Colazione per Cinefili ~ Still Alice

Nuovo post per Cinefili che hanno già fatto colazione e pranzo da un pezzo. Il film in questione è il recentissimo “Still Alice“, piacevole scoperta fatta in una serata settimanale quando abbandonata alla stanchezza decido di guardare un film. E ogni volta, dopo aver visto qualcosa di bello, mi rendo conto che non vedo abbastanza film, non leggo abbastanza libri, non frequento abbastanza mostre. E ancora ogni volta, dopo aver fatto un qualcosa di tutto questo, mi sento migliore, come se avessi messo dell’acqua alla mia pianta. Mi rendo conto di quanto importante sia il cibo per l’anima e di quanto io lo cerchi, soprattutto in questo periodo.

Torniamo al film e al perchè voglio parlarvene. Faccio una premessa (la solita): queste sono mie opinioni espresse un po’ di getto in seguito alle sensazioni che quel film mi ha lasciato. Non faccio critica cinematografica, ma penso che condividere i propri pensieri in seguito a un qualcosa che ha scatenato sensazioni nuovi e riflessioni sia una bella cosa.

Il film parla di una donna, Alice Howland, rinomata insegnante di neurolinguistica alla Columbia University. Sotto ai riflettori, la sua vita. Alice è una persona felice: un bel matrimonio e un marito che la ama, 3 figli diversi, riconoscimenti vari e un’indole amorevole. Tutto questo è destinato a crollare, anzi, a “perdersi” come lei dice spesso durante tutta la narrazione. L’arte del perdere fa da filo conduttore alle scene, e solo alla fine  si scopre come dal perdere si conquista qualcosa, sempre. Non starò qui a spoilerarvi la trama per intero. Vi dico solo che Alice si ammala di Alzheimer e da quando scopre di stare male, inizia la sua battaglia personale nel tentativo di non perdere la memoria e i ricordi. La paura è quella di perdere quel che ha costruito nella vita, quello per cui è riconosciuta e ammirata. Tutto cambia. Cambia la percezione che lei ha di se stessa e della realtà attorno. È un mondo fragile, che si sgretola. Si dimentica senza dolore, senza accorgersene.

Il film è forte e commovente. C’è una donna meravigliosa, troppo giovane per essere condannata all’oblio definitivo e che ha ancora molti sogni da voler realizzare. Le parole vanno via ma emergono i ricordi. In aiuto, un vecchio album di foto e il cellulare sul quale Alice segna le cose.

Per imparare l’arte del perdere occorre avere coscienza della propria dignità. Il lato debilitante della malattia viene qui trattato sotto la luce della trasformazione personale e la metafora che il film riprendere è quella della farfalla. “Le farfalle hanno una vita breve, ma felice”.

E intanto che la sua breve vita vola via insieme ai ricordi, resta l’amore, quella magica parola che non si dimentica e che pronuncia alla figlia nella scesa finale. Non vi svelo il monologo che a mio parere è la parte più bella del film che vi invito vivamente a vedere.

Piuttosto vi lascio con un altro monologo finale, di un’altra Alice:

Perchè finalmente l’abbiamo imparato che c’è tempo soltanto se c’è un tempo, un tempo per ogni cosa. Per sceglierne magari una sola di quelle cose impossibili, però poi realizzarla, costi quel che costi. E arrivare in un posto per restarci, e guardare con gli occhi spalancati, perchè c’è un tempo per viaggiare e un tempo per costruire, un tempo per scappare e un tempo per guarire, un tempo per capire, lunghissimo, un tempo per spiegare, un tempo per perdonare, un tempo per perdere tempo.
C’è un tempo per cambiare e un tempo per tornare gli stessi di sempre, un tempo per gli amori e un tempo per l’amore, un tempo per essere figli e un tempo per farli, i figli, un tempo per volere una vita spericolata e un tempo per trovare un senso a questa vita – che è anche l’unica che abbiamo.
C’è un tempo per raccogliere tutte le sfide, un tempo per combattere tutte le battaglie, un tempo per fare la pace, un tempo per esigerla, la pace.
C’è un tempo per dire e un tempo per fare – e non è detto che di mezzo debba per forza esserci una barca. A volte basta uno sguardo, a volte basta una scheda elettorale.
C’è un tempo per innamorarsi – prorogabile. C’è un tempo per ballare e un tempo per aspettare, un tempo per correre, un tempo per il silenzio. E se c’è un tempo bellissimo per ricordare allora ce ne deve essere anche uno calmo per dimenticare ma senza perdere e senza perdersi..
Perchè se c’è un tempo per dormire e uno per morire, forse – forse – se siamo sempre stati bravi e attenti, e continuiamo a tener gli occhi spalancati allora, forse, c’è anche un tempo infinito per sognare…
(Lella Costa)
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Il cibo dell’Est, il vento del Nord

Oggi parlo di cibo polacco e non solo. Facciamo che vi parlo di cibo dell’Est e lo diamo per buono, visto che vivendo in Polonia mi sono trovata spesso in Germania, e comunque nella parte dell’Est. Ogni volta che viaggio e faccio un’esperienza foodiana nuova, mi rendo conto di quanto in fin dei conti io abbia visto poco. Ogni assaggio, ogni piatto, ha una storia da raccontare e porta impressi i segni del luogo in cui è nato, o semplicemente è passato e la gente del posto l’ha preso con sè, facendone un piatto locale.

Il cibo è viaggio ed è privo di senso viaggiare se non si apprezza la cucina dei posti che si visitano, o quanto meno se non si fa il tentativo di provare cose diverse. È dall’accostare i contrasti che si riesce a distinguere i gusti e le sfumature tra le cose. Più che un luogo comune, questo è qualcosa che ho imparato nel tempo, vivendo all’estero, avvicinandomi alle cucine locali e chiacchierando con la gente che qui e lì ho incontrato. Non è mancato neanche chi ha saputo dire che la cucina polacca fa schifo, per questo non è conosciuta altrove. Ecco, queste sono le classiche parole che mi fanno vomitare. Quella volta non lo feci, ma scrissi soltanto, dentro di me da qualche parte questo pensiero stupido e personale e pensai: ok, sei una persona noiosa.

Torniamo ai piatti di cui voglio parlarvi, o meglio, presentarvi. Non che sia l’esperta del polish food, o in grado di farvi l’elenco di tutte le specialità con i crauti. Quello che voglio fare è presentarvi le cose nuove che ho visto e mangiato con i miei occhi di allora, che probabilmente sono gli stessi di chi si è avvicinato a questi piatti, per la prima volta. Tranne per chi è noioso e basta e non riesce a vedere ciò che c’è da vedere o a mangiare ciò che andrebbe mangiato.

Pierogi

Partiamo dai Pierogi, forse il piatto polacco tipico per eccellenza. Si tratta di gnocchi, ravioloni, ripieni con qualsiasi cosa. Carne, formaggi, verdure. Possono essere cotti al forno e serviti con salse varie (in genere molto speziate – quella più famosa è a base di formaggio, aglio e timo) oppure semplicemente bolliti con delle cipolle dorate sopra. Immaginate, quindi, dei panzerotti ripieni e serviti con quanto di più calorico possa esistere. Se vi piace l’accoppiata con panna acida, dovreste fare un salto qui. Il primo posto in cui li ho provati, Pierogarnia, ristorante polacco nel centro di Wroclaw con i classici piatti polacchi, dalle zuppe con i noodles (che sarebbero i nostri fusilli) alle insalate.

I pierogi a forno. Esistono anche quelli.

Zuppe

Tantissime, a base di carne e verdure. La più famosa? Lo Zurek. Minestra tipica polacca a base di farina di segale, salsiccia e uova. In genere viene servita calda dentro una scodella di pane. Non riuscirei a immaginare una roba migliore per riscaldarsi quando fa freddo, in Polonia e non solo. Esistono diverse varianti di questa zuppa che si caratterizza per il sapore acidulo. Leggevo che un tempo era tradizione comune consumarla nei periodi di festa, adesso è impensabile entrare in un ristorante polacco, per la prima volta, e non provarla. L’ho provata da Kurna Chata forse uno dei migliori ristoranti polacchi dove fare una sana scorpacciata di cibo tipico a poco prezzo intanto che si beve del piwo (birra polacca) o vino caldo.

Zuppa Polacca, la più buona finora provata. Accadde a Poznan

Goulash

Non proprio polacco, ma comunissimo qui. Questo piatto molto saporito a base di carne viene qui servita principalmente in 2 modi: nel classico contenitore di pane scavato che fa da scodella oppure i potato pancakes. Buonissimi. Tutto questo viene servito con insalate varie a base di carote, porri, cipolle, bietola e maionese. Non ci vado pazza personalmente, ma provarle è un must in Polandia. Tutti questi tipi di insalate e stuzzichini li si trova anche nelle gastronomie, nei banchi frigo dei supermercati. Freschi o congelati.

Con la mitica Cro al Kurna chata mangiando cibo polacco doc

Naleśniki

Ossia le Crepes. Dolci e salate, servite con i più svariati condimenti. a Lodz, dove sono andata in visita, c’era Manekin, catena polacca  con un menù svariato di Pancakes e Crepes, grandi. Di tutti i tipi, accompagnate con le classiche salse che qui praticamente vanno a ruba come l’olio da noi. Non il classico fast food, ma una catena seria con prezzi convenienti e cibo buono. Siamo tornati a farci colazione dopo un pranzo che ci ha stupito. Tappa da fare una volta in Polonia.

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Potato Pancakes

Dove la pasta praticamente non esiste quasi, esistono alti modi per accompagnare i secondi piatti. Uno di questi i Potato Pancakes, ottimi con la carne (goulash nel mio caso), pesanti perchè in genere fritti e serviti anche questi con qualsiasi cosa si desideri. Occhio che anche i vegetariani hanno la possibilità di scegliere un piatto con i potato pancakes senza carne ovviamente. Preciso che qui a Wroclaw ristoranti vegetariani ce ne sono diversi o anche semplici bistrò che utilizzano cibi freschi, centrifugati e rivisitazione dei piatti più comuni in chiave veg.

Colazioni

Vi parlo ora delle colazioni perchè ho un debole per queste. Spesso le preferisco rispetto ad altri pasti della giornata. Le colazioni del weekend specialmente, quelle in cui godersi un nuovo posto, fare una nuova scoperta e guastarsi un bel brunch domenicale nel momento migliore della giornata, la mattina. Qui non c’è una vera e propria tradizione come la breakfast all’irlandese o in Germania. Diciamo che la cucina è abbastanza internazione e si trova dal dolce al salato. Si può cosí scegliere di mangiare una fetta di torta in una Cookiernia, la maggior parte delle quali qui ha dolci esclusivamente homemade, freschissimi e particolari. A parte le buonissime cheesecake in perfetto stile americano, una delle mie torte preferite è la crostata con crema al limone e meringhe. Non mancano posti dove fare un degno bruch. Tra questi, mi è capitato più volte di andare da Giselle a Wroclaw, una boulangerie francese con un menù vario di piatti e incastri perfetti per la colazione o il pranzo. E anche qui belle torte, ottimi croissant, salmone, uova e marmellate fresche per gli amanti della colazione continentale.

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E ovviamente non posso che chiudere dicendo che tutto questo ha avuto valore perchè c’è sempre stato qualcuno a condividerlo con me. Ma sono stata anche da sola e avrei voluto che ci fosse stato quel qualcuno con me. Il vento sarebbe stato meno freddo. Ma mi sono salvata presto e le scoperte sono andate facendosi, col tempo, maggiori e migliori.

Primo

Modifico un articolo che avevo scritto l’ultimo dell’anno con l’intenzione di pubblicarlo il giorno stesso o al massimo il giorno dopo.

Procrastinare è stato uno dei miei dei l’anno scorso e temo che anche quest’anno resti vigile su di me. Non volevo scrivere alcun proposito per il l’anno nuovo, ma mi trovo costretta a farlo, anche per convincermi di non cadere nella spirale del non far niente e dare un senso alle cose che hanno sempre contato per me.

Ok fatta questa premessa, riprendo un pezzo dell’articolo che avevo scritto in cui dicevo che è doverso sottolinerare una tappa importante dello scorso 2014, che non  è stato tutto luccicante. Non che mi aspettassi stelle e bombe scoppiettanti… Mi rendo conto che non sono più la studentella spensierata che gioca  a mischiare le carte del proprio futuro, immaginando di far cose stratosferiche e in poco tempo. A quel tempo anche il linguaggio che usavo era diverso, ed ero diversa in generale. Scrivere è sempre stato un modo per guardare allo specchio me stessa indietro nel tempo. Lo spreco di vocali indice di gioia ed entusiasmo improvviso per qualsiasi stupida o non cosa adesso non c’è più.

Intanto che scrivo, in sottofondo va Pulp Fiction, film che avrò visto almeno 10 volte. Adesso lo ascolto. Immaginate quei due che vogliono rapinare “la caffetteria pidocchiosa” come loro stessi dicono perchè nessuno dei due ha l’intenzione di lavorare (da grande). Io questa intenzione l’ho avuta e lo sto facendo – lavorare intendo – ma adoro immaginare, e vedere, scene di gente fuori dal normale (ma neanche tanto) che partorisce idee contro ogni legge e le mette in pratica. Siamo tutti così, alla fine. Solo che certe cose non le facciamo mai. Quindi, non resta che guardarle.

Ok. Siamo al “Nessuno si muove. Questa è una rapina” e parte questo spettacolo di colonna sonora.

Ok, adesso torniamo al punto di partenza. La tappa importante. Ogni giorno mi chiedo qual è il senso del mio stare qui, di alzarmi, andare a letto, guardare a una quotidianità nuova quale è la mia vita adesso, all’estero. Non che sia stato facile arrivarci, ma di certo è stato qualcosa che ho desiderato con tutte le mie forze. La migliore conquista dello scorso anno è stata questa. Non riesco ad immaginarmene altre di tali portata, anche perchè mi è costato tanto tutto questo. Una volta una persona mi disse che le cose belle hanno un prezzo alto. Adesso capisco il significato di questa frase. E ho capito anche che ci vuole del tempo perchè le cose belle si materializzino davanti agli occhi e vada via il fumo iniziale.

Per cui mi sento un po’ come chi ha ottenuto ciò che voleva e si trova nella condizione di dire: ok, e adesso? Questo è un sentimento che mi porto dietro, come un’ombra che mi segue sempre e vado spesso in paranoia. Ogni giorno che passa non mi vedo mai nella stessa posizione in cui mi trovavo il precedente e mi sembra di vivere su un terreno instabile. L’unica certezza di quest’anno vissuto metà in Italia, metà in Polonia  (a parte il sognato contratto di lavoro e volo di sola andata per Wroclaw) sono i miei amici. Ho consolidato rapporti importanti, ho avuto bisogno di chi non poteva essere accanto a me e ho capito che io sono anche loro, e che ho bisogno di loro per ricordarmi chi sono ogni tanto. Spero che anche per loro sia così.

Una volta scrivevo obiettivi lunghissimi, liste infinite di cose che volevo fare. Adesso le liste le odio quasi, e odio i raptus improvvisi che mi assalgono ogni qualvolta vorrei fare qualcosa di nuovo che stimola la mia curiosità, ma nulla. Questa cosa non si realizzerà mai, essenzialmente perchè sono una procrastinatrice nata.

Il mio 2015 inizia senza buoni propositi. O meglio, inizierò proprio dalle basi, cercando di aggiustare quelle cose che sono andate male, partendo dagli errori. Questo è il primo mese dell’anno e ho l’impressione che passerà così, in silenzio, sommerso dal caos generale altrui. Mi fermo, e faccio una riflessione su quello che fa male e cerco di eliminarlo delle mie cerchie.

Come proposito mi sembra buono, giusto per iniziare.

Ah, devo anche scrivere di food, il blog nasce per questo. Ma questa volta preferisco vomitare quello che ho dentro da un po’, piuttosto che mangiare.

Ciao amici, ho un film da finire.

Colazione per cinefili: vi racconto “Her”.

Sono reduce da una vacanza (parolone) a Łódź, città polacca a cui non si darebbe due lire e che invece mi ha piacevolmente sorpreso. Ma di Łódź e delle piacevoli sorprese ve ne parlerò in un altro momento. Siccome sono insonne e l’unica cosa da fare in questo momento è vedere un film o leggere in libro, unirò le due cose e vi racconterò un film. Con questo post apro una nuova rubrica su Foodianesimo, la “Colazione per Cinefili”. Un po’ perchè mi piacciono i racconti fatti film, un po’ perchè mi piacciono le colazioni e mettere insieme le due cose non credo sia una brutta cosa. 

Perchè questo “esperimento” funzioni, le cose da fare sono: mettersi comodi, farsi un caffè e mangiare qualcosa. Il tutto a colazione, ovviamente. E leggere quel che scrivo, se proprio è il caso e l’alternativa è leggere La Repubblica on line. Se invece volete guardare i cartoni o ascoltare Virgin Radio, saltate pure queste letture e che la vostra settimana abbia inizio!

#coffee moment (follow me on instagram @Enza Maria Saladino)
caffè a Roma. Era mattina, correva l’anno 2013.

Il film in questione è Her. L’ho visto 2 volte, l’avrete visto anche voi o almeno ne avrete sentito parlare

Su questo film ho tanto da dire.

Non ho mai fatto una recensione cinematografica, nonostante sia appassionata di film da una vita. Esattamente da quando ero piccola, anche se allora le mie scelte in campo cinematografico erano un po’ dettate dal fatto che in TV passavano anime giapponesi, Pippi Calzelunge e Lessie.

Oltre a questi, chiaramente andavo al cinema. E devo ringraziare i miei genitori che mi ci accompagnavano spesso. Ok, vedevo i film della Disney, in un certo senso sono cresciuta con quelli. Per cui, le storie d’amore che mi hanno fatto emozionare, già le ho viste. Per me erano quelle. La storia della Sirenetta che si innamora di un umano e cambia il proprio destino, la storia della Bestia che si innamora di Belle e cambia se stesso grazie a un amore capace di trasformare la realtà circostante, la storia di Wendy e Peter Pan, e ci metto in mezzo pure Sailor Moon. Quelle storie d’amore mi hanno fatto appassionare, tanto. E grazie a queste ho imparato a vedere la realtà in un certo modo, a realizzare che l’amore è veramente potente ed è una forza misteriosa che scatta tra gli esseri umani. Queste erano le mie riflessioni all’età di circa 8 anni.

Col tempo di film d’amore ne ho visti diversi, e non sono del tutto i miei preferiti. Forse perché crescendo si cambia, cambiano gli archetipi dell’infanzia, le esperienze insegnano e ci si disillude in generale sulla natura dei sentimenti. Her è un film d’amore. Ergo, uno di quei film che per la categoria in cui rientra non è tra i preferiti, ma di certo ha una complessità tale da far riflettere lo spettatore e proiettarlo nel suo mondo interiore, dove vivono le emozioni, le passioni, i desideri più intimi. Mettiamo che questo spettatore ipotetico sia io. Parlerò di me quindi, e di quello che penso del film, di quali corde il film ha toccato in me e del fatto che credo fermamente di trovarmi su un terreno comune, una suolo sul quale tutti quanti camminiamo, ci incontriamo e ci ritroviamo. Pur non accorgendoci, come spesso accade, gli uni degli altri.

Her, il titolo del film, racchiude il senso di tutta la narrazione. La scelta di un pronome personale femminile singolare non è scontata. Il riferimento è al co-protagonista OS “Samantha”, il sistema operativo ultra intelligente e sensibile, ma seriale. “Lei” è una prodotto di una società dove l’intelligenza artificiale vive di pari passo con l’uomo, quell’essere in carne e ossa che lentamente scompare, va in crisi, vive il dramma della solitudine e dell’incompletezza. Samantha è una “Lei”, una delle indefinite unità di software prodotti per aiutare le persone a vivere, trovando un appagamento sensoriale ed emotivo in un misterioso prodotto industriale che, grazie alla capacità di essere “intuitivo” – come enunciato all’inizio nel film – riesce a plasmare il suo essere nelle vite dei proprietari, e a farne parte grazie a un processo di simbiosi lenta e naturale.

Theodore, il protagonista, è un uomo solo, infelice, con una relazione dolorosa alle spalle. Un passato sempre presente, che non vuole saperne di andare via per sempre, un lavoro che lo costringe all’alienazione dei sentimenti, nel momento in cui scrive lettere d’amore per altri in maniera iper realistica, nutrendosi dei sentimenti di altri. La realtà in cui vive lo costringe a questo tipo di esistenza, che cela una ricerca ossessivo-compulsiva dell’amore: vero, sincero, reale, e a tutti i costi. Lo sfondo è una metropoli anonima e grigia. Grattacieli illuminati da presunti appartamenti in cui scorrono vite d’altri, anonime anche quelle. L’appartamento in cui vive Teo è grande e vuoto. L’ambiente all’interno riflette la vita del protagonista, quella di un uomo solo, diviso tra il reale e il virtuale. Una parete all’interno lo proietta in un gioco in cui parla con degli avatar “amici”, nel tentativo di trovare un giorno quel tunnel nel ghiaccio che gli permetta di dare una svolta al gioco. Per noia, cerca magra consolazione in chat erotiche con perfette sconosciute ma poi arriva Samantha a cambiargli la vita. E lo fa in due modi: con una voce sensuale che gli penetra dentro e con modo che ha di vedere la realtà, del tutto nuovo per lui. Samantha è un mistero. Non si sa da dove venga, perché abbia scelto quel nome, né come sia stata progettata. I due esseri, il virtuale – Samantha – e il reale – Theodore – si arricchiscono e crescono della loro relazione, che arriva al climax quando i due si rendono conto di provare qualcosa l’uno per l’altra. Per la prima volta Samantha sperimenta l’amore, non è più una macchina. Theodore, anche lui, nonostante le titubanze e le incertezze sulla loro relazione, dettate dal fatto che Samantha non ha un corpo, ma è un’entità che trascende le leggi umane, decide di vivere in fondo questo sentimento che prova per lei. Dopotutto è quello che ha sempre cercato. E’ il cammino di un uomo che va alla ricerca di sé, che ha bisogno di sentirsi vivo in una realtà che lo avvolge privandolo quasi dei suoi bisogni più intimi. Her è il percorso che fa l’uomo verso l’amore, nel tentativo di accettare un cambiamento che stravolge, liberarsi dalle paure e dalle catene del passato, vestirsi di qualcosa di nuovo per respirare, ancora.

Strano come l’intelligenza artificiale alla fine vinca sull’uomo, regalandogli la libertà dello spirito e nuove visioni che lui negava a se stesso. Questa è la cosa che mi ha più colpito del film. La metafora dell’amore che trascende le classiche regole che conosciamo, e una realtà aumentata in cui nemmeno i sentimenti ci appartengono perché forse siamo troppo sviliti o solo incapaci di darci altre chances, è la risposta che ho trovato nel film. E un’insostenibile senso di solitudine, o se vogliamo sconforto, dato dal fatto che probabilmente, in un futuro non troppo lontano saremo sempre meno capaci di trovare un equilibrio in noi stessi, tra chi siamo e chi vorremmo essere, tra il recitare quotidianamente la parte che ci spetta nella grande metropoli in cui viviamo, e il prenderci cura della nostra parte più intima, quella che fa fatica a uscire fuori, e che teniamo gelosamente dentro come se avessimo paura che una volta mostrata, si confonda anch’essa con il grigiore e muoia.

Polandesimi (e tutto quello che a breve arriverà nel vostro feed).

Ed eccomi qui. Dopo mesi di latitanza torno a scrivere sul mio blog. Sono stata cattivissima, non si lascia casa per lungo tempo senza dire niente. Un po’ è quel che ho fatto. Ma chi mi conosce sa che ogni tanto ho bisogno di prendermi un pausa, per una serie di motivi. Chi non mi conosce sarà d’accordo con me. I motivi ci sono sempre, sono sempre validi e sono personali. La pausa che ho preso in realtà è stato un break generale, non solo dal mio blog. Generale e necessario. Avevo bisogno di ritornare a me stessa, detto in poche parole. Non mi dilungherò su questo tema, nè voglio giustificare la mia assenza. Ho fatto questa intro giusto per condividere con voi qualcosa di veramente importante che è successo nella mia vita. Adesso sono tornata ed eccomi qui.

Torno con un nuovo tema, nuovo layout dallo stile semplice che aspira al purismo grafico. Nuovo logo, nuova immagine ispiratrice, ‘a mozzarella.

Torniamo a noi. Come ho fatto a dirvi così poco della Polonia finora? Ogni volta che faccio qualche passo, assaggio un nuovo sapore, osservo tutto un nuovo mondo che mi circonda, penso sempre che ne devo scrivere. Vorrei potervi dare una breve e insensa visuale, o meglio, darvi modo di trasferirvi i miei sensi per farvi vivere sulla pelle tutto quel che vedo, sento, tocco e mi emoziona qui.

Il senso di questo blog è anche questo. Da food storyteller sono un po’ diventata la traveler storyteller, visto che non ho fatto altro che spostarmi da una parte all’altra per l’Italia e oltre. I miei racconti non seguono tanto un filo logico, una sequenza narrativa ben precisa – se così si può dire. Scrivo di getto, come fosse un diario. Così deve essere. Perdonerete, quindi, gli errori vari e apprezzerete il senso della lettura di chi si immedesima nello scrittore che butta tutto quel che ha dentro lì, sul piatto, e ve lo serve. Non vanno in stampa queste pagine, non c’è un editore. Ci sono solo buone forchette e appassionati di viaggi a leggere.

Giusto per farvi entrare nell’ottica di quel che dicevo, e per farvi calare nelle mie sensazioni mattutine, condivido subito un’istantanea, che altro non è se non la vista dalla mia camera a Wroclaw.

Camera con vista
Camera con vista

Oggi mi sono alzata presto, non per un motivo in particolare. Ho tante cose per la testa, altrettante che vorrei farne, cibo e viaggi che vorrei raccontarvi.

Inizio col darvi un assaggio di quel che vi racconterò a breve. Ogni viaggio merita un capitolo a sè. Non posso raccontarvi nè di Poznaz, nè di Cracovia qui, nello stesso post. Non avrebbe senso, e rischierei di non lasciarvi niente di quelle che avrebbero potuto essere le mie intenzioni.
Per cui, vi dò un’anticipazione di quel che leggerete a breve su Foodianesimi.

Anche se la mia vita non segue tanto un filo logico, cerco almeno di restare a tema. Per cui, quel che vi servo adesso è una gallery di Food che potrete sfogliare intanto che fate colazione.

Spero sia una giornata stupenda per voi, ma in genere il venerdì va così.

Zuppa Polacca, la più buona finora provata. Accadde a PoznanCena fra colleghi al Food Art di Wroclaw. Una di quelle cose posh che ogni tanto ci stanno e ti fanno venir voglia di mangiare ancora. Da un'altra parte.Colazione a Poznan. Non accade così tutti i giorni.Con la mitica Cro al Kurna chata mangiando cibo polacco docTorta salata con zucca, feta e topping francese a Cracovia. Una delle cose migliori mai provate.Zuppa di zucca servita con semi in un fichissimo caffè letterario a Cracovia.Bagel con salmone e brie a Cracovia. Colazione salata, l'eccezione. foto 4 (1)foto 5Con la Simo da Bernard a WroclawI pierogi a forno. Esistono anche quelli. Le meraviglie di California Bakery

Chinese food – Il migliore, a Roma

Esistono esperienze passabili, altre top. La maggior parte si colloca in mezzo, lasciandomi con quella sensazione di soddisfazione generale ma nulla di eclatante. Esperienze foodiane a cui darei un 7 e 1/2 e se non arrivo al 10 non chiedetemi perché. Il motivo è più di uno, ma spesso è perché non mi ha entusiasmato abbastanza. Tutto buono sì, ma non entusiasmante. Quella che sto per raccontarvi adesso è un’esperienza foodiana buona, molto buona. Ed etnica, chiaramente. Avrete capito che sono fan dei cibi intercontinentali e che mi piace da matti andare a caccia di piatti buoni, non italiani, straordinari e memorabili.

Avevo già parlato dei lati positivi del vivere nel quartiere multietnico di Roma. Ecco, uno di questi è avere quasi sotto casa il miglior ristorante cinese della capitale. Il locale si chiama Hang Zhou (non chiedetemi la traduzione cinese) e la proprietaria Sonia, una cinese occidentalizzata dal nome italiano e dai capelli alla francese con tanto di frangione. Ve la presento:

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A parte l’apparenza ciociara della signora Sonia, lì servono ottimi piatti cinesi, come non fanno altrove. Il piatto è originale, per certi versi ricercato. C’è un non so che di “italiano” nelle portate, ma nel senso buono del temine. Poi, sarà per la smania di prendere un premio del Gambero Rosso o per tener alta quelle stelle di TripAdvisor, il menù presenta specialità simil-italiche. Il tutto condito da un personale di servizio simpatico, caciarone e un po’ burino. Sempre nel senso buono del termine. Certo che cinesi che parlano romanaccio li si vede solo lì, eh. E nelle scuole. Ascoltare i consigli del ragazzo di servizio è stata la parte più divertente. Insomma, era come se stessi parlando a un oste di Trastevere o di Rione Monti. Così, curiosa di approfondire questa conoscenza col “padrone di casa” inizio a chiedere mille consigli. Anche perché il momento dell’ordinazione si rivela essere un dramma, pressocché sempre per me. Troppi nomi, il più delle volte sconosciuti, troppi odori, troppe portate allo sguardo. Insomma, è la fase che coincide con la “scelta” e io non riesco mai a scegliere con convinzione. Per cui succede che vado sul classico e ordino involtini primavera, ravioli al vapore e zuppa di wonton. Per finire una bella palla di gelato bicolore e passa la paura. 

ZUPPA DI WONTON – per iniziare, una zuppa è d’obbligo. In questo caso ho scelto dei wonton, i ravioli ripieni di carne.

zuppa

INVOLTINI PRIMAVERA – trattasi di roll non fritti! Ebbene sì, esiste qualche piatto eccezione alla regola del tutto-fritto nella cucina cinese. Forse non li troverete ovunque, ma Sonia, metà cinese, metà romana, sa bene che gli italiani sono attenti alla linea e se possono evitano i fritti. Quindi, nessuna paura. Questi sono ottimi, non vi deluderanno.

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RAVIOLI AL VAPORE – il mio piatto d’obbligo. I ravioli di carne al vapore sono stati il mio primo amore, e ogni volta è bene rinnovare il ricordo. Tra l’altro provai anche a farli in una delle mie serate universitarie a  Bologna. Con risultati scarsissimi, che ve lo dico affà? Però è certo che un piatto si presta ad essere ripetuto e la cucina emulata sono se è degno di memorabilità. Questo lo è.

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POLPETTE DI MAIALE E BASMATI – New Entry, ebbene sì. Anche questo, piatto d’obbligo. Devo dire che ha stimolato la mia curiosità. E’ il piatto consigliato dal Gambero Rosso. Vabbé, come un critico culinario di tutto rispetto, decido di provare ste polpette. Poi mi rendo conto che sono più buone quelle fatte da mia madre. Ma sono dettagli.

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GELATO FRITTO – Gli antipasti (chiamiamoli così) decisamente sazianti hanno permesso che io passassi subito al dolce, in modo da completare anche l’apporto calorico degno di una chinese dinner che si rispetti. Il gelato è stato una sorpresa. Il bigusto all’interno di un’unica palla fa sempre il suo effetto. Era lo yin e lo yang della filosofia orientale. Il rivestimento di pasta fritta era leggero e morbido. Anche questo un piatto che si è lasciato ricordare.

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Personale di servizio: 8 – bravissimi, simpaticissimi, velocissimi, ma sta spocchia di essere i migliori ce l’hanno impressa in faccia come i tratti somatici tipici della loro etnia. E a me i primi della classe non sono mai piaciuti;

Involtini primavera: 8 – ottima l’idea di non friggerli ma resta da migliorare l’aderenza delle superfici del piatto. Un rotolo che si apre non è proprio bello, diciamocelo.

Zuppa di wonton: 10 – Niente da dire

Ravioli al vapore: 9 – M’aspettavo di più, invece non si sono fatti ricordare per niente. Sì buoni, ottimi, ma da Sonia mi aspettavo il raviolo perfetto che si scioglie in bocca e ti fa piangere per l’emozione.

Gelato fritto: 11 – Con lode.

e per finire in bellezza… BISCOTTO DELLA FORTUNA. Refusi a parte, ci hanno preso bene. C’è proprio tanta felicità nel mio avvenire, già la vedo da un po’ 🙂

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Il cielo d’Irlanda… ma anche la gente, la Guinness, il food.

Scrivere di viaggi mi rilassa, mi fa sentire una persona migliore e mi fa rivivere quello che ho tristemente lasciato. In questo post scriverò del weekend appena trascorso, del bellissimo viaggio che ho fatto a Dublino, delle persone che ho incontrato e dell’ottimo cibo che ho mangiato.

Voglio aprire questo post così: un viaggio apre la mente.  Quello che intendo io è che allarga, letteralmente, le prospettive di veduta. Fare il punto di vista sulla realtà, rendersi conto dei propri bisogni è praticamente impossibile senza i termini di paragone giusti. Ebbene, questi sono potenzialmente infiniti. Sta solo a noi crearci le opportunità e darci modo di andare alla ricerca di termini diversi. Scandagliare. Le situazioni nuove, l’inaspettato, il diverso, sono il mio cibo quotidiano. Viaggerei a colazione, a pranzo e a cena, e vorrei portare con me voi, chi mi legge, dentro a ogni singolo viaggio. Per fortuna esistono modi diversi per condividere qualcosa di bello. Ed è per questo che mi trovo qui adesso, per me, per voi.

Dublino è una città rilassata e rilassante. Fortunatamente ho trovato un bel sole ad accogliermi, quindi inizio subito col dire che il tempo non ha fatto schifo. Voglio sfatare il luogo comune che vede dubliners e non girovagare con l’ombrello. Io non l’ho aperto per 2 giorni consecutivi.

Perché rilassata? La gente. Ommioddio, la gente! I dubliners sono friendly. Stop. Aperti a nuove conoscenze, aperte al diverso, aperti al viaggio e sempre presi bene. Sarà la birra? Sarà perché lì si vive veramente bene? Sarà perché sono abituata a vedere italiani incazzosi o perché soltanto vivo in un Paese il più delle volte incazzoso e restio ad accettare la diversità? Sarà un po’ per tutto questo.

Perché rilassante? A Dublino ti viene voglia di camminare, spesso in mezzo alla strada. Metterti lì in mezzo, seguire il flusso, il va e vieni di chi intona qualche inno gaelico, dei turisti che si confondono egregiamente con gli irlandesi. Insomma, a Dublino esci e cammini. Lo fai senza dover per forza prendere un autobus o uno di quei taxi americanissimi che vanno in giro con i led gialli. Girare a piedi, oltre che low cost, è il modo migliore per godere della splendida vista e conoscere la città. Che è verde, raccolta, gioviale, accogliente e bella.

Mi sono innamorata di Dublino. Si vede? E non potrebbe essere altrimenti. La città è il luogo perfetto per un weekend breve ma intenso. Se poi si va con la compagnia giusta, è il top.

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A Dublino ho conosciuto la vita d’ostello, l’irish breakfast e la Guinness.

Essere immersi in un posto frequentato da gente che viene da ogni parte del mondo per le ragioni più svariate è illuminate.  2 notti, 2 ostelli diversi. Uno in pieno centro, con un via vai di gente pazzesco. Non ve lo sto a raccontare. L’altro sul mare, a 20 min da Dublino. Gestione familiare, una ventina di persone in totale, una lounge room che diventa punto di incontro per raccontarsi le proprie storie di vita e poi andare a prendere una pinta nel pub lì vicino. Questa è la vita d’ostello. O meglio, queste sono le “vite” che nel loro scorrere si incontrano, si mischiano, si fermano. Per una notte o più in quel luogo.

Ok, non c’è un piatto tipico. Così mi hanno detto e mi sono fidata, ma… chissenefrega?! Ho ordinato un club sandwich fantastico, di una grandezza esagerata con tanto di patatine e salse. Birra a seguire e il tutto a soli 8 euro. Un’esperienza foodiana del genere in uno di quei fantastici pub intanto che in TV trasmettono il derby di rugby è un’esperienza da fare. Gli irlandesi sono molto fieri di esserlo, nazionalisti ma non per questo meno simpatici. Sono, semmai, più colorati degli altri. Il colore in questione è il VERDE.

Ma veniamo alla parte migliore… La vera regina, all’interno di questa splendida cornice è la Guinness. Consiglio vivamente una visita allo storehouse. E’ una delle esperienze più belle e appassionanti. Memorabile, quindi. Per me appassionata di pubblicità è stato fighissimo ripercorrere tutte le tappe storiche che nel corso del tempo hanno portato la Guinness ad essere conosciuta e lanciata ovunque nel mondo. Per me appassionata di birra il top è stato la Guinness Academy. Lì mi hanno insegnato a spillare la birra, con tanto di diploma a seguire. Lì ho preso la mia Guinness, l’ho bevuta all’ultimo piano dello skyline, là dove la veduta era chiara, ampia, emozionante.

Un’ampiezza di vedute di cui avevo bisogno.

E’ questo che ho ricevuto il weekend scorso.

 

(Eccone un breve assaggio)