Voglia di Focaccia

Succede, ogni tanto. E succede che io mi cimenti nell’impresa di farla, con le mie mani. Quando questo accade è perché ho trovato una ricetta semplice da fare, ma soprattutto veloce! Ed è quella che sto per dirvi e consigliarvi, perché, credetemi: è fantastica! Il risultato è una focaccia morbida e buonissima. Lo so, mi esalto facilmente, ma io sono una pasticciona e l’ultima volta che ho provato a fare la pizza il risultato è stato a dir poco scandaloso. Lo dico.

Oggi però celebro un successo, la buona riuscita della focaccia!

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Ingredienti:

400 gr di farina bianca

250 ml di acqua

1 bustina lievito per pizze Mastro Fornaio

2 cucchiai di olio

un cucchiaino di sale

1 cucchiaino raso di zucchero

pepe, origano

1 mozzarella a dadini

Preparazione: Mescolare insieme la farina, sale, zucchero e lievito. Aggiungere 2 cucchiai d’olio, l’acqua, la mozzarella a pezzetti, origano e pepe. Amalgamare con una forchetta per qualche minuto.

Ricordatevi che nel mentre occorre portare il forno a 250° prima di informare la focaccia.

Stendere su una teglia rotonda 24 cm di diametro, con un po’ d’olio alla base.

Infornare per 15-20 minuti e servire!

Veloce, no? Ma anche buona. Parola di Foodiana

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Dolcetto di Pasquetta

Ciao seguaci di Foodianesimo! Come avete trascorso la Pasqua? A chi come me si è ritrovato circondato da uova di cioccolato consiglio una pratica ricetta-riciclo uova di pasqua, chiaramente al cioccolato.

Prima di iniziare a raccontarvi la mia ricetta, ho voluto riassumere in una vignetta il mood di ieri, esattamente questo. Mancava il vestito giallo e il prato verde sotto, ma mi sentivo molto pulcino che si trasforma in uovo, piano piano, invertendo le fasi di vita.

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Passiamo alla ricetta, semplice semplice, ma molto buona. Ideale per farne dei dolcetti da portare a cena di amici, oppure per allietare le vostre splendide colazioni post pasquali. Ecco il mio dolcetto di Pasquetta!

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Ho seguito un procedimento semplicissimo, questi gli ingredienti base

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e poi, immancabilmente CIOCCOLATO! Da sciogliere al microonde e mettere nell’impasto!

cioccolatoProcedimento:

Impastare bene tutti gli ingredienti liquidi, a iniziare dalle uova, cioccolato fuso, vasetto di yogurt e un goccino di latte + il succo di 1 arancia. Questa torta non contiene burro né olio!

Mescolare in una ciotola farina e zucchero e infine aggiungere il lievito. Incorporare l’impasto solido nel liquido e mescolare bene fino a quando non avrà raggiunto una consistenza morbida.

Infornare per 30 min a 180 gradi!

Attendere e sfornare. E voilà!

Prima

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Dopo

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Dividere a quadratini e cospargere con cioccolato fuso a volontà!

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Buona preparazione e buon appetito! Attendo i vostri commenti/suggerimenti/alternative.

E buona Pasquetta ❤

Foodiana

Il cielo d’Irlanda… ma anche la gente, la Guinness, il food.

Scrivere di viaggi mi rilassa, mi fa sentire una persona migliore e mi fa rivivere quello che ho tristemente lasciato. In questo post scriverò del weekend appena trascorso, del bellissimo viaggio che ho fatto a Dublino, delle persone che ho incontrato e dell’ottimo cibo che ho mangiato.

Voglio aprire questo post così: un viaggio apre la mente.  Quello che intendo io è che allarga, letteralmente, le prospettive di veduta. Fare il punto di vista sulla realtà, rendersi conto dei propri bisogni è praticamente impossibile senza i termini di paragone giusti. Ebbene, questi sono potenzialmente infiniti. Sta solo a noi crearci le opportunità e darci modo di andare alla ricerca di termini diversi. Scandagliare. Le situazioni nuove, l’inaspettato, il diverso, sono il mio cibo quotidiano. Viaggerei a colazione, a pranzo e a cena, e vorrei portare con me voi, chi mi legge, dentro a ogni singolo viaggio. Per fortuna esistono modi diversi per condividere qualcosa di bello. Ed è per questo che mi trovo qui adesso, per me, per voi.

Dublino è una città rilassata e rilassante. Fortunatamente ho trovato un bel sole ad accogliermi, quindi inizio subito col dire che il tempo non ha fatto schifo. Voglio sfatare il luogo comune che vede dubliners e non girovagare con l’ombrello. Io non l’ho aperto per 2 giorni consecutivi.

Perché rilassata? La gente. Ommioddio, la gente! I dubliners sono friendly. Stop. Aperti a nuove conoscenze, aperte al diverso, aperti al viaggio e sempre presi bene. Sarà la birra? Sarà perché lì si vive veramente bene? Sarà perché sono abituata a vedere italiani incazzosi o perché soltanto vivo in un Paese il più delle volte incazzoso e restio ad accettare la diversità? Sarà un po’ per tutto questo.

Perché rilassante? A Dublino ti viene voglia di camminare, spesso in mezzo alla strada. Metterti lì in mezzo, seguire il flusso, il va e vieni di chi intona qualche inno gaelico, dei turisti che si confondono egregiamente con gli irlandesi. Insomma, a Dublino esci e cammini. Lo fai senza dover per forza prendere un autobus o uno di quei taxi americanissimi che vanno in giro con i led gialli. Girare a piedi, oltre che low cost, è il modo migliore per godere della splendida vista e conoscere la città. Che è verde, raccolta, gioviale, accogliente e bella.

Mi sono innamorata di Dublino. Si vede? E non potrebbe essere altrimenti. La città è il luogo perfetto per un weekend breve ma intenso. Se poi si va con la compagnia giusta, è il top.

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A Dublino ho conosciuto la vita d’ostello, l’irish breakfast e la Guinness.

Essere immersi in un posto frequentato da gente che viene da ogni parte del mondo per le ragioni più svariate è illuminate.  2 notti, 2 ostelli diversi. Uno in pieno centro, con un via vai di gente pazzesco. Non ve lo sto a raccontare. L’altro sul mare, a 20 min da Dublino. Gestione familiare, una ventina di persone in totale, una lounge room che diventa punto di incontro per raccontarsi le proprie storie di vita e poi andare a prendere una pinta nel pub lì vicino. Questa è la vita d’ostello. O meglio, queste sono le “vite” che nel loro scorrere si incontrano, si mischiano, si fermano. Per una notte o più in quel luogo.

Ok, non c’è un piatto tipico. Così mi hanno detto e mi sono fidata, ma… chissenefrega?! Ho ordinato un club sandwich fantastico, di una grandezza esagerata con tanto di patatine e salse. Birra a seguire e il tutto a soli 8 euro. Un’esperienza foodiana del genere in uno di quei fantastici pub intanto che in TV trasmettono il derby di rugby è un’esperienza da fare. Gli irlandesi sono molto fieri di esserlo, nazionalisti ma non per questo meno simpatici. Sono, semmai, più colorati degli altri. Il colore in questione è il VERDE.

Ma veniamo alla parte migliore… La vera regina, all’interno di questa splendida cornice è la Guinness. Consiglio vivamente una visita allo storehouse. E’ una delle esperienze più belle e appassionanti. Memorabile, quindi. Per me appassionata di pubblicità è stato fighissimo ripercorrere tutte le tappe storiche che nel corso del tempo hanno portato la Guinness ad essere conosciuta e lanciata ovunque nel mondo. Per me appassionata di birra il top è stato la Guinness Academy. Lì mi hanno insegnato a spillare la birra, con tanto di diploma a seguire. Lì ho preso la mia Guinness, l’ho bevuta all’ultimo piano dello skyline, là dove la veduta era chiara, ampia, emozionante.

Un’ampiezza di vedute di cui avevo bisogno.

E’ questo che ho ricevuto il weekend scorso.

 

(Eccone un breve assaggio)

In Sicilia, il Capodanno…

Passata la mezzanotte. (Finalmente…)

Spumante, brindisi vari, bollicine e un panettone sul tavolo snobbato da tutti. Ovvio, c’era cibo a sufficienza da sfamare una mandria di buoi impazziti. Ci vuoi mettere pure il panettone? Non esiste. Solo che i buoi non c’erano, e probabilmente si sarebbero anche spaventati vista l’enorme quantità di fritti e prodotti da forno salati e dolci che quest’anno hanno invaso casa a Capodanno. Di animali nessuna traccia, nemmeno il mio cane c’era, che di solito lui è sempre in prima linea, zero. Probabilmente sarebbe morto d’infarto solo ad annusare. Ma noi siamo siciliani, abbiamo la tradizione dei pranzi e delle cene di tutto rispetto dentro, nel sangue. Come il tasso glicemico e il colesterolo. Alti, anche quelli. Ehhh vabbè, poi si smaltisce!…(silenzio). Sempre se ci si arriva al giorno dopo il giorno dopo capodanno, e cioè il 2 gennaio. Perché oggi comunque rientra nel 31, è solo la cena questa.

Domani c’è il secondo round, e va fortissimo quello: 25 persone, i padri dei padri, i figli piccoli dei cugini di sangue, il fidanzato della sorella del cognato di mio fratello. Per dire. E lì si fa a gara, è una sorta di maratona. I veri siciliani purosangue arrivano alla fine – cena si intende – avendo mostrato abilità e resistenza di pancia, fegato e cuore nel passare dall’antipasto al dolce (senza saltare tutti i vari passaggi di primo, secondo, terzo e bis) con l’agilità di una gazzella che salta nella steppa a occhi chiusi. E tra un pasto e l’altro, i veri siculi – i nonni in genere – sono così abili, (beati loro!) a fare mille cose contemporaneamente, ma di solito l’ordine è questo: controllare che tutti abbiano occupato il loro posto a tavola, che siano nella posizione migliore, la più giusta. E poi, che il loro piatto sia PIENO. I nonni, o meglio, le “donne di casa” (le matrone) stanno sempre lì con l’occhio vispo a controllare il piatto del nipote, perché nel momento in cui si svuota, quel piatto va riempito. Ed è allora che scatta l’allarme: figghiu meo, MANGIA!!! – Frase tipica di siciliana tipica di fronte a un piatto vuoto del nipote che siede a tavola insieme ad altre 20 persone nel dì di festa. Essì, perché un vero siciliano purosangue si riconosce da una cosa fondamentalmente: apprezza il cibo, non fa complimenti, si ingozza.

E io che amo il cibo, e amo raccontare storie che nascono attorno a un tavolo o ancora prima, quando il food è ancora in testa sottoforma di idea, di fronte a certe scene vorrei prendere la testa e ficcarmela nel piatto per non sentire, ma che dico? Prendermi e lanciarmi dal balcone, uccidermi. Anzi, uccidetemi! Ma il punto è semplice: qual è il vero significato di quello che stiamo mangiando? Quale il senso di stare tutti insieme durante le feste se la maggior parte del tempo passa a tavola mangiando? Le situazioni in cui il cibo è così presente e così al centro della scena mi fanno un po’ senso e a lungo andare anche paura. Perché non vorrei mai che ogni occasione come un pasto di un pranzo, o una cena, o una break pomeridiano diventassero momenti per riempire i nostri vuoti quotidiani e riempirci la bocca di qualcosa perché non abbiamo nulla da dire. Vorrei solo che il cibo fosse una di quelle storie che ci si racconta, per il puro piacere di raccontarsi. Ed è chiaro che tra le tante storie, probabilmente si tratta della più bella perché è la più antica ed è la parte in cui meglio ci riconosciamo. Per questo conserviamo ancora intatte le tradizioni. Ed è per questo che le famiglie si riuniscono a tavola, perché il cibo funge sia da “raccordo” familiare sia da “racconto” generazionale. Ora, io questo lo so. Ma gli altri, le persone che siedono al mio fianco, riflettono prima di mangiare? Sanno quanto vale quella portata che hanno davanti?

Più passa il tempo, più vedo gente che non mangia, ingurgita. Non assapora, divora. Non gusta, prova disgusto e non ne ha coscienza. E passa da una pietanza all’altra incurante. Vedo gente ferma, che lì dov’era c’è rimasta, intanto che l’unica a crescere era la PANZA.

Detto questo, io ho cercato di conservare i momenti di questa cena, immortalandone la tradizione e il lato vintage. Perché ogni cosa qui mi è lontana, è come se non mi appartenesse più e sento il dovere verso me stessa e le mie origini di preservare questi ricordi. In secondo luogo perché, anche se passa il tempo certe cose non cambiano mai, come ad esempio i gusti a tavola dei miei genitori 🙂

Ecco, questo è solo qualche assaggio… arancini, pizzette, torte salate ripiene, rustici salati, e ciambelle ❤

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PS: c’era anche dell’altro, ma non ho voluto ulteriormente “appesantire” il post e la visione. Voglio solo dire una cosa: grazie alla mia famiglia, e soprattutto alla mia mamma.

PS 2: (che non è la Play Station): per l’occasione, mi sono fatta “vintage” anch’io… PERDONATEMI! 😀

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Yin & Yang al cocco [Foodlosophy]

 

 

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Ok, non voglio fare filosofia orientale con questo dolce di cui vi parlo. Anzi, correggo: i dolci sono due, due torte al cocco. Hanno un’apparenza diversa ma sono accomunate dalla stessa anima. Per questo mi sovviene la similitudine con tutti quegli opposti che si scontrano nel loro essere diversi ma che non possono vivere l’uno senza l’altro.

Queste torte risalgono a un po’ di tempo fa. Finalmente trovo un momento e l’ispirazione per metterli insieme e raccontarvi una storia. Inizio col dirvi che la torta al cocco più buona che abbia mai fatto risale a quando avevo 19 anni. Da allora tutte le torte successive non si sono rivelate all’altezza. Ricordo che trovai quella ricetta su una rivista a casa dei nonni e leggendola capii che quelli erano gli ingredienti di una creazione potenzialmente eccezionale. Così fu. Dopo quella volta le prove furono tante, e siccome nella vita mi dilettavo a fare anche altro a parte torte al cocco, le occasioni per preparare questo dolce si ridussero sempre più. Se proprio dovevo decidere di preparare un dolce optavo per altro.

[Keep it simple]

L’intuizione è quella che mi fa sempre da guida in queste circostanze. Così, presa da un’irrefrenabile voglia di preparare un dolce al cocco, decisi di comprare tutti gli ingredienti necessari e riprovare, fiduciosa che il tempo avrebbe portato miglioramenti.

[Think positive] 

Quindi, in una delle mie freschissime (nel senso di recente) sere post lavorative trascorse a casa, ho deciso che avrei fatto un dolce, al cocco, e che quella sarebbe stata la mia colazione. Avevo già tutto a casa, cocco compreso. Per gentile concessione della mia coinquilina avevo anche il cacao amaro. Non avendopiù  la ricetta originale, mi affidai all’esperienza e alla libertà d’espressione creativa. Così, come nell’atto di dar vita a una pozione magica, misi insieme e nell’ordine: 3 uova, 150 gr di zucchero, 100 gr di burro, mezzo bicchiere di latte,  70 gr di cacao amaro, 120 gr di farina di cocco, 150 gr di farina 00, lievito. Voilà. 

[Just Do It]

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Cottura classica: 180° per 1/2 ora ed è pronta. (Però il tempo può variare perché dipende dal forno. Si consiglia, quindi, di conoscere bene il proprio fedele compagno d’avventure culinarie).Ending: la torta risultò buona e pucciosa. Talmente buona che finì in 2 giorni. Non solo per merito mio! La condivisione è la cosa più gratificante e felice. Per cui decisi di riproporne un’altra versione, ahimé, stavolta senza cacao. La ricetta è la stessa, solo che ho aggiunto uno yogurt al cocco ed eliminato il burro. Il risultato è una torta morbida che sa di cocco in un modo impressionante ai sensi. Scegliere la regina tra le due è impossibile. Scegliere in base a ciò che conserva la dispensa di casa è sempre la cosa migliore e più ragionevole. Vivere con persone top pronte a condividere le loro materie prime all’occorrenza in cambio di trovarsi pura bellezza a colazione è top al quadrato.

[The more you share, the more you have]

E quando ho detto “bellezza” mi riferisco a quello che buono per i sensi in generale, anche se ha una crosta non proprio chiara che lascia intendere chiaramente che avrebbe voluto lasciare il forno qualche minuto prima. 

[Beauty is inside]

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Ora, volete sapere se sono riuscita a superare o quantomeno a eguagliare il risultato della mia prima torta al cocco? La risposta è una, ed è NO. E questo non significa che non mi reputo soddisfatta del risultato ottenuto, anzi. Fare questo esperimento con le variazioni del caso e condividerlo con le persone a me vicine mi ha fatto rendere conto di tante cose, foodianamente parlando e cioè filosoficamente cucinando. Alcune le ho scritte sopra, in bold. Immaginateli come quadri appesi. Ecco, fissateli nel cuore ora. A questi se ne aggiunge un altro, il più importantie secondo me nel palcoscenico più realistico della vita, la cucina. (Beckett docet).

[Fail again, fail better]

…and never give up! Anche se la torta si sgonfia prima che esca dal forno. Ne farete un’altra e sarà perfetta! E questa andrà a ricongiungersi con la metà precedente, quella sbagliata. Le due si uniranno e compenseranno i cali di zucchero, le svarionate e ricorderanno che la comfort zone è là dove c’è il comfort food. (ok, questa cit è MIA stavolta!)

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(***se non fai colazione sei una brutta persona***)

Foodianesimi e altre menate varie.

 

 

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Lo si mangia, lo si usa come argomento di conversazione anche se non parla, ma rompe il ghiaccio. Questa, la sua funzione secondaria. Il soggetto in questione è il CIBO.

Parlare del proprio rapporto con il cibo non è facile. Si tratta di una questione profonda. E’ vero che noi siamo ciò che mangiamo ed è anche vero che mangiar bene fa stare bene mentalmente. Più che altro è il rapporto con il cibo ciò che fa la differenza. Si tratta di una relazione psichica: amore/odio. E come sempre, trovare un equilibrio che permette di vivere bene questo rapporto non è mai facile, ma a gran voce mi sento di dire che AMO il cibo e mangio praticamente tutto. Junk food a parte – mi maledico quando lo faccio, ma mangio anche quello – apprezzo tutto ciò che è genuino, biologico, sano. Cerco di essere attenta a ciò che compro, a cosa inserire nella dieta quotidiana, cosa devo eliminare, cosa potenziare. Non è facile, per niente. Tutto questo è soggetto agli umori e al temperamento di un giornata se va bene, di un periodo se va male.

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Questa riflessione notturna sul cibo nasce per una serie di motivi. Anzitutto il fine di questo blog è quello di parlare di me condividendo le esperienze foodiane della mia vita. Facendolo, cerco di comprendere quello che faccio quando mangio, perché è importante. Nutrirsi, mangiare è un atto d’amore (prima di tutto e tutti) verso se stessi.  Per me scriverne è un modo per capire. Scrivere è razionalizzare, tirare fuori quello che ho dentro, inquadrare, comprendere. Credo sia importante trovare un senso ad ogni cosa, a ogni gesto, a partire da quello che si compie più spesso e che riguarda l’atto di mangiare. Io le chiamo esperienze foodiane, così per simpatia, perché sono cose serie, e come tutte le cose serie e importanti vanno un po’ prese alla leggera, dove possibile. L’ironia è un’ottimo strumento, ecco.  E visto che parlare di questo tipo di esperienze è una cosa mooolto compressa perché ci caratterizza individualmente, è difficile afferrare la logica di questi momenti. Per facilitarmi nella ricerca di un “senso” un po’ metafisico dell’atto foodiano ho deciso che dovevo scomporre, inquadrare lo spazio attorno a me come in un diagramma cartesiano, o per restare in tema, come una piramide alimentare, un piatto diviso a spicchi, quello che apre il post.

L’atto foodiano si può scindere in momenti perché è col cibo che diamo il ritmo alle nostre giornate. Il cibo batte il ritmo delle pause quotidiane, è ritmo vivo, energia che trasporta, rumore che va condiviso. Le variabili che influiscono su questi momenti sono principalmente due: indole e stato d’animo. Generalmente, però, è facile che la maggior parte abbia queste reazioni comuni alla vista di una categoria specifica di cibo. Vi porto due esempi grafici. 

VISTA MUFFIN

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VISTA INSALATA

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Ovviamente ci sono insalatONE fatte a regola d’arte. Ma nell’esempio, immaginate un’insalata con sole foglie verdi o solo radicchio. L’espressione sarà più o meno quella. Un muffin, invece, anche senza ganache suscita gioia.

Per quanto mi riguarda, io vivrei di un unico momento durante la giornata: la MATTINA, la COLAZIONE. E continuerei a farmi abbracciare dal mio cappuccino per tutta la giornata, e per tutta la vita. Quella tazza, come un maglione caldo, emana del bene a profusione. E mi sento pronta per iniziare. In quel momento lì sono con me stessa, mi sveglio finalmente e cerco di fare il punto. E nonostante tutto vada bene, c’è sempre qualcosa che sfugge che mi lascia con l’amaro. La mia colazione attutisce questa sensazione e non prendetemi per pazza, please.

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Per cui  “A ciascuno il suo”  – cit Pirandello.  Che possiate sentire i vostri momenti VOSTRI per prima cosa. Custoditeli gelosamente, e soprattutto: trovateli. E’ importante ritagliarsi spazi, sempre più spazi per se stessi. E’ importante riflettere su ciò che si fa, su ciò che si vuole, su ciò che si ama fare e su ciò che si ama mangiare. E forse, prima di riflettere su quello che ci fa stare bene, dovremmo cercare di inquadrare quello che ci fa stare male e allontanarlo. E per quanto io ci provi, ammetto che è dura passare da un Burger King o da un Mac e tirare avanti resistendo alla tentazione di comprare qualcosa. Giuro. Schifezze a parte, tutto sarebbe più bello, tutto arriverebbe alla perfezione – foodianamente parlando – se si potesse mangiare all’infinito quel piatto di pasta fresca fatta in casa dalle mani capaci della nonna senza ingrassare.

Carboidrati come se piovesse ma che non vanno in riserva, mai… 

PS:[Se puoi sognarlo, puoi farlo.] W.Disney

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E’ sempre la stagione giusta per la Torta di Mele…

Torta di mele riuscita!

In realtà era una promessa, e le promesse vanno mantenute. In genere adempio al 50% delle promesse che faccio, ma oggi mi sono messa d’impegno. Meglio non farsi riconoscere subito dai propri coinquilini! 🙂 

Quindi, prima di postare la ricetta e scriverci su qualche parola (intanto che immagino il momento in cui la assaggerò) eccola qui, ve la mostro!

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Posso dirlo? Non esiste la stagione perfetta per fare la torta di mele. Questa torta è uno di quei classici che va bene sempre e comunque. Ne esistono miliardi di variazioni, ed è adatta a qualsiasi momento e occorrenza. Super versatile, super buona e morbida. Beh, sì, le mele hanno il potere di rendere una torta banale la più buona del mondo, lì, in quel momento. Dovevo fare una torta, dovevo testare il nuovo forno, avevo una promessa da mantenere e delle mele da consumare. 

Ecco la ricetta:

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Per preparala ci vuole pochissimo, si fa con pochi ingredienti ed è velocissima da fare. Basta amalgamare il tutto, aggiungere il lievito e le mele a pezzetti alla fine e mettere in forno per 30 minuti a 180°. Io ho messo anche delle mele in superficie, giusto perché dovevo consumale e dare un effetto carino. Volendo si può aggiungere soltanto una spolverata di zucchero di canna:

Prima

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Dopo

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Aspetto la cena di stasera per assaggiarla insieme agli altri. A giudicare dall’aspetto direi che si tratta di una torta perfettamente riuscita! 😉 

Con questo dolce inauguro il mio arrivo a Roma, l’inizio di questa nuova esperienza di vita. E spero sia il primo di una serie. Perché qui ho aperto questo blog, più di un anno fa. L’ho fatto con curiosità e passione, animata da tutto quello che avrei voluto raccontare grazie al cibo, che ha il potere di riflettere in maniera forte e reale quello che siamo. 

Sono appena tornata e tutto qui mi sembra così dolce, bello e senza tempo. C’è del romanticismo in tutto ciò, come in tutte le torte di mele. 

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