Zuppa di Miso – √ done

Vivere nel quartiere multietnico di Roma ha il suo perché.

Ormai lo frequento da più di otto mesi e passeggiare per quelle vie fa parte della mia routine quotidiana: la mattina per andare a lavoro, la sera al rientro e nel weekend a far spesa. E’ un mix di cinesi, arabi, giapponesi e africani. Avrò contato si e no 3/4 negozi d’alimentari asiatici, ma ce ne saranno di più. Ora, al di là della mia passione per il cibo etnico e al di là della mia curiosità che mi divora e che si trasforma in un mostro bulimico che divora le cose, entrare a fare un giro in uno di questi negozi era un must. Chiaro che non si sarebbe trattato di un giretto fine a se stesso, occorreva avere una ricetta in mano. Fortunatamente, prima di avercela tra le mani, o meglio, sullo smartphone, la ricetta era già nella mia testa e faceva parte dei ricordi legati al gusto e agli odori. Dovevo fare la zuppa di miso, quella che ordino sempre come antipasto ogni volta che vado dal giappo o dal cinese. Mi sono documentata bene, ho fatto la lista della spesa e prima di passare da casa ho fatto un salto dagli amici giapponesi in piazza Vittorio Emanuele. Lì ho comprato questo: brodo dashi, tofu, miso, alghe wakame. Per fare la zuppa di miso servono questi semplici ingredienti. Si trattava della mia prima zuppa di miso homemade, e sinceramente non avevo idea di come fossero, né di come si presentassero o si trovassero tra gli scaffali di un supermercato. Entrata lì ho chiesto tutto al giapponese che mi guardava e sorrideva (per fortuna ridono sempre sti giapponesi) e che mi ha accompagnato nella scoperta di queste misteriose e affascinanti “materie prime”. Con 8 euro circa ho comprato tutto e una volta a casa ho dato il via alla prepazione della suddetta zuppa!

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Cosa occorre:

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> Alghe

In commercio esistono vari tipi di alghe. Per fare la zuppa di miso servono le alghe wakame. Si presentano secche e occorre immergerle per 5-10 minuti nell’acqua fredda. Non fate come me che ho preso un pugno d’alghe credendo fossero poche. Gonfiano tantissimo, come per magia. La scodella è diventata un lago d’alghe. Fidatevi del mio consiglio, basta una manciata, come fosse del prezzemolo. Io le mangerei pure a crudo, talmente sono buone. E i benefici per la salute sono tantissimi, documentatevi 🙂

> Tofu

Il tofu sta al latte di soia come la ricotta sta al latte di mucca. C’è da dire che il tofu ha un altissimo valore proteico, ma di per sé è inodore e insapore. Arricchisce la zuppa di miso e va aggiunto alla fine a pezzetti. Volendo si può anche frullare o schiacciare (è un tofu morbido, ha la consistenza simile al budino).

> Brodo dashi

E’ uno dei prodotti base della cucina giapponese ed è a base di pesce. Lo si può preparare a casa, ma visto che si è trattato della mia prima volta con la preparazione di questo piatto ho deciso di comparlo. Quello che si trova in commercio è granulare e per fare la zuppa di miso occorre anzitutto sciogliere il dashi nell’acqua tiepida.

> Miso

Veniamo all’ingrediente principale di questo piatto: il miso. Si tratta di un derivato di soia a cui vengono aggiunti altri cereali, ad esempio riso e orzo. Ha una consistenza morbida come fosse del burro di arachidi ed è molto saporito, oltre che nutriente. Attenzione a non esagerare con le dosi perché è molto salato.

La preparazione di questo piatto è semplicissima.

Una volta che il brodo è pronto, occorre aggiungere qualche cucchiaino di miso e portare a ebollizione. Successivamente, aggiungere il tofu tagliato a dadini e le aghe. Far cuocere per 2 minuti scarsi, togliere dal fuoco e servire. Il risultato è eccellente, il mio è questo:

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La storia finisce qui.

Restano le morali, più di una:

√ Mangiare bene è importante, variare spesso è necessario.

Il cibo è una scoperta sempre nuova: provare a realizzare un nuovo piatto equivale più o meno a lanciarsi con il paracadute. L’adrenalina dell’avventura dovrebbe essere quella. Ci si prova, buttandosi.

√ A ciascuno il suo: ognuno di noi ha i propri gusti, l’importante è assecondarli. Ci criticheranno spesso! Ogni giorno devo sorbirmi le critiche di mia madre quando le faccio presente che andrò a mangiare etnico o quando mi vede entusiasta nel mio esporle il tentativo di voler preparare una ricetta come questa ad esempio. L’importante è essere sicuri di sé, non seguire la massa e provare a fare e a essere la differenza.

√ Sono sempre più convinta che il cibo è un viaggio. Si parte con una valigia fatta di ingredienti, quelli necessari alla preparazione. E come ogni viaggio c’è l’attesa, l’eccitazione, la paura dell’imprevisto, le aspettative, il gusto del nuovo. E alla fine, resta il ricordo da condividere, quel sapore da trasmettere agli altri.

Tutto è possibile a chi osa cambiare gusti uscendo dalla propria “comfort zone”. Per noi italiani, così tanto attaccati alla nostra tradizione culinaria, riuscire a concepire un piatto del genere e inserirlo nella nostra dieta quotidiana è difficile, tanto.

√ Detto questo, esistono cose uniche e insostituibili oggettivamente. Il caffé ad esempio.  E per quanto io apprezzi quello lungo americano o il cappuccino frozen da Starbucks, e per quanto sia cosciente che con il tempo abitudini e gusti cambiano, ci sono cose che restano e altre che vanno via. E intanto che tutto nella vita diventa fluido e rarefatto come il tofu nella zuppa, mi attacco a un’unica piccola certezza: l’espresso.

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Nel weekend ho mangiato, anzi no… ho viaggiato.

Weekend all’insegna del cibo. Cena fuori, no take away, please. Provare qualcosa di diverso, sedersi a tavola, ordinare, uscire dalla routine culinaria quotidiana che ci si costruisce attorno. Andare a cena non solo per mangiare ma anche per “respirare”. Cambiare gusti, provare nuovi accostamenti, sedere a un tavolo diverso vale moltissimo. Essere curiosi verso i gusti di un’altra nazione, avvicinarsi alle tradizioni culinarie di una cultura differente dalla propria equivale a fare un viaggio, in un certo senso. Se si opta per questo tipo di travel experience, si farà una scelta low cost. Le ragioni? Le seguenti.

1. una cena etnica, per quanto costosa, non costringerà a tirar fuori dalle tasche banconote superiori a 50/80 euro. (nel weekend in questione ho pagato 50 euro il totale delle due cene)

2. occorrerà prenotare con anticipo –  in giornata, sia chiaro.

3. esperienza breve, intensa e condivisa – vuoi mettere il piacere di sedere con gli amici allo stesso tavolo, dividere le pietanze e gustare appieno quel momento che durerà al massimo 2 ore? Ecco, vince chi riesce a fare il miglior viaggio, con la giusta compagnia, in quelle 2 ore. Non ho detto che è facile, ho detto solo che è possibile.

4. Il volo dell’immaginazione – un viaggio è strettamente connesso ai nostri sensi, libera la mente e le associazioni che ogni individuo è in grado di fare. Per questo si tratta di un’esperienza soggettiva. Entrare in un locale dove si cucina del sushi o della zuppa thailandese con chiodi di garofano e zenzero apre i sensi, libera i ricordi e la mente prende il volo verso una strada tutta sua.

Personalmente, ciò che rende unico l’atto di uscire fuori a cena sono gli amici. Un piatto può essere condiviso con gli altri sia in pratica che in teoria, offrendo assaggi, sensazioni gustative, e arricchendo in questo modo l’esperienza del gruppo. Scambiarsi opinioni riguardo a quel che si sta gustando in un determinato momento aiuta ad avere una visione più chiara di cosa stiamo mangiando. E’ un momento di confronto.Guardarsi da soli allo specchio di certo non ci aiuta ad avere una visione obiettiva di noi stessi

Ecco, prima che vi addentriate in questo viaggio, ci tengo a precisare alcune cose.

1. troverete utile questo post se vi piace l’etnico e siete in cerca di un posto buono dove mangiare a prezzi ragionevoli a Roma;

2. questo post è il tentativo di farvi assaggiare le atmosfere che ho vissuto;

3. non si tratta di una critica culinaria,  mi astengo da giudizi gastronomici di un certo tipo, e lo dico: non sono una foodblogger! Racconto solo storie legate al cibo;

4. Se è ok, possiamo iniziare. Sì perché adesso questo viaggio lo faremo insieme, io e voi;

5. Bene, dovete sapere che spinta dalla voglia di viaggiare low cost, questo weekend mi sono concessa il semplice lusso di due esperienze foodiane: giapponese e africano.

Primo giorno – Venerdì, Giappone. 

Per il giapponese ho optato per un all you can eat dal menù economico di 19 euro, bevande e dolci esclusi. Il locale in questione è Daifuku, in via Cremona a pochi passi da piazza Bologna. E le posate in questione sono queste:

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Eravamo 8 persone circa e abbiamo ordinato un bel po’ di cose: dal sushi misto con sashimi e hosomaki agli uramaki rolls, pura goduria per il palato, per poi finire con gli onigiri, le polpette di riso ripiene di pesce. Abbiamo accompagnato il pasto con una birra giapponese e con qualche zuppa di miso, tofu e alghe. C’è chi ha preso del sake, a me personalmente non piace. Ero già abbastanza piena da non poter mettere in stomaco ulteriori cose a fine cena, liquidi e non. La qualità del cibo lì è buona, probabilmente nella media per quel che riguarda la categoria dei ristoranti asiatici all you can eat. Il menù è vasto e le porzioni abbondanti. In realtà a me sarebbe bastato guacamole e salsa di soia a rendermi felice.  😀

Intanto che tra una portata e l’altra la cena va via in men che non si dica, si può decidere di fare un giro per piazza Bologna o andare a bere una birra in viale Ippocrate, passando per il quartiere universitario. Non c’ero mai stata, ma quella zona mi ha piacevolmente sorpreso. Piazza Bologna il venerdì sera è strapiena di gente. Mi stupisco del fatto che Roma sia un nodo centrale grande, enorme, fatto di mille nodi di raccordo dove la gente si ritrova. A Roma esistono quelle che Milano sogna di avere, le piazze.

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Secondo giorno – Sabato, Africa

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Sabato dai sapori piccanti. Dal Giappone si va in Africa, da Piazza Bologna a Castro Pretorio, vicino Termini. Si tratta di uno dei fulcri multietnici della città. In particolare, quella zona ha un’alta concentrazione di africani e di relativi bar/ristoranti africani. Il luogo prescelto è il ristorante Africa. Ci accoglie un’atmosfera calda. Il locale è gestito da una coppia di etiopi e serve cucina tipica etiopica-eritrea. Appena entrati si fa un bagno negli odori forti. E’ talmente intenso da sentire l’odore della carne speziata e da far venire l’acquolina in bocca. Nell’attesa, ci prendiamo una birra, giusto per portare la temperatura corporea a uno livello più basso. L’interno è rosso e in legno. Sulle pareti sculture grandi, tipiche delle tribù africane raffiguranti totem e mappe del continente.

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E’ chiaro che non si tratta di un ristorantino chic, e ogni sorta di chiccheria occidentale è bannata. I piatti a base di carne vengono serviti su un letto di pane, più simile a una crêpe salata. E’ d’obbligo mangiare con le mani, arrotolando il pane attorno alla carne, accompagnando il tutto con le loro salse piccanti. In una parola, tutto questo si traduce in GODURIA. Proviamo 2 piatti: un antipasto misto a base di polpettine di carne e salsa allo yogurt speziata, e un secondo a base di carne di manzo e salse. Io ho ordinato uno SPRISS ROSSO e i miei amici uno ZIGHINI. Non saprei dire onestamente quale fosse la differenza, a guardarli erano molto simili. Avvolgere la carne calda in quel pane mi ha fatto sentire quasi a casa, quando fare la scarpetta è d’obbligo, specie se la portata è un ottimo sugo di polpette o lo spezzatino.

[Antipasto misto]

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[Spriss Rosso]

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Ecco, fino a ieri riflettevo sull’ipotesi di diventare vegetariana, almeno per un periodo, inserendo più verdure nella mia dieta e provando a disintossicarmi. Che poi in realtà dovrei disintossicarmi da ben altro… Fatto sta che mangiare carne e provare cibi etnici a base di carne è uno dei piaceri che non voglio negarmi al momento.  Non mi sento ancora pronta per un’alimentazione a zero carne. Certo, confido nel fatto che con l’obiettivo di diventare una persona migliore, sempre più incline verso l’ascetismo, inizierò con l’abbandonare qualche vecchia abitudine. Eliminare la carne potrebbe rientrare nella lista dei To Do. E se davvero un giorno vorrò vedere nascere un’asceta dentro me, mi toccherà passare dall’India… A tal proposito conosco un ristorante indiano, fighissimo, dove si mangia basmati speziato e pollo al curry. Il tutto servito in eleganti portate fighissime, vassoi fighissimi e da signori indiani, dei gran fighi. Ma questo ve lo racconterò nel prossimo viaggio.

(E come vedete, ovunque ci si trovi nel mondo, o mentre si è intenti a guardare il proprio sé, gli altri e le cose, inizio, mentre e fine di tutto questo è sempre e solo una cosa: il cibo.)

 

Foodianesimi e altre menate varie.

 

 

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Lo si mangia, lo si usa come argomento di conversazione anche se non parla, ma rompe il ghiaccio. Questa, la sua funzione secondaria. Il soggetto in questione è il CIBO.

Parlare del proprio rapporto con il cibo non è facile. Si tratta di una questione profonda. E’ vero che noi siamo ciò che mangiamo ed è anche vero che mangiar bene fa stare bene mentalmente. Più che altro è il rapporto con il cibo ciò che fa la differenza. Si tratta di una relazione psichica: amore/odio. E come sempre, trovare un equilibrio che permette di vivere bene questo rapporto non è mai facile, ma a gran voce mi sento di dire che AMO il cibo e mangio praticamente tutto. Junk food a parte – mi maledico quando lo faccio, ma mangio anche quello – apprezzo tutto ciò che è genuino, biologico, sano. Cerco di essere attenta a ciò che compro, a cosa inserire nella dieta quotidiana, cosa devo eliminare, cosa potenziare. Non è facile, per niente. Tutto questo è soggetto agli umori e al temperamento di un giornata se va bene, di un periodo se va male.

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Questa riflessione notturna sul cibo nasce per una serie di motivi. Anzitutto il fine di questo blog è quello di parlare di me condividendo le esperienze foodiane della mia vita. Facendolo, cerco di comprendere quello che faccio quando mangio, perché è importante. Nutrirsi, mangiare è un atto d’amore (prima di tutto e tutti) verso se stessi.  Per me scriverne è un modo per capire. Scrivere è razionalizzare, tirare fuori quello che ho dentro, inquadrare, comprendere. Credo sia importante trovare un senso ad ogni cosa, a ogni gesto, a partire da quello che si compie più spesso e che riguarda l’atto di mangiare. Io le chiamo esperienze foodiane, così per simpatia, perché sono cose serie, e come tutte le cose serie e importanti vanno un po’ prese alla leggera, dove possibile. L’ironia è un’ottimo strumento, ecco.  E visto che parlare di questo tipo di esperienze è una cosa mooolto compressa perché ci caratterizza individualmente, è difficile afferrare la logica di questi momenti. Per facilitarmi nella ricerca di un “senso” un po’ metafisico dell’atto foodiano ho deciso che dovevo scomporre, inquadrare lo spazio attorno a me come in un diagramma cartesiano, o per restare in tema, come una piramide alimentare, un piatto diviso a spicchi, quello che apre il post.

L’atto foodiano si può scindere in momenti perché è col cibo che diamo il ritmo alle nostre giornate. Il cibo batte il ritmo delle pause quotidiane, è ritmo vivo, energia che trasporta, rumore che va condiviso. Le variabili che influiscono su questi momenti sono principalmente due: indole e stato d’animo. Generalmente, però, è facile che la maggior parte abbia queste reazioni comuni alla vista di una categoria specifica di cibo. Vi porto due esempi grafici. 

VISTA MUFFIN

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VISTA INSALATA

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Ovviamente ci sono insalatONE fatte a regola d’arte. Ma nell’esempio, immaginate un’insalata con sole foglie verdi o solo radicchio. L’espressione sarà più o meno quella. Un muffin, invece, anche senza ganache suscita gioia.

Per quanto mi riguarda, io vivrei di un unico momento durante la giornata: la MATTINA, la COLAZIONE. E continuerei a farmi abbracciare dal mio cappuccino per tutta la giornata, e per tutta la vita. Quella tazza, come un maglione caldo, emana del bene a profusione. E mi sento pronta per iniziare. In quel momento lì sono con me stessa, mi sveglio finalmente e cerco di fare il punto. E nonostante tutto vada bene, c’è sempre qualcosa che sfugge che mi lascia con l’amaro. La mia colazione attutisce questa sensazione e non prendetemi per pazza, please.

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Per cui  “A ciascuno il suo”  – cit Pirandello.  Che possiate sentire i vostri momenti VOSTRI per prima cosa. Custoditeli gelosamente, e soprattutto: trovateli. E’ importante ritagliarsi spazi, sempre più spazi per se stessi. E’ importante riflettere su ciò che si fa, su ciò che si vuole, su ciò che si ama fare e su ciò che si ama mangiare. E forse, prima di riflettere su quello che ci fa stare bene, dovremmo cercare di inquadrare quello che ci fa stare male e allontanarlo. E per quanto io ci provi, ammetto che è dura passare da un Burger King o da un Mac e tirare avanti resistendo alla tentazione di comprare qualcosa. Giuro. Schifezze a parte, tutto sarebbe più bello, tutto arriverebbe alla perfezione – foodianamente parlando – se si potesse mangiare all’infinito quel piatto di pasta fresca fatta in casa dalle mani capaci della nonna senza ingrassare.

Carboidrati come se piovesse ma che non vanno in riserva, mai… 

PS:[Se puoi sognarlo, puoi farlo.] W.Disney

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Il sapore di Firenze

Oggi voglio raccontarvi Firenze, cercando di mettere insieme i ricordi, uno ad uno.

Non è facile, lo dico subito. Descrivere certe emozioni intense con le parole non è mai facile.

Beh, Firenze è stato una specie di shock emotivo. Due giorni di sconvolgimenti interiori.

Non sto esagerando. Tento solo di farvi capire, anche minimamente, che questa città mi ha preso l’anima.

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Firenze ha un sapore forte. E’ come una minestra fatta con ingredienti naturali, appena raccolti dalla terra. Mi è venuta in mente mia madre e la mia famiglia. L’odore di casa, in Sicilia. Il pranzo con i miei dopo l’uscita da scuola. La minestra con i fagioli e la zuppa di zucca. Lo stufato. Le iris al cioccolato che mia mamma continua a fare ancora oggi, anche se con una frequenza minore. La pioggia, le passeggiate in centro quando a 5 anni andavo col nonno a prendere il gelato da De Gaetano, il migliore della mia città.

Passeggiare per quelle vie ha riacceso i ricordi più intimi della mia età più bella. Il tutto non ha fatto altro che infondermi una nostalgia acuta, ancora viva in me. Perché tutto questo fa parte di un tempo andato. E’ il passato che vive solo nei ricordi e in parte di noi stessi, ma che comunque è finito, per sempre. Così come quella maestà di Santa Maria del Fiore, o della nascita di Venere di Botticelli. Ciò che ne fa la vera grandezza, ciò che rende queste opere d’arte immense è qualcosa di ormai perso. E’ quel senso che si cerca di cogliere oggi, ma sfugge. Perché non c’è.  Il mondo è cambiato. E’ un mondo che non afferra, non riesce a comprendere. Ci si perde. Mi tenevo stretta nei miei ricordi, avevo paura di perderli. Volevo legarmi a ogni sfumatura,  a ogni colore. Alla voce dei miei, un po’ cambiata. Alla percezione che avevo della mia città e dell’idea che avevo della vita.

Firenze mi ha fatto viaggiare nella memoria, ricordandomi che c’è una parte, dentro me, ancora bambina, ancora legata ai profumi della sua terra e triste per il fatto di non poterli vivere com’era un tempo. Triste perché tutto cambia, non si afferra niente. E nel momento in cui il passato diventa nitido, il presente sfugge. Si immagina un futuro che non esisterà mai, si vive l’oggi distrattamente.

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Avrei voluto fermarmi lì, con gli occhi incollati al Ponte Vecchio e liberare la mente. Dal caos, dai  pensieri che inquinano, dai turbamenti. Mi sono fermata, la prima sera. Lì ho tentato di fare  qualche scatto. L’intenzione era quella di rapire un sogno, un desiderio impresso in quel quadro vivente e portarlo con me. Ho scoperto quanto gli occhi siano estremamente legati a un posto  sperduto dentro me, quando la visione di qualcosa di così grande possa farmi perdere, nella mia piccolezza.

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E questi 2 giorni in cui il tempo sembrava appartenere a una dimensione a sé, sono stati ancora più speciali grazie a un compagno di viaggio speciale. Lei mi ha portato con sé. Lei ha visto, ha pianto, ha assaggiato quei sapori, ha condiviso quella parentesi di vita, bellissima, con me. Non un’altra persona. Solo lei. A lei devo più di un sincero GRAZIE. Perché con lei ho riposato l’anima.

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E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C’e’ l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette.

E la brezza lieve..
e, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo,
bussando alla porta di quello che siamo.
(Fernando Pessoa)