**Torta soffice con marmellata**

Oggi vi racconto la storia di un dolce. E la storia di me, Foodiana, alla prese con una piccolo problema ai denti che non mi ha permesso di mangiare bene e in libertà in questi giorni.

A causa di una operazione ho dovuto cambiare le mie abitudini alimentari. Non riesco più ad addentare cibi più o meno solidi, a spezzare, né tanto meno ad assaporare come vorrei, come ho sempre fatto.

Stamattina, però, sono riuscita a fare una colazione decente grazie alla torta preparata la sera precedente. Mi sono concessa una pausa, un momento per me e ho preso coraggio. Quello è stato un momento felice della mia giornata.

In quegli attimi lì mi sono resa conto che felicità è anche trovare uno spazio di serenità durante la giornata, in cui nulla ha importanza tranne che se stessi e quel momento lì. Mi sono resa conto della felicità data dai rituali quotidiani, nostri personali, che vanno sempre messi al primo posto. Mi sono ricordata di quanto fosse importante la colazione per me, del suo significato di “inizio”. Inizio della giornata, inizio di una serie di pensieri positivi che mi prometto di sviscerare, inizio di sogni nuovi che si avvereranno prima o poi.

Rappresento tutto questo un po’ con l’arte, un po’ con il cibo, un po’ qui sul blog. Ieri il processo creativo è stato espresso così. Pronti a segnarvi gli ingredienti?

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Nuova ricetta su #foodianesimo •stay tuned•

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300 gr di farina 00

150 gr zucchero

2 uova

1 bustina di lievito

1 bicchierino d’olio di semi

1 bicchiere di latte

marmellata a scelta (di arance nel mio caso)

Il procedimento da seguire è semplicissimo, e questa è la parte che amo di più. L’impasto. E io lo faccio così: sbatto le uova insieme allo zucchero senza separare gli albumi dai tuorli, monto per bene e poi aggiungo l’olio e la farina pian piano. Mescolo di continuo aggiungendo il latte e attendo che si formi una massa cremosa e morbida.

Poi tutto in una teglia imburrata e infarinata, aggiunta di marmellata a piacere e via in forno a 180° per 1/2 h circa.

Il risultato è una torta morbida e buona da mangiare, non solo per la colazione. Oltre ad essere buona è anche leggera, ottima da inzuppare e ottima per chi, come me ad esempio ha problemi con la masticazione. Sicuramente per tutti, è un ottimo modo per portare un pizzico di felicità nella giornata.

E voi avete altre storie simili da condividere con me? Non vedo l’ora di leggere le vostre opinioni/commenti ed eventuali ricette se ne avete, purché siano ricette di felicità.

Torta soffice con marmellata

 

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Colazione per cinefili: vi racconto “Her”.

Sono reduce da una vacanza (parolone) a Łódź, città polacca a cui non si darebbe due lire e che invece mi ha piacevolmente sorpreso. Ma di Łódź e delle piacevoli sorprese ve ne parlerò in un altro momento. Siccome sono insonne e l’unica cosa da fare in questo momento è vedere un film o leggere in libro, unirò le due cose e vi racconterò un film. Con questo post apro una nuova rubrica su Foodianesimo, la “Colazione per Cinefili”. Un po’ perchè mi piacciono i racconti fatti film, un po’ perchè mi piacciono le colazioni e mettere insieme le due cose non credo sia una brutta cosa. 

Perchè questo “esperimento” funzioni, le cose da fare sono: mettersi comodi, farsi un caffè e mangiare qualcosa. Il tutto a colazione, ovviamente. E leggere quel che scrivo, se proprio è il caso e l’alternativa è leggere La Repubblica on line. Se invece volete guardare i cartoni o ascoltare Virgin Radio, saltate pure queste letture e che la vostra settimana abbia inizio!

#coffee moment (follow me on instagram @Enza Maria Saladino)
caffè a Roma. Era mattina, correva l’anno 2013.

Il film in questione è Her. L’ho visto 2 volte, l’avrete visto anche voi o almeno ne avrete sentito parlare

Su questo film ho tanto da dire.

Non ho mai fatto una recensione cinematografica, nonostante sia appassionata di film da una vita. Esattamente da quando ero piccola, anche se allora le mie scelte in campo cinematografico erano un po’ dettate dal fatto che in TV passavano anime giapponesi, Pippi Calzelunge e Lessie.

Oltre a questi, chiaramente andavo al cinema. E devo ringraziare i miei genitori che mi ci accompagnavano spesso. Ok, vedevo i film della Disney, in un certo senso sono cresciuta con quelli. Per cui, le storie d’amore che mi hanno fatto emozionare, già le ho viste. Per me erano quelle. La storia della Sirenetta che si innamora di un umano e cambia il proprio destino, la storia della Bestia che si innamora di Belle e cambia se stesso grazie a un amore capace di trasformare la realtà circostante, la storia di Wendy e Peter Pan, e ci metto in mezzo pure Sailor Moon. Quelle storie d’amore mi hanno fatto appassionare, tanto. E grazie a queste ho imparato a vedere la realtà in un certo modo, a realizzare che l’amore è veramente potente ed è una forza misteriosa che scatta tra gli esseri umani. Queste erano le mie riflessioni all’età di circa 8 anni.

Col tempo di film d’amore ne ho visti diversi, e non sono del tutto i miei preferiti. Forse perché crescendo si cambia, cambiano gli archetipi dell’infanzia, le esperienze insegnano e ci si disillude in generale sulla natura dei sentimenti. Her è un film d’amore. Ergo, uno di quei film che per la categoria in cui rientra non è tra i preferiti, ma di certo ha una complessità tale da far riflettere lo spettatore e proiettarlo nel suo mondo interiore, dove vivono le emozioni, le passioni, i desideri più intimi. Mettiamo che questo spettatore ipotetico sia io. Parlerò di me quindi, e di quello che penso del film, di quali corde il film ha toccato in me e del fatto che credo fermamente di trovarmi su un terreno comune, una suolo sul quale tutti quanti camminiamo, ci incontriamo e ci ritroviamo. Pur non accorgendoci, come spesso accade, gli uni degli altri.

Her, il titolo del film, racchiude il senso di tutta la narrazione. La scelta di un pronome personale femminile singolare non è scontata. Il riferimento è al co-protagonista OS “Samantha”, il sistema operativo ultra intelligente e sensibile, ma seriale. “Lei” è una prodotto di una società dove l’intelligenza artificiale vive di pari passo con l’uomo, quell’essere in carne e ossa che lentamente scompare, va in crisi, vive il dramma della solitudine e dell’incompletezza. Samantha è una “Lei”, una delle indefinite unità di software prodotti per aiutare le persone a vivere, trovando un appagamento sensoriale ed emotivo in un misterioso prodotto industriale che, grazie alla capacità di essere “intuitivo” – come enunciato all’inizio nel film – riesce a plasmare il suo essere nelle vite dei proprietari, e a farne parte grazie a un processo di simbiosi lenta e naturale.

Theodore, il protagonista, è un uomo solo, infelice, con una relazione dolorosa alle spalle. Un passato sempre presente, che non vuole saperne di andare via per sempre, un lavoro che lo costringe all’alienazione dei sentimenti, nel momento in cui scrive lettere d’amore per altri in maniera iper realistica, nutrendosi dei sentimenti di altri. La realtà in cui vive lo costringe a questo tipo di esistenza, che cela una ricerca ossessivo-compulsiva dell’amore: vero, sincero, reale, e a tutti i costi. Lo sfondo è una metropoli anonima e grigia. Grattacieli illuminati da presunti appartamenti in cui scorrono vite d’altri, anonime anche quelle. L’appartamento in cui vive Teo è grande e vuoto. L’ambiente all’interno riflette la vita del protagonista, quella di un uomo solo, diviso tra il reale e il virtuale. Una parete all’interno lo proietta in un gioco in cui parla con degli avatar “amici”, nel tentativo di trovare un giorno quel tunnel nel ghiaccio che gli permetta di dare una svolta al gioco. Per noia, cerca magra consolazione in chat erotiche con perfette sconosciute ma poi arriva Samantha a cambiargli la vita. E lo fa in due modi: con una voce sensuale che gli penetra dentro e con modo che ha di vedere la realtà, del tutto nuovo per lui. Samantha è un mistero. Non si sa da dove venga, perché abbia scelto quel nome, né come sia stata progettata. I due esseri, il virtuale – Samantha – e il reale – Theodore – si arricchiscono e crescono della loro relazione, che arriva al climax quando i due si rendono conto di provare qualcosa l’uno per l’altra. Per la prima volta Samantha sperimenta l’amore, non è più una macchina. Theodore, anche lui, nonostante le titubanze e le incertezze sulla loro relazione, dettate dal fatto che Samantha non ha un corpo, ma è un’entità che trascende le leggi umane, decide di vivere in fondo questo sentimento che prova per lei. Dopotutto è quello che ha sempre cercato. E’ il cammino di un uomo che va alla ricerca di sé, che ha bisogno di sentirsi vivo in una realtà che lo avvolge privandolo quasi dei suoi bisogni più intimi. Her è il percorso che fa l’uomo verso l’amore, nel tentativo di accettare un cambiamento che stravolge, liberarsi dalle paure e dalle catene del passato, vestirsi di qualcosa di nuovo per respirare, ancora.

Strano come l’intelligenza artificiale alla fine vinca sull’uomo, regalandogli la libertà dello spirito e nuove visioni che lui negava a se stesso. Questa è la cosa che mi ha più colpito del film. La metafora dell’amore che trascende le classiche regole che conosciamo, e una realtà aumentata in cui nemmeno i sentimenti ci appartengono perché forse siamo troppo sviliti o solo incapaci di darci altre chances, è la risposta che ho trovato nel film. E un’insostenibile senso di solitudine, o se vogliamo sconforto, dato dal fatto che probabilmente, in un futuro non troppo lontano saremo sempre meno capaci di trovare un equilibrio in noi stessi, tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra il recitare quotidianamente la parte che ci spetta nella grande metropoli in cui viviamo, e il prenderci cura della nostra parte più intima, quella che fa fatica a uscire fuori, e che teniamo gelosamente dentro come se avessimo paura che una volta mostrata, si confonda anch’essa con il grigiore e muoia.

Food moments ~ foodianesimi quotidiani

Come l’universo, la Terra e le stagioni, sono soggetta a moti interiori che mi portano da un lato all’altro dei miei limiti. I limiti di cui sto parlando sono quello di massima sopportazione e quello di estrema gioia. Vorrei tanto incontrare di più quest’ultimo lato, aggrapparmici forte, non lasciarlo. Conoscessi la formula esatta per farlo lo farei. Ma il bello della vita (quello che viene considerato tale) è un continuo lasciarsi andare a prove ed errori, passare di esperienza in esperienza.
Cosa resta di tutto questo? Di tutti i posti in cui abbiamo vissuto, della gente che abbiamo incontrato, dei tramonti che ci siamo lasciati alle spalle? Come ho già detto altre volte, restano 2 cose: i ricordi ai quali ci aggrappiamo con la paura di perderli e quello che siamo, la trasformazione già avvenuta e probabilmente irreversibile. In senso positivo però. Il mutamento fa parte di noi stessi, cambiare è la nostra natura. Siamo giovani Ulisse in cerca di noi stessi. Se non ci fosse il cibo, in certi momenti saremmo perduti.

Per evitare di dimenticare, e per ricordare cosa mi ha fatto cambiare nel corso di questa avventura, faccio memoria in questo post dei food moments più importanti degli ultimi tempi. E voglio condividere con voi tutto questo, perchè è quello che ci unisce e qui ci riconosciamo.

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La cassatina siciliana di Favignana. Condivisa con Margherita, la mia amica. La prima vacanza di questo 2014 è stata segnata da questo pranzo, da questo dolce. E dalla sua insostituibile compagnia.

2.

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…Però quel giorno,  tutto ebbe inizio con la colazione a Favignana. Non ne facevo una così da mesi. Quel giorno arrivammo lì prestissimo. L’isola era quasi deserta, l’aroma del caffè si confondeva con quello del mare.

3.

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Il Crumble prima della partenza in Sicilia. Ho scoperto questo posto un attimo prima di mettermi su un taxi per andare all’aereoporto di Wroclaw. Un posticino vintage in una delle strade principali della città, addobbato con tente e rose, abbellito dal gusto di una proprietaria cordialissima che si mise a parlare con me del più e del meno, dall’Italia, al lavoro, alla politica dei Blue Taxi in Pol0nia. Finì che fu lei a chiamarmi un taxi, perchè quelli là fuori costavano di più.

4.

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Colazione al Winter Garten di Berlino. Come dimenticarsene e come non innamorarsene? Uno dei luoghi più belli che io abbia mai visto. Per far colazione, intendo. Se gestissi un posto così penso che sarei felice per il resto dei miei giorni. Anche perchè vivrei a Berlino, e ditemi se è da poco.

5.

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Colazione irish, the original one. Ero a Belfast e muovevo i primi passi in Irlanda. Dopo Dublino sono andata al nord, a fare un viaggio. A trovare Marghe, chi se non lei?

6.

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Gli gnocchi della nonna. Perchè dove c’è nonna, c’è casa. E tutte le volte che mi sento persa, so dove tornare.

7.

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La colazione da Starbucks, il bar sotto casa. Perchè mi piace l’atmosfera accogliente, l’aria internazionale che si respira. Perchè ogni volta che entro lì e mi siedo, quella grande mappa con tutti i continenti impressi mi ricorda quanto è importante andare e tutti quei posti che devo ancora visitare.

Foodiana

Yin & Yang al cocco [Foodlosophy]

 

 

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Ok, non voglio fare filosofia orientale con questo dolce di cui vi parlo. Anzi, correggo: i dolci sono due, due torte al cocco. Hanno un’apparenza diversa ma sono accomunate dalla stessa anima. Per questo mi sovviene la similitudine con tutti quegli opposti che si scontrano nel loro essere diversi ma che non possono vivere l’uno senza l’altro.

Queste torte risalgono a un po’ di tempo fa. Finalmente trovo un momento e l’ispirazione per metterli insieme e raccontarvi una storia. Inizio col dirvi che la torta al cocco più buona che abbia mai fatto risale a quando avevo 19 anni. Da allora tutte le torte successive non si sono rivelate all’altezza. Ricordo che trovai quella ricetta su una rivista a casa dei nonni e leggendola capii che quelli erano gli ingredienti di una creazione potenzialmente eccezionale. Così fu. Dopo quella volta le prove furono tante, e siccome nella vita mi dilettavo a fare anche altro a parte torte al cocco, le occasioni per preparare questo dolce si ridussero sempre più. Se proprio dovevo decidere di preparare un dolce optavo per altro.

[Keep it simple]

L’intuizione è quella che mi fa sempre da guida in queste circostanze. Così, presa da un’irrefrenabile voglia di preparare un dolce al cocco, decisi di comprare tutti gli ingredienti necessari e riprovare, fiduciosa che il tempo avrebbe portato miglioramenti.

[Think positive] 

Quindi, in una delle mie freschissime (nel senso di recente) sere post lavorative trascorse a casa, ho deciso che avrei fatto un dolce, al cocco, e che quella sarebbe stata la mia colazione. Avevo già tutto a casa, cocco compreso. Per gentile concessione della mia coinquilina avevo anche il cacao amaro. Non avendopiù  la ricetta originale, mi affidai all’esperienza e alla libertà d’espressione creativa. Così, come nell’atto di dar vita a una pozione magica, misi insieme e nell’ordine: 3 uova, 150 gr di zucchero, 100 gr di burro, mezzo bicchiere di latte,  70 gr di cacao amaro, 120 gr di farina di cocco, 150 gr di farina 00, lievito. Voilà. 

[Just Do It]

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Cottura classica: 180° per 1/2 ora ed è pronta. (Però il tempo può variare perché dipende dal forno. Si consiglia, quindi, di conoscere bene il proprio fedele compagno d’avventure culinarie).Ending: la torta risultò buona e pucciosa. Talmente buona che finì in 2 giorni. Non solo per merito mio! La condivisione è la cosa più gratificante e felice. Per cui decisi di riproporne un’altra versione, ahimé, stavolta senza cacao. La ricetta è la stessa, solo che ho aggiunto uno yogurt al cocco ed eliminato il burro. Il risultato è una torta morbida che sa di cocco in un modo impressionante ai sensi. Scegliere la regina tra le due è impossibile. Scegliere in base a ciò che conserva la dispensa di casa è sempre la cosa migliore e più ragionevole. Vivere con persone top pronte a condividere le loro materie prime all’occorrenza in cambio di trovarsi pura bellezza a colazione è top al quadrato.

[The more you share, the more you have]

E quando ho detto “bellezza” mi riferisco a quello che buono per i sensi in generale, anche se ha una crosta non proprio chiara che lascia intendere chiaramente che avrebbe voluto lasciare il forno qualche minuto prima. 

[Beauty is inside]

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Ora, volete sapere se sono riuscita a superare o quantomeno a eguagliare il risultato della mia prima torta al cocco? La risposta è una, ed è NO. E questo non significa che non mi reputo soddisfatta del risultato ottenuto, anzi. Fare questo esperimento con le variazioni del caso e condividerlo con le persone a me vicine mi ha fatto rendere conto di tante cose, foodianamente parlando e cioè filosoficamente cucinando. Alcune le ho scritte sopra, in bold. Immaginateli come quadri appesi. Ecco, fissateli nel cuore ora. A questi se ne aggiunge un altro, il più importantie secondo me nel palcoscenico più realistico della vita, la cucina. (Beckett docet).

[Fail again, fail better]

…and never give up! Anche se la torta si sgonfia prima che esca dal forno. Ne farete un’altra e sarà perfetta! E questa andrà a ricongiungersi con la metà precedente, quella sbagliata. Le due si uniranno e compenseranno i cali di zucchero, le svarionate e ricorderanno che la comfort zone è là dove c’è il comfort food. (ok, questa cit è MIA stavolta!)

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(***se non fai colazione sei una brutta persona***)

Tutto il cioccolato che conta.

Questa torta risale a qualche settimana fa, e come al solito faccio dolci, faccio foto, instagrammo e twitto piatti di ogni specie ma il tempo per fare un post sul blog mi manca. Che brutta cosa. In questa vita dove tutto sfugge è così difficile sedersi e scrivere due parole, due soltanto su un nuovo piatto. Trovare il tempo per raccontare una storia è quasi un’impresa. Ecco, adesso fa caldo e intanto che butto giù queste parole penso ad altre mille cose. I contenitori dentro la mia testa si mescolano e incontrano i pensieri del giorno, si scontrano con quello che dovrò fare domani e si mixano con la musica che sto ascoltando. Tra un po’ si mischieranno con questo dolce che sto per postarvi. Faranno pur ingrassare, ma senza queste creazioni la vita sarebbe scialba. E tutto sembrerebbe ancora più amaro, spento, insapore.

Quindi, eccola. Godetevi questo momento di dolcezza estrema. Non pensate al diabete. Godete.

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Ottima per la colazione, ottima per una pausa, per mille pause. Perché le pause sono importanti ed essenziali. Ci aiutano a riconciliarci con noi stessi.

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Perché la ricotta e perché il cioccolato? Ok, non volevo fare la solita torta con il classico bicchiere di latte e aromi tipo scorza di limone o arancia. Volevo qualcosa di corposo e stradolce. Qualcosa che mi ricordasse la Sicilia, e Sicilia è per me una cosa più di tutte: cannolo. E cannolo significa –> ricotta+cioccolato.

Non avendo le cialde, ho usato ciò che avevo a casa: farina, uova, lievito e quindi ricotta+cioccolato. Non c’è neanche il burro in questa torta, ma ci sono 3 uova belle corpose, 300 gr di farina, 200 di zucchero e 300 di ricotta. Col cioccolato regolatevi voi. Una barretta nero fondente è l’ideale, specie per chi ha dovuto affrontare una perdita, una delusione. Fatela a pezzi e buttatela dentro al composto, alla fine. Penso che il cioccolato abbia il potere di attutire il 70% dei mali e lenire lo sofferenze. Quindi, osate col cioccolato. Purché di qualità e fondente extra.

E’ il cioccolato che conta.

Enza

<< All I need is a Love Mug >>

Il cappuccio che fa bene al cuore  


 

Ogni tanto mi concedo un cappuccino, anzi, un bel cappuccione come lo chiamo io. Oggi, ad esempio è stata una di quelle giornate dai toni grigi. Sarà perchè ho fatto di fretta stamattina, uscendo senza aver fatto colazione. Avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su attenzione e morale e che colmasse il mio vuoto interiore. Sapete quanto è importante per me mettere del cibo nello stomaco la mattina e il significato che ha soprattutto a livello psichico. Il mio corpo era nudo, non m’ero vestita di significato e di conseguenza soffrivo il fatto di non riuscire a dare un senso a questa giornata. Non avere l’input né forze per  immaginare i momenti che oggi avrei vissuto mi dava un senso di inadeguatezza e tanta stanchezza psicofisica. L’organismo richiedeva una ricarica, la mente pure. Quindi sono andata al bar, il solito bar con quell’ ambiente amichevole e così vicino a me. Entrare in quel luogo e respirare l’atmosfera solare che lo permea è un elisir per il mio cuore. 


Così ho gustato un ottimo cappuccio caldo, con spolverata di cacao e schiuma di latte rigenerante. L’ho accompagnato con una brioche al cioccolato, oggi avevo troppo bisogno di un abbraccio. E per quanto buono possa essere il mio caffellatte, preparato con ingredienti di prima scelta (la mia, intendo), non arriverà mai a darmi un’esperienza simile a quella di oggi, quella che ogni tanto mi concedo. In questa tazza, così come nelle decine di caffè diversi che in quel luogo ho consumato, c’è amore. L’amore di chi l’ha preparato per me.  Questo accade perchè esistono persone che sanno usare gli ingredienti giusti per preparare qualcosa di unico, prodotto dalla relazione esclusiva che hanno creato con me. 


L’amore è una cosa semplice, fatta di genuinità, rispetto, conoscenza e rinnovo della fiducia reciproca. E tutto questo, nei suoi mille diversi aspetti e nella sua grandezza è  come un buon caffè, il rinnovo di un rituale quotidiano.

Tutto l’amore può essere espresso in una tazza.