A cena da Don Gennaro

imgpDon Gennaro è dire casa. Uno di quei luoghi in cui vai e ti affezioni, al cibo e alle persone. Per cui, scrivendo di questo posto e del cibo che qui ci servono, sarò di parte. Quello che posso dire è che quando si ha voglia di mangiare qualcosa di buono, che sia la pizza in questo caso, si sceglie sempre in base alle esperienze positive avute. E qui le esperienze positive vanno al di là dell’essere serviti bene, dell’essere accolti da quell’atmosfera familiare, dagli amici, dall’odore di pizza vera che inebria il locale.

Essendo una pizzeria napoletana (i proprietari e il pizzaiolo sono napoletani doc) il menù è prettamente napoletano, con un’ampia selezione di pizze, focacce, fritti napoletani e dolci. Non mancano gli antipasti, i primi e i secondi piatti fuori menù, con una selezione che comprende il pesce e la carne. Tra i miei piatti preferiti il branzino al forno e l’impepata di cozze. In questo caso si tratta di un menù vario, servito in base alla stagionalità delle materie prime.

Ma torniamo alle pizze, fiore all’occhiello di questo ristorante. Davanti al menù vince l’imbarazzo della scelta. La lista è lunghissima, i piatti invitanti. Qui vi mostro alcuni esempi, direttamente dalla cena di ieri sera.

 

 

Don Gennaro si trova in Corso Novara 1  a Torino. Lo trovate qui su Facebook e se avete domande o curiosità scrivetele pure nei commenti e sarà un piacere per me rispondervi sperando che possa esservi d’aiuto!

Vi auguro intanto buona Pasqua, e non vedo l’ora di leggere quello che avete cucinato/mangiato per l’occasione.

Foodiana

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Quasi Pasqua

Quasi Pasqua, e quest’anno va un po’ diversamente rispetto agli anni passati. Non sono riuscita a organizzarmi per tornare a casa e adesso che ho un attimo di respiro mi rendo conto che sarebbe stato bello. Mi godo la pausa, va bene anche così. Solo riposo e cose belle in questo weekend lungo. Amici e Amore, il resto può attendere.

Sono a Torino da quasi un anno e mi rendo conto che ancora ho da vivere qui. Da vedere, osservare, scoprire. Sicuramente si tratta di una città che per alcuni versi mi ha incantato, con il suo mistero, i suoi palazzi bellissimi e i suoi angoli senza tempo. Ho deciso che dedicherò questi giorni alla scoperta di tutte le cose belle che mi circondano e mi concederò un po’ di amore. Riprenderò a cucinare e lo farò con creatività, quella che ha sempre contraddistinto Foodianesimo, sin da quando è nato.

Devo recuperare. Il tempo che ho passato senza scrivere, le persone che mi leggevano, i racconti degli altri, le storie che non ho raccontato qui. è passato del tempo, si recupera sempre tutto. Fortunatamente il tempo è quel fattore magico e talmente personale da essere plasmato e trasformato. Per questo sono qui, adesso.

Ho deciso di tornare a raccontare storie, ancora una volta e più forte di prima. Ho deciso che devo dare indietro tutto quello che di bello prendo quotidianamente. Farlo è un atto coraggioso, per questo voglio farlo qui. Ho bisogno di un attimo per concentrarmi e ritornare, ho molte cose da dire e lo farò.

Perché la bellezza del mondo e la magia delle piccole cose non possono restare nascoste, vanno raccontate. E poi, ancora, condivise.

Grazie a chi leggerà le mie parole, a chi si troverà anche per un secondo nelle emozioni che scorrono qui. Spero di darvi in cambio qualcosa di bello che farà parte della vostra giornata.

A presto, prestissimo.

 

Foodiana

1.2.3 #Foodstories torinesi

Riapro un capitolo di vita di Foodianesimo dopo mesi di assenza. Chi mi conosce sa che una delle cose che faccio più spesso è spostarmi, cambiare città, vivere in posti diversi e viaggiare per vivere. Vivere è anche mangiare e fare esperienze foodiane, come quando sono stata in Cina e ve ne ho raccontato, oppure in Polonia, parentesi importante della mia vita. Ecco, raccontarvi della Polonia è stato fare un viaggio nei sapori e nei gusti di una cultura diversa, a suo modo calda, a suo modo buona.

Capitolo chiuso se ne apre un altro in quel di Torino. Vivo qui da maggio, facendo un altro lavoro, frequentando nuova gente, mangiando nuove cose. La città mi sta piacendo moltissimo, mi ha accolta nel migliore dei modi e mi sta dando tanto. Vorrei quindi condividere con voi quest’altro capitolo della mia vita con una piacevole incursione in alcuni luoghi cari che mi hanno dato calore e buon cibo. Vi mostrerò tre piatti di tre posti diversi per invitarvi a scoprirli piano, intanto che prossimamente vi parlerò di altro.

Sto andando in avanscoperta, la città mi attira a sé e mi invita a entrare nei suoi angoli perché vuole offrirmi un momento, vuole servirmi qualcosa e mostrarmi il lato di sé che più amo. Così facendo, scopro una Torino dal fascino antico che ha fatto suoi i concetti della semplicità e della riscoperta dei sapori genuini rivisitando i piatti della cucina tipica in chiave moderna, adattando alcuni concetti della cucina globale ai suoi angoli di vita unici e tipici, che solo qui esistono, in questo spazio di mondo.

  1. Lo Stonnato

Ristorantino in via Baretti, al centro della movida di San Salvario, quartiere in cui vivo. Qui ho cenato per la prima volta non appena arrivata a Torino e dai allora è tappa fissa. Il locale è accogliente e ben curato nei dettagli, a partire dal lettering che personalmente amo moltissimo. Il menù è minima, principalmente a base di pesce, ma scegliere tra le diverse “pizze al tegamino” è un’impresa. La prima volta provo la tanto osannata burrata: pizza al tegamino con pomodoro, basilico e burrata al centro. Ottima. Impossibile da finire se non condivisa. Ve ne condivido qui un pezzo:

Tra i vari piatti che ho avuto modo di provare (tartare di pesce, fritto misto e secondi) il più buono per me è la chitarra alla sarde con burrata e pan grattato.

Piatto 🔝 #foodlove

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2. Teapot Tisaneria

Ho scoperto questo posto per caso, perché si trova esattamente nella mia stessa via, perché è molto carino e perché c’è sempre tanta gente. Qui ho avuto modo di fare brunch una domenica mattina, sorseggiando un caffé americano. Atmosfera rilassata, arredi vintage e tavolini in legno invitano a prendersi una parentesi per sé nel weekend. Cibi biologici e green.

Non facciamoci mancare niente. #brunch @katiapiccinelli

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3.Tre galli

Uno dei posti più buoni in cui abbia mai mangiato, al centro del quadrilatero torinese, offre un menù vario che stuzzica il palato, dall’antipasto al dolce. In realtà si tratta anche di un’ottima vineria, scelta dai più per un aperitivo post lavoro o una pausa pomeridiana intanto che si passeggia per il centro della città. Consiglio vivamente l’hamburger, servito con deliziose patate al cartoccio.

 

Lascio chiunque di voi libero di condividere qui le sue storie invitandomi a visitare nuovi posti a Torino in cui ci sia poesia, ma anche arte, vino e cibo buono.

Alla prossima!

Foodiana

 

Pechino, un assaggio. (Prima Parte)

#memories {#beijing 2015}

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Più di un mese fa sono andata in Cina, a Pechino. Per tutto il viaggio – che è durato circa 8 giorni – non ho fatto altro che dire “ok, quando torno posterò talmente tante foto e talmente tanti post da far venir voglia di andarci, a Pechino“. E invece sono riuscita a malapena a condividere un album di foto su Facebook. Scusatemi. Lo so, nessuno mi chiede di scrivere qui su quello che faccio, nessuno attende le ultime da Pechino o da Bologna, ma io che conosco il valore di quello che ho visto e di quello che ho vissuto ho il dovere di dirvi qualcosa. Dopotutto, i viaggi si continuano a fare perchè qualcuno ci ha fatto innamorare dei propri.

E così mi ritrovo a parlarvi di Pechino, del mio viaggio di fine febbraio, adesso che mi trovo a Bologna per un altro viaggio a cui ne seguirà un altro ancora e ancora un altro. Ultimamente passo molto tempo in volo. Succederà che ci scriverò un saggio, ad esempio su come occupare il proprio tempo in aereo nel miglior modo possibile. Ritorno a Pechino. Io di questa città vorrei dire tante cose, un po’ come mi ero promessa di fare. Ma piuttosto che fare un resoconto dettagliato di quel che ho visto e di quel che ho fatto giorno dopo giorno, cercherò di lasciarvi con delle immagini e sensazioni che magari vi faranno sognare o desiderare di andarci una volta. Qui vi farò un’introduzione generale tralasciando parti che meritano di essere approfondite, tipo tutto il discorso sul cibo e sullo street food.

Per me si è trattato del primo viaggio fuori Europa. Ho scelto l’Asia. Un po’ per caso, un po’ per curiosità, ma fondamentalmente perchè nel grande progetto dell’esplorazione del globo Pechino era una tappa obbligata. Sono partita senza aspettative. E così deve essere. È un posto talmente diverso e distante da ogni tipo di stereotipo culturale occidentale cui siamo abiuati che lì vengono quasi a cadere le proprie certezze. Dal cibo, all’orientarsi in strada sia per attraversare col verde che per guidare una bici in pieno centro, dalla lingua che limita pressocchè in tutto (se non la si conosce) alle differenze architettoniche, somatiche, etniche, climatiche. Tutto insomma. Una settimana a Pechino equivale a un mese in Europa, girando in lungo e in largo. I sensi (vista, olfatto, udito, tatto, gusto) si riempiono di cose mai viste e inaspettate. Per quanto si possa immaginare un viaggio in Cina, la realtà sarà ben diversa. Sono felice di aver fatto questo viaggio, di essere andata lì ed essermi immersa in una super metropoli, la più popolata al mondo e forse la più estrema per la capacità di raccogliere in sè differenze abissali. Pechino è una città dalle anime diverse. L’antica città imperiale sembra vivere ancora. Non solo nelle attrazioni turistiche famose – Forbidden City, Temple of Heaven, Muraglia Cinese,ecc – ma anche per lo stile di vita proprio di quei tempi che per certi versi sembra persistere ancora.  L’evoluzione in senso occidentale è visibile e la direzione è quella. Pechino è la New York d’Oriente. Cartelloni pubblicitari fluorescenti, vie costruite per i turisti, mercati di street food infiniti e centri commerciali pressocchè ovunque, nei diversi quartieri inglobati dalla città. Accanto all’anima moderna e commerciale che ha portato Pechino  e la Cina più in generale a essere potenza economica mondiale, c’è un’anima locale forte, di una Cina antica e vera. Lo sfarzo, il lusso e le strade “artificiali” lasciano spazio agli hutóng, le antiche case a un piano dove si viveva ai tempi dei Ming. Sono delle vie particolarissime. Antiche, umili al limite della povertà e vere. Tranne quelle che si sono trasformate in attrazioni turistiche come il nanluoguxiang. Questo hutong è una delle vie principali per l’acquisto di souvenir. In realtà ho amato anche quello. Ecco, gli hutong mi hanno colpito moltissimo. Con la bici, mentre giravo tranquillamente per il traffico folle di Pechino, mi piaceva addentrarmi in queste vie anche per la strana sensazione, quasi di paura, che provavo quando mi perdevo nei vicoli. Di nuovo, qui vivono i contrasti più estremi: macchinone, Suv, insieme a carrettini dell’anno mille, baracche montate alla meno peggio e fast food non appena si gira l’angolo.

#pechino

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L’anima di Pechino è un grande meltin pot, ma non nel senso americano del termine. Qui di cultura ce n’è solo una, la loro. Così come di lingua e di tradizioni. Ben venga, ma lo shock culturale può essere tanto. Pechino è una città magica che non dorme e che va veloce. Come la metropolitana, perfetta, super efficiente e che si estende per tutta la grandezza della città diramandosi in ben 13 linee (o forse più). Dico magica perchè non fa in tempo a regalare un’immagine poetica o una sensazione nuova, che subito ti regala un odore diverso, un suono, qualcos’altro che rapisce la tua attenzione. E tutto questo avviene all’interno del trambusto generale che è fatto di auto, ponti sospesi tra una strada e un’altra in cui ci si trova a passare la maggior parte del tempo intanto che si scopre la città, voci e chiacchiere indecifrabili, odori forti e pesanti, e il rumore degli scooter senza fine. La città non si ferma e tutto questo flusso, tutto questo caos infinito scorre nella sua totale normalità. Apparentemente non c’è alcuna regola, ma tutto fila e tutti sembrano essersi abituati a questa macchinona enorme che è la città al cui interno esistono livelli diversi e situazioni di vita diverse. Pechino ha bisogno di tempo per essere capita. Forse è per questo che ne scrivo a distanza di quasi 2 mesi. O forse ero solo stanca da questo viaggio bello tanto quanto infinito da dovermi prendere una lunga pausa.

Ve ne parlerò ancora di Pechino e non tra un altro mese, promesso. Vi parlerò dei suoi laghi e del lato “ameno”. Non potrà mancare una menzione speciale allo street food. E nemmeno un album degno. Per il momento potete guardare le mie foto qui.

Colazione per Cinefili ~ Still Alice

Nuovo post per Cinefili che hanno già fatto colazione e pranzo da un pezzo. Il film in questione è il recentissimo “Still Alice“, piacevole scoperta fatta in una serata settimanale quando abbandonata alla stanchezza decido di guardare un film. E ogni volta, dopo aver visto qualcosa di bello, mi rendo conto che non vedo abbastanza film, non leggo abbastanza libri, non frequento abbastanza mostre. E ancora ogni volta, dopo aver fatto un qualcosa di tutto questo, mi sento migliore, come se avessi messo dell’acqua alla mia pianta. Mi rendo conto di quanto importante sia il cibo per l’anima e di quanto io lo cerchi, soprattutto in questo periodo.

Torniamo al film e al perchè voglio parlarvene. Faccio una premessa (la solita): queste sono mie opinioni espresse un po’ di getto in seguito alle sensazioni che quel film mi ha lasciato. Non faccio critica cinematografica, ma penso che condividere i propri pensieri in seguito a un qualcosa che ha scatenato sensazioni nuovi e riflessioni sia una bella cosa.

Il film parla di una donna, Alice Howland, rinomata insegnante di neurolinguistica alla Columbia University. Sotto ai riflettori, la sua vita. Alice è una persona felice: un bel matrimonio e un marito che la ama, 3 figli diversi, riconoscimenti vari e un’indole amorevole. Tutto questo è destinato a crollare, anzi, a “perdersi” come lei dice spesso durante tutta la narrazione. L’arte del perdere fa da filo conduttore alle scene, e solo alla fine  si scopre come dal perdere si conquista qualcosa, sempre. Non starò qui a spoilerarvi la trama per intero. Vi dico solo che Alice si ammala di Alzheimer e da quando scopre di stare male, inizia la sua battaglia personale nel tentativo di non perdere la memoria e i ricordi. La paura è quella di perdere quel che ha costruito nella vita, quello per cui è riconosciuta e ammirata. Tutto cambia. Cambia la percezione che lei ha di se stessa e della realtà attorno. È un mondo fragile, che si sgretola. Si dimentica senza dolore, senza accorgersene.

Il film è forte e commovente. C’è una donna meravigliosa, troppo giovane per essere condannata all’oblio definitivo e che ha ancora molti sogni da voler realizzare. Le parole vanno via ma emergono i ricordi. In aiuto, un vecchio album di foto e il cellulare sul quale Alice segna le cose.

Per imparare l’arte del perdere occorre avere coscienza della propria dignità. Il lato debilitante della malattia viene qui trattato sotto la luce della trasformazione personale e la metafora che il film riprendere è quella della farfalla. “Le farfalle hanno una vita breve, ma felice”.

E intanto che la sua breve vita vola via insieme ai ricordi, resta l’amore, quella magica parola che non si dimentica e che pronuncia alla figlia nella scesa finale. Non vi svelo il monologo che a mio parere è la parte più bella del film che vi invito vivamente a vedere.

Piuttosto vi lascio con un altro monologo finale, di un’altra Alice:

Perchè finalmente l’abbiamo imparato che c’è tempo soltanto se c’è un tempo, un tempo per ogni cosa. Per sceglierne magari una sola di quelle cose impossibili, però poi realizzarla, costi quel che costi. E arrivare in un posto per restarci, e guardare con gli occhi spalancati, perchè c’è un tempo per viaggiare e un tempo per costruire, un tempo per scappare e un tempo per guarire, un tempo per capire, lunghissimo, un tempo per spiegare, un tempo per perdonare, un tempo per perdere tempo.
C’è un tempo per cambiare e un tempo per tornare gli stessi di sempre, un tempo per gli amori e un tempo per l’amore, un tempo per essere figli e un tempo per farli, i figli, un tempo per volere una vita spericolata e un tempo per trovare un senso a questa vita – che è anche l’unica che abbiamo.
C’è un tempo per raccogliere tutte le sfide, un tempo per combattere tutte le battaglie, un tempo per fare la pace, un tempo per esigerla, la pace.
C’è un tempo per dire e un tempo per fare – e non è detto che di mezzo debba per forza esserci una barca. A volte basta uno sguardo, a volte basta una scheda elettorale.
C’è un tempo per innamorarsi – prorogabile. C’è un tempo per ballare e un tempo per aspettare, un tempo per correre, un tempo per il silenzio. E se c’è un tempo bellissimo per ricordare allora ce ne deve essere anche uno calmo per dimenticare ma senza perdere e senza perdersi..
Perchè se c’è un tempo per dormire e uno per morire, forse – forse – se siamo sempre stati bravi e attenti, e continuiamo a tener gli occhi spalancati allora, forse, c’è anche un tempo infinito per sognare…
(Lella Costa)

Il cibo dell’Est, il vento del Nord

Oggi parlo di cibo polacco e non solo. Facciamo che vi parlo di cibo dell’Est e lo diamo per buono, visto che vivendo in Polonia mi sono trovata spesso in Germania, e comunque nella parte dell’Est. Ogni volta che viaggio e faccio un’esperienza foodiana nuova, mi rendo conto di quanto in fin dei conti io abbia visto poco. Ogni assaggio, ogni piatto, ha una storia da raccontare e porta impressi i segni del luogo in cui è nato, o semplicemente è passato e la gente del posto l’ha preso con sè, facendone un piatto locale.

Il cibo è viaggio ed è privo di senso viaggiare se non si apprezza la cucina dei posti che si visitano, o quanto meno se non si fa il tentativo di provare cose diverse. È dall’accostare i contrasti che si riesce a distinguere i gusti e le sfumature tra le cose. Più che un luogo comune, questo è qualcosa che ho imparato nel tempo, vivendo all’estero, avvicinandomi alle cucine locali e chiacchierando con la gente che qui e lì ho incontrato. Non è mancato neanche chi ha saputo dire che la cucina polacca fa schifo, per questo non è conosciuta altrove. Ecco, queste sono le classiche parole che mi fanno vomitare. Quella volta non lo feci, ma scrissi soltanto, dentro di me da qualche parte questo pensiero stupido e personale e pensai: ok, sei una persona noiosa.

Torniamo ai piatti di cui voglio parlarvi, o meglio, presentarvi. Non che sia l’esperta del polish food, o in grado di farvi l’elenco di tutte le specialità con i crauti. Quello che voglio fare è presentarvi le cose nuove che ho visto e mangiato con i miei occhi di allora, che probabilmente sono gli stessi di chi si è avvicinato a questi piatti, per la prima volta. Tranne per chi è noioso e basta e non riesce a vedere ciò che c’è da vedere o a mangiare ciò che andrebbe mangiato.

Pierogi

Partiamo dai Pierogi, forse il piatto polacco tipico per eccellenza. Si tratta di gnocchi, ravioloni, ripieni con qualsiasi cosa. Carne, formaggi, verdure. Possono essere cotti al forno e serviti con salse varie (in genere molto speziate – quella più famosa è a base di formaggio, aglio e timo) oppure semplicemente bolliti con delle cipolle dorate sopra. Immaginate, quindi, dei panzerotti ripieni e serviti con quanto di più calorico possa esistere. Se vi piace l’accoppiata con panna acida, dovreste fare un salto qui. Il primo posto in cui li ho provati, Pierogarnia, ristorante polacco nel centro di Wroclaw con i classici piatti polacchi, dalle zuppe con i noodles (che sarebbero i nostri fusilli) alle insalate.

I pierogi a forno. Esistono anche quelli.

Zuppe

Tantissime, a base di carne e verdure. La più famosa? Lo Zurek. Minestra tipica polacca a base di farina di segale, salsiccia e uova. In genere viene servita calda dentro una scodella di pane. Non riuscirei a immaginare una roba migliore per riscaldarsi quando fa freddo, in Polonia e non solo. Esistono diverse varianti di questa zuppa che si caratterizza per il sapore acidulo. Leggevo che un tempo era tradizione comune consumarla nei periodi di festa, adesso è impensabile entrare in un ristorante polacco, per la prima volta, e non provarla. L’ho provata da Kurna Chata forse uno dei migliori ristoranti polacchi dove fare una sana scorpacciata di cibo tipico a poco prezzo intanto che si beve del piwo (birra polacca) o vino caldo.

Zuppa Polacca, la più buona finora provata. Accadde a Poznan

Goulash

Non proprio polacco, ma comunissimo qui. Questo piatto molto saporito a base di carne viene qui servita principalmente in 2 modi: nel classico contenitore di pane scavato che fa da scodella oppure i potato pancakes. Buonissimi. Tutto questo viene servito con insalate varie a base di carote, porri, cipolle, bietola e maionese. Non ci vado pazza personalmente, ma provarle è un must in Polandia. Tutti questi tipi di insalate e stuzzichini li si trova anche nelle gastronomie, nei banchi frigo dei supermercati. Freschi o congelati.

Con la mitica Cro al Kurna chata mangiando cibo polacco doc

Naleśniki

Ossia le Crepes. Dolci e salate, servite con i più svariati condimenti. a Lodz, dove sono andata in visita, c’era Manekin, catena polacca  con un menù svariato di Pancakes e Crepes, grandi. Di tutti i tipi, accompagnate con le classiche salse che qui praticamente vanno a ruba come l’olio da noi. Non il classico fast food, ma una catena seria con prezzi convenienti e cibo buono. Siamo tornati a farci colazione dopo un pranzo che ci ha stupito. Tappa da fare una volta in Polonia.

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Potato Pancakes

Dove la pasta praticamente non esiste quasi, esistono alti modi per accompagnare i secondi piatti. Uno di questi i Potato Pancakes, ottimi con la carne (goulash nel mio caso), pesanti perchè in genere fritti e serviti anche questi con qualsiasi cosa si desideri. Occhio che anche i vegetariani hanno la possibilità di scegliere un piatto con i potato pancakes senza carne ovviamente. Preciso che qui a Wroclaw ristoranti vegetariani ce ne sono diversi o anche semplici bistrò che utilizzano cibi freschi, centrifugati e rivisitazione dei piatti più comuni in chiave veg.

Colazioni

Vi parlo ora delle colazioni perchè ho un debole per queste. Spesso le preferisco rispetto ad altri pasti della giornata. Le colazioni del weekend specialmente, quelle in cui godersi un nuovo posto, fare una nuova scoperta e guastarsi un bel brunch domenicale nel momento migliore della giornata, la mattina. Qui non c’è una vera e propria tradizione come la breakfast all’irlandese o in Germania. Diciamo che la cucina è abbastanza internazione e si trova dal dolce al salato. Si può cosí scegliere di mangiare una fetta di torta in una Cookiernia, la maggior parte delle quali qui ha dolci esclusivamente homemade, freschissimi e particolari. A parte le buonissime cheesecake in perfetto stile americano, una delle mie torte preferite è la crostata con crema al limone e meringhe. Non mancano posti dove fare un degno bruch. Tra questi, mi è capitato più volte di andare da Giselle a Wroclaw, una boulangerie francese con un menù vario di piatti e incastri perfetti per la colazione o il pranzo. E anche qui belle torte, ottimi croissant, salmone, uova e marmellate fresche per gli amanti della colazione continentale.

#solocosebelle

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E ovviamente non posso che chiudere dicendo che tutto questo ha avuto valore perchè c’è sempre stato qualcuno a condividerlo con me. Ma sono stata anche da sola e avrei voluto che ci fosse stato quel qualcuno con me. Il vento sarebbe stato meno freddo. Ma mi sono salvata presto e le scoperte sono andate facendosi, col tempo, maggiori e migliori.

Primo

Modifico un articolo che avevo scritto l’ultimo dell’anno con l’intenzione di pubblicarlo il giorno stesso o al massimo il giorno dopo.

Procrastinare è stato uno dei miei dei l’anno scorso e temo che anche quest’anno resti vigile su di me. Non volevo scrivere alcun proposito per il l’anno nuovo, ma mi trovo costretta a farlo, anche per convincermi di non cadere nella spirale del non far niente e dare un senso alle cose che hanno sempre contato per me.

Ok fatta questa premessa, riprendo un pezzo dell’articolo che avevo scritto in cui dicevo che è doverso sottolinerare una tappa importante dello scorso 2014, che non  è stato tutto luccicante. Non che mi aspettassi stelle e bombe scoppiettanti… Mi rendo conto che non sono più la studentella spensierata che gioca  a mischiare le carte del proprio futuro, immaginando di far cose stratosferiche e in poco tempo. A quel tempo anche il linguaggio che usavo era diverso, ed ero diversa in generale. Scrivere è sempre stato un modo per guardare allo specchio me stessa indietro nel tempo. Lo spreco di vocali indice di gioia ed entusiasmo improvviso per qualsiasi stupida o non cosa adesso non c’è più.

Intanto che scrivo, in sottofondo va Pulp Fiction, film che avrò visto almeno 10 volte. Adesso lo ascolto. Immaginate quei due che vogliono rapinare “la caffetteria pidocchiosa” come loro stessi dicono perchè nessuno dei due ha l’intenzione di lavorare (da grande). Io questa intenzione l’ho avuta e lo sto facendo – lavorare intendo – ma adoro immaginare, e vedere, scene di gente fuori dal normale (ma neanche tanto) che partorisce idee contro ogni legge e le mette in pratica. Siamo tutti così, alla fine. Solo che certe cose non le facciamo mai. Quindi, non resta che guardarle.

Ok. Siamo al “Nessuno si muove. Questa è una rapina” e parte questo spettacolo di colonna sonora.

Ok, adesso torniamo al punto di partenza. La tappa importante. Ogni giorno mi chiedo qual è il senso del mio stare qui, di alzarmi, andare a letto, guardare a una quotidianità nuova quale è la mia vita adesso, all’estero. Non che sia stato facile arrivarci, ma di certo è stato qualcosa che ho desiderato con tutte le mie forze. La migliore conquista dello scorso anno è stata questa. Non riesco ad immaginarmene altre di tali portata, anche perchè mi è costato tanto tutto questo. Una volta una persona mi disse che le cose belle hanno un prezzo alto. Adesso capisco il significato di questa frase. E ho capito anche che ci vuole del tempo perchè le cose belle si materializzino davanti agli occhi e vada via il fumo iniziale.

Per cui mi sento un po’ come chi ha ottenuto ciò che voleva e si trova nella condizione di dire: ok, e adesso? Questo è un sentimento che mi porto dietro, come un’ombra che mi segue sempre e vado spesso in paranoia. Ogni giorno che passa non mi vedo mai nella stessa posizione in cui mi trovavo il precedente e mi sembra di vivere su un terreno instabile. L’unica certezza di quest’anno vissuto metà in Italia, metà in Polonia  (a parte il sognato contratto di lavoro e volo di sola andata per Wroclaw) sono i miei amici. Ho consolidato rapporti importanti, ho avuto bisogno di chi non poteva essere accanto a me e ho capito che io sono anche loro, e che ho bisogno di loro per ricordarmi chi sono ogni tanto. Spero che anche per loro sia così.

Una volta scrivevo obiettivi lunghissimi, liste infinite di cose che volevo fare. Adesso le liste le odio quasi, e odio i raptus improvvisi che mi assalgono ogni qualvolta vorrei fare qualcosa di nuovo che stimola la mia curiosità, ma nulla. Questa cosa non si realizzerà mai, essenzialmente perchè sono una procrastinatrice nata.

Il mio 2015 inizia senza buoni propositi. O meglio, inizierò proprio dalle basi, cercando di aggiustare quelle cose che sono andate male, partendo dagli errori. Questo è il primo mese dell’anno e ho l’impressione che passerà così, in silenzio, sommerso dal caos generale altrui. Mi fermo, e faccio una riflessione su quello che fa male e cerco di eliminarlo delle mie cerchie.

Come proposito mi sembra buono, giusto per iniziare.

Ah, devo anche scrivere di food, il blog nasce per questo. Ma questa volta preferisco vomitare quello che ho dentro da un po’, piuttosto che mangiare.

Ciao amici, ho un film da finire.