Pechino, un assaggio. (Prima Parte)

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Più di un mese fa sono andata in Cina, a Pechino. Per tutto il viaggio – che è durato circa 8 giorni – non ho fatto altro che dire “ok, quando torno posterò talmente tante foto e talmente tanti post da far venir voglia di andarci, a Pechino“. E invece sono riuscita a malapena a condividere un album di foto su Facebook. Scusatemi. Lo so, nessuno mi chiede di scrivere qui su quello che faccio, nessuno attende le ultime da Pechino o da Bologna, ma io che conosco il valore di quello che ho visto e di quello che ho vissuto ho il dovere di dirvi qualcosa. Dopotutto, i viaggi si continuano a fare perchè qualcuno ci ha fatto innamorare dei propri.

E così mi ritrovo a parlarvi di Pechino, del mio viaggio di fine febbraio, adesso che mi trovo a Bologna per un altro viaggio a cui ne seguirà un altro ancora e ancora un altro. Ultimamente passo molto tempo in volo. Succederà che ci scriverò un saggio, ad esempio su come occupare il proprio tempo in aereo nel miglior modo possibile. Ritorno a Pechino. Io di questa città vorrei dire tante cose, un po’ come mi ero promessa di fare. Ma piuttosto che fare un resoconto dettagliato di quel che ho visto e di quel che ho fatto giorno dopo giorno, cercherò di lasciarvi con delle immagini e sensazioni che magari vi faranno sognare o desiderare di andarci una volta. Qui vi farò un’introduzione generale tralasciando parti che meritano di essere approfondite, tipo tutto il discorso sul cibo e sullo street food.

Per me si è trattato del primo viaggio fuori Europa. Ho scelto l’Asia. Un po’ per caso, un po’ per curiosità, ma fondamentalmente perchè nel grande progetto dell’esplorazione del globo Pechino era una tappa obbligata. Sono partita senza aspettative. E così deve essere. È un posto talmente diverso e distante da ogni tipo di stereotipo culturale occidentale cui siamo abiuati che lì vengono quasi a cadere le proprie certezze. Dal cibo, all’orientarsi in strada sia per attraversare col verde che per guidare una bici in pieno centro, dalla lingua che limita pressocchè in tutto (se non la si conosce) alle differenze architettoniche, somatiche, etniche, climatiche. Tutto insomma. Una settimana a Pechino equivale a un mese in Europa, girando in lungo e in largo. I sensi (vista, olfatto, udito, tatto, gusto) si riempiono di cose mai viste e inaspettate. Per quanto si possa immaginare un viaggio in Cina, la realtà sarà ben diversa. Sono felice di aver fatto questo viaggio, di essere andata lì ed essermi immersa in una super metropoli, la più popolata al mondo e forse la più estrema per la capacità di raccogliere in sè differenze abissali. Pechino è una città dalle anime diverse. L’antica città imperiale sembra vivere ancora. Non solo nelle attrazioni turistiche famose – Forbidden City, Temple of Heaven, Muraglia Cinese,ecc – ma anche per lo stile di vita proprio di quei tempi che per certi versi sembra persistere ancora.  L’evoluzione in senso occidentale è visibile e la direzione è quella. Pechino è la New York d’Oriente. Cartelloni pubblicitari fluorescenti, vie costruite per i turisti, mercati di street food infiniti e centri commerciali pressocchè ovunque, nei diversi quartieri inglobati dalla città. Accanto all’anima moderna e commerciale che ha portato Pechino  e la Cina più in generale a essere potenza economica mondiale, c’è un’anima locale forte, di una Cina antica e vera. Lo sfarzo, il lusso e le strade “artificiali” lasciano spazio agli hutóng, le antiche case a un piano dove si viveva ai tempi dei Ming. Sono delle vie particolarissime. Antiche, umili al limite della povertà e vere. Tranne quelle che si sono trasformate in attrazioni turistiche come il nanluoguxiang. Questo hutong è una delle vie principali per l’acquisto di souvenir. In realtà ho amato anche quello. Ecco, gli hutong mi hanno colpito moltissimo. Con la bici, mentre giravo tranquillamente per il traffico folle di Pechino, mi piaceva addentrarmi in queste vie anche per la strana sensazione, quasi di paura, che provavo quando mi perdevo nei vicoli. Di nuovo, qui vivono i contrasti più estremi: macchinone, Suv, insieme a carrettini dell’anno mille, baracche montate alla meno peggio e fast food non appena si gira l’angolo.

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#pechino

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L’anima di Pechino è un grande meltin pot, ma non nel senso americano del termine. Qui di cultura ce n’è solo una, la loro. Così come di lingua e di tradizioni. Ben venga, ma lo shock culturale può essere tanto. Pechino è una città magica che non dorme e che va veloce. Come la metropolitana, perfetta, super efficiente e che si estende per tutta la grandezza della città diramandosi in ben 13 linee (o forse più). Dico magica perchè non fa in tempo a regalare un’immagine poetica o una sensazione nuova, che subito ti regala un odore diverso, un suono, qualcos’altro che rapisce la tua attenzione. E tutto questo avviene all’interno del trambusto generale che è fatto di auto, ponti sospesi tra una strada e un’altra in cui ci si trova a passare la maggior parte del tempo intanto che si scopre la città, voci e chiacchiere indecifrabili, odori forti e pesanti, e il rumore degli scooter senza fine. La città non si ferma e tutto questo flusso, tutto questo caos infinito scorre nella sua totale normalità. Apparentemente non c’è alcuna regola, ma tutto fila e tutti sembrano essersi abituati a questa macchinona enorme che è la città al cui interno esistono livelli diversi e situazioni di vita diverse. Pechino ha bisogno di tempo per essere capita. Forse è per questo che ne scrivo a distanza di quasi 2 mesi. O forse ero solo stanca da questo viaggio bello tanto quanto infinito da dovermi prendere una lunga pausa.

Ve ne parlerò ancora di Pechino e non tra un altro mese, promesso. Vi parlerò dei suoi laghi e del lato “ameno”. Non potrà mancare una menzione speciale allo street food. E nemmeno un album degno. Per il momento potete guardare le mie foto qui.

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Chinese food – Il migliore, a Roma

Esistono esperienze passabili, altre top. La maggior parte si colloca in mezzo, lasciandomi con quella sensazione di soddisfazione generale ma nulla di eclatante. Esperienze foodiane a cui darei un 7 e 1/2 e se non arrivo al 10 non chiedetemi perché. Il motivo è più di uno, ma spesso è perché non mi ha entusiasmato abbastanza. Tutto buono sì, ma non entusiasmante. Quella che sto per raccontarvi adesso è un’esperienza foodiana buona, molto buona. Ed etnica, chiaramente. Avrete capito che sono fan dei cibi intercontinentali e che mi piace da matti andare a caccia di piatti buoni, non italiani, straordinari e memorabili.

Avevo già parlato dei lati positivi del vivere nel quartiere multietnico di Roma. Ecco, uno di questi è avere quasi sotto casa il miglior ristorante cinese della capitale. Il locale si chiama Hang Zhou (non chiedetemi la traduzione cinese) e la proprietaria Sonia, una cinese occidentalizzata dal nome italiano e dai capelli alla francese con tanto di frangione. Ve la presento:

e

A parte l’apparenza ciociara della signora Sonia, lì servono ottimi piatti cinesi, come non fanno altrove. Il piatto è originale, per certi versi ricercato. C’è un non so che di “italiano” nelle portate, ma nel senso buono del temine. Poi, sarà per la smania di prendere un premio del Gambero Rosso o per tener alta quelle stelle di TripAdvisor, il menù presenta specialità simil-italiche. Il tutto condito da un personale di servizio simpatico, caciarone e un po’ burino. Sempre nel senso buono del termine. Certo che cinesi che parlano romanaccio li si vede solo lì, eh. E nelle scuole. Ascoltare i consigli del ragazzo di servizio è stata la parte più divertente. Insomma, era come se stessi parlando a un oste di Trastevere o di Rione Monti. Così, curiosa di approfondire questa conoscenza col “padrone di casa” inizio a chiedere mille consigli. Anche perché il momento dell’ordinazione si rivela essere un dramma, pressocché sempre per me. Troppi nomi, il più delle volte sconosciuti, troppi odori, troppe portate allo sguardo. Insomma, è la fase che coincide con la “scelta” e io non riesco mai a scegliere con convinzione. Per cui succede che vado sul classico e ordino involtini primavera, ravioli al vapore e zuppa di wonton. Per finire una bella palla di gelato bicolore e passa la paura. 

ZUPPA DI WONTON – per iniziare, una zuppa è d’obbligo. In questo caso ho scelto dei wonton, i ravioli ripieni di carne.

zuppa

INVOLTINI PRIMAVERA – trattasi di roll non fritti! Ebbene sì, esiste qualche piatto eccezione alla regola del tutto-fritto nella cucina cinese. Forse non li troverete ovunque, ma Sonia, metà cinese, metà romana, sa bene che gli italiani sono attenti alla linea e se possono evitano i fritti. Quindi, nessuna paura. Questi sono ottimi, non vi deluderanno.

involtini

RAVIOLI AL VAPORE – il mio piatto d’obbligo. I ravioli di carne al vapore sono stati il mio primo amore, e ogni volta è bene rinnovare il ricordo. Tra l’altro provai anche a farli in una delle mie serate universitarie a  Bologna. Con risultati scarsissimi, che ve lo dico affà? Però è certo che un piatto si presta ad essere ripetuto e la cucina emulata sono se è degno di memorabilità. Questo lo è.

ravioli

POLPETTE DI MAIALE E BASMATI – New Entry, ebbene sì. Anche questo, piatto d’obbligo. Devo dire che ha stimolato la mia curiosità. E’ il piatto consigliato dal Gambero Rosso. Vabbé, come un critico culinario di tutto rispetto, decido di provare ste polpette. Poi mi rendo conto che sono più buone quelle fatte da mia madre. Ma sono dettagli.

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GELATO FRITTO – Gli antipasti (chiamiamoli così) decisamente sazianti hanno permesso che io passassi subito al dolce, in modo da completare anche l’apporto calorico degno di una chinese dinner che si rispetti. Il gelato è stato una sorpresa. Il bigusto all’interno di un’unica palla fa sempre il suo effetto. Era lo yin e lo yang della filosofia orientale. Il rivestimento di pasta fritta era leggero e morbido. Anche questo un piatto che si è lasciato ricordare.

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PAGELLA

Personale di servizio: 8 – bravissimi, simpaticissimi, velocissimi, ma sta spocchia di essere i migliori ce l’hanno impressa in faccia come i tratti somatici tipici della loro etnia. E a me i primi della classe non sono mai piaciuti;

Involtini primavera: 8 – ottima l’idea di non friggerli ma resta da migliorare l’aderenza delle superfici del piatto. Un rotolo che si apre non è proprio bello, diciamocelo.

Zuppa di wonton: 10 – Niente da dire

Ravioli al vapore: 9 – M’aspettavo di più, invece non si sono fatti ricordare per niente. Sì buoni, ottimi, ma da Sonia mi aspettavo il raviolo perfetto che si scioglie in bocca e ti fa piangere per l’emozione.

Gelato fritto: 11 – Con lode.

e per finire in bellezza… BISCOTTO DELLA FORTUNA. Refusi a parte, ci hanno preso bene. C’è proprio tanta felicità nel mio avvenire, già la vedo da un po’ 🙂

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