una menzione speciale allo street food. E nemmeno un album degno. Per il momento potete guardare le mie foto qui.

Primo

Modifico un articolo che avevo scritto l’ultimo dell’anno con l’intenzione di pubblicarlo il giorno stesso o al massimo il giorno dopo.

Procrastinare è stato uno dei miei dei l’anno scorso e temo che anche quest’anno resti vigile su di me. Non volevo scrivere alcun proposito per il l’anno nuovo, ma mi trovo costretta a farlo, anche per convincermi di non cadere nella spirale del non far niente e dare un senso alle cose che hanno sempre contato per me.

Ok fatta questa premessa, riprendo un pezzo dell’articolo che avevo scritto in cui dicevo che è doverso sottolinerare una tappa importante dello scorso 2014, che non  è stato tutto luccicante. Non che mi aspettassi stelle e bombe scoppiettanti… Mi rendo conto che non sono più la studentella spensierata che gioca  a mischiare le carte del proprio futuro, immaginando di far cose stratosferiche e in poco tempo. A quel tempo anche il linguaggio che usavo era diverso, ed ero diversa in generale. Scrivere è sempre stato un modo per guardare allo specchio me stessa indietro nel tempo. Lo spreco di vocali indice di gioia ed entusiasmo improvviso per qualsiasi stupida o non cosa adesso non c’è più.

Intanto che scrivo, in sottofondo va Pulp Fiction, film che avrò visto almeno 10 volte. Adesso lo ascolto. Immaginate quei due che vogliono rapinare “la caffetteria pidocchiosa” come loro stessi dicono perchè nessuno dei due ha l’intenzione di lavorare (da grande). Io questa intenzione l’ho avuta e lo sto facendo – lavorare intendo – ma adoro immaginare, e vedere, scene di gente fuori dal normale (ma neanche tanto) che partorisce idee contro ogni legge e le mette in pratica. Siamo tutti così, alla fine. Solo che certe cose non le facciamo mai. Quindi, non resta che guardarle.

Ok. Siamo al “Nessuno si muove. Questa è una rapina” e parte questo spettacolo di colonna sonora.

Ok, adesso torniamo al punto di partenza. La tappa importante. Ogni giorno mi chiedo qual è il senso del mio stare qui, di alzarmi, andare a letto, guardare a una quotidianità nuova quale è la mia vita adesso, all’estero. Non che sia stato facile arrivarci, ma di certo è stato qualcosa che ho desiderato con tutte le mie forze. La migliore conquista dello scorso anno è stata questa. Non riesco ad immaginarmene altre di tali portata, anche perchè mi è costato tanto tutto questo. Una volta una persona mi disse che le cose belle hanno un prezzo alto. Adesso capisco il significato di questa frase. E ho capito anche che ci vuole del tempo perchè le cose belle si materializzino davanti agli occhi e vada via il fumo iniziale.

Per cui mi sento un po’ come chi ha ottenuto ciò che voleva e si trova nella condizione di dire: ok, e adesso? Questo è un sentimento che mi porto dietro, come un’ombra che mi segue sempre e vado spesso in paranoia. Ogni giorno che passa non mi vedo mai nella stessa posizione in cui mi trovavo il precedente e mi sembra di vivere su un terreno instabile. L’unica certezza di quest’anno vissuto metà in Italia, metà in Polonia  (a parte il sognato contratto di lavoro e volo di sola andata per Wroclaw) sono i miei amici. Ho consolidato rapporti importanti, ho avuto bisogno di chi non poteva essere accanto a me e ho capito che io sono anche loro, e che ho bisogno di loro per ricordarmi chi sono ogni tanto. Spero che anche per loro sia così.

Una volta scrivevo obiettivi lunghissimi, liste infinite di cose che volevo fare. Adesso le liste le odio quasi, e odio i raptus improvvisi che mi assalgono ogni qualvolta vorrei fare qualcosa di nuovo che stimola la mia curiosità, ma nulla. Questa cosa non si realizzerà mai, essenzialmente perchè sono una procrastinatrice nata.

Il mio 2015 inizia senza buoni propositi. O meglio, inizierò proprio dalle basi, cercando di aggiustare quelle cose che sono andate male, partendo dagli errori. Questo è il primo mese dell’anno e ho l’impressione che passerà così, in silenzio, sommerso dal caos generale altrui. Mi fermo, e faccio una riflessione su quello che fa male e cerco di eliminarlo delle mie cerchie.

Come proposito mi sembra buono, giusto per iniziare.

Ah, devo anche scrivere di food, il blog nasce per questo. Ma questa volta preferisco vomitare quello che ho dentro da un po’, piuttosto che mangiare.

Ciao amici, ho un film da finire.

Mercatini polacchi, a Natale.

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Quest'anno a Natale, regala #bulloni

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Sono in Sicilia e un pensiero va a Wroclaw che raggiungerò tra pochi giorni. Ho da poco cambiato casa e ho preso anche una bici. In attesa della mia lista dei buoni propositi da mettere in pratica a Wroclaw, faccio un salto indietro e vado al già trascorso Natale, mostrandovene alcune immagini. La bella piazza del Rynek quest’anno si è trasformata in un parco giochi. Non mancava niente. Tra le varie bancarelle di leccornie polacche e gioielli vari era presente un carillon enorme e la montagna russa Polar Express. Si potevano ammirare diversi alberi di  natale qui e là per il mercato e luci ovunque, come ragnatele tra le casine in legno e gli alberi. Gli alberi di Natale li vendevano pure, e ce n’erano di forme e dimensioni diverse.

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#xmas is here, #xmastrees as well

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Tutto l’ambaradam è iniziato a fine novembre circa ed è stato visuale quotidiana fino ad oggi. Non sono appassionata di ghingheri natalizi, anche se la maggior parte del mondo non aspetta altro, a Dicembre, per calarsi nell’atmosfera. Quella piazza è stata casa mia finora e vederla addobbata a festa, sentirne l’odore di vino caldo speziato e cannella a profusione, hanno fatto la loro parte nel farmi apprezzare la città sotto questa nuova veste. E musica, musicisti di strada ovunque. Oltre a questo, artisti diversi a intrattenere grandi e piccoli. Un paradiso a colori. Pensi quasi, per un attimo che la vita sia quella, Natale e non.

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In the mood for Xmas. #wroclife

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C’è da dire che il Natale a Wroclaw è la festa dello street food polacco. Dal dolce al salato non manca niente: si va dai pierogi ai waffel con nutella e panna montata. Frutta secca di tutti i tipi e cioccolata fondente in tutte le forme più assurde sono le protagonisti principali di questo spettacolo di luci alla cannella ed essenze internazionali. Da notare la presenza di casette dedicate alle specialità francesi, ungheresi, turche ecc… Ancora una volta la città svela il suo volto cosmopolita capace di attrarre turisti e non da svariate parti del mondo. È una città viva, ancor di più sotto Natale. Ok, le foto che ho fatto non rendono, e per di più il post è outdated prima di pubblicarlo. Ma chi se ne frega? C’è sempre un motivo valido, o più di uno, per fare un salto in Polonia, con o senza Natale.  Per tutti gli appassionati di mercatini natalizi: vi lascio questa classifica sui migliori mercatini di natale in Europa e bon voyage!

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Quello che non c’è

Sono stata un po’ assente nelle ultime settimane.

È dall’ultima volta che ho scritto sul blog che non sono stata ferma. Ho viaggiato. Sono stata a Praga, a Cracovia e in Italia. Il viaggio a Praga era da fare da mesi. Sono andata con le mie 2 amiche russe. Abbiamo iniziato insieme a lavorare nello stesso posto e ci eravamo promesse un viaggio. Con la Mimmix che è venuta a trovarmi in Polonia siamo andate a Cracovia, 2 giorni e -4 gradi. Non vi dico. Volevo mostrarle la città, che merita ed è bellissima, ma a causa del freddo tagliente (stranamente più fredda rispetto a Wroclaw) abbiamo girato pochissimo per il centro. Sento ancora quel freddo addosso se ci penso. L’ultimo weekend invece ero a Milano. Mi sono fermata per una settimana, per motivi di lavoro, e ne ho approfittato per salutare i miei amici, fare un salto a Bergamo, trovare pezzi di me che ho lasciato lì. Una settimana intensa, piena di emozioni che non si possono descrivere. Per fortuna ho i miei punti di riferimento, mi dico sempre. Per sfortuna non posso averli sempre con me, e questo è stato anche motivo delle miei crisi. Per mia fortuna, il mio lavoro mi permette di viaggiare e ricongiungermi con i miei affetti. Ho bisogno della parte stabile di me, di loro. Di chi mi conosce, di chi non ha bisogno spiegazioni, mai. I miei punti fermi viaggiano separatamente da me, in questo momento della mia vita. Mi dico che sto facendo tante cose, sto imparando, vedendo un’altra parte di mondo ma è come se mancasse qualcosa. Adesso riesco a definire meglio quello che mi manca. Sono le persone che non potrò mai portare con me, in tutti i miei spostamenti e giri infiniti. Le persone insostituibili che mi hanno fatto diventare quella che sono e che porto con te, invisibili, con un peso enorme.

Ogni tanto, per rilassarmi, cerco di focalizzare l’immagine del mio gatto che mi fa stare bene. Faccio la stessa cosa, cercando di rivivere i momenti che ho vissuto con i miei amici veri e mi rendo conto che tutto questo, attualmente mi manca. Nella mia quotidianità non ci sono loro. Ok c’è altro, altre persone, altre situazioni ed esperienze nuove. Su questo non c’è dubbio.

Ma quello che sento spesso, ogni giorno, è quello che non c’è.

Il piatto di oggi è mezzo vuoto. Ho come la sensazione di avere miliardi di cose per la testa e non riuscire a farne mezza.

Anche oggi, avrei voluto parlarvi di weekend qui e lì, delle città, del cibo, dei momenti belli, ma non posso. C’è tanto rumore nella mia testa e tanta stanchezza. A volte penso che se fossi stata meno sensibile sarei stata capace di soffrire meno. Di conseguenza avrei provato meno trasporto per le cose e avrei evitato di farmi del male. Ci dicono di essere forti, ci propinano l’immagine del temerario che non ha bisogno di niente e nessuno e che può stare bene ovunque. Vi giuro, io queste persone le ho incontrate. Esistono. Io non sono così. Se è sfiga o fortuna, lo scoprirò vivendo. Attualmente mi limito a tenere a bada quella parte di me che ricerca quello che non c’è.

Vi lascio con qualche momento foodiano, sperando che il weekend mi permetta di fare qualcosa di dolce e condividerlo con voi, come andrebbe fatto. In queste foto c’è tanta bellezza e bei momenti. Non riuscire a trasmettervi le emozioni e il contesto, cosi come gli odori e la consistenza dei piatti mi svilisce. Ma c’è anche altro lì dentro. Ma spesso, mangiare serve a riempire i miei vuoti e di questo me ne rendo conto.

Trattarsi bene, a Milano

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#meatballs

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Cene d un certo spessore

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Trattarsi bene, all’estero

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Zuppa di broccoli a #krakow con @smirmi

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Potato pancakes in everywhere! #Prague

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Con la Mimmix in un posto hipster a Wro 💜

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Foodiana