Zuppa di Miso – √ done

Vivere nel quartiere multietnico di Roma ha il suo perché.

Ormai lo frequento da più di otto mesi e passeggiare per quelle vie fa parte della mia routine quotidiana: la mattina per andare a lavoro, la sera al rientro e nel weekend a far spesa. E’ un mix di cinesi, arabi, giapponesi e africani. Avrò contato si e no 3/4 negozi d’alimentari asiatici, ma ce ne saranno di più. Ora, al di là della mia passione per il cibo etnico e al di là della mia curiosità che mi divora e che si trasforma in un mostro bulimico che divora le cose, entrare a fare un giro in uno di questi negozi era un must. Chiaro che non si sarebbe trattato di un giretto fine a se stesso, occorreva avere una ricetta in mano. Fortunatamente, prima di avercela tra le mani, o meglio, sullo smartphone, la ricetta era già nella mia testa e faceva parte dei ricordi legati al gusto e agli odori. Dovevo fare la zuppa di miso, quella che ordino sempre come antipasto ogni volta che vado dal giappo o dal cinese. Mi sono documentata bene, ho fatto la lista della spesa e prima di passare da casa ho fatto un salto dagli amici giapponesi in piazza Vittorio Emanuele. Lì ho comprato questo: brodo dashi, tofu, miso, alghe wakame. Per fare la zuppa di miso servono questi semplici ingredienti. Si trattava della mia prima zuppa di miso homemade, e sinceramente non avevo idea di come fossero, né di come si presentassero o si trovassero tra gli scaffali di un supermercato. Entrata lì ho chiesto tutto al giapponese che mi guardava e sorrideva (per fortuna ridono sempre sti giapponesi) e che mi ha accompagnato nella scoperta di queste misteriose e affascinanti “materie prime”. Con 8 euro circa ho comprato tutto e una volta a casa ho dato il via alla prepazione della suddetta zuppa!

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Cosa occorre:

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> Alghe

In commercio esistono vari tipi di alghe. Per fare la zuppa di miso servono le alghe wakame. Si presentano secche e occorre immergerle per 5-10 minuti nell’acqua fredda. Non fate come me che ho preso un pugno d’alghe credendo fossero poche. Gonfiano tantissimo, come per magia. La scodella è diventata un lago d’alghe. Fidatevi del mio consiglio, basta una manciata, come fosse del prezzemolo. Io le mangerei pure a crudo, talmente sono buone. E i benefici per la salute sono tantissimi, documentatevi 🙂

> Tofu

Il tofu sta al latte di soia come la ricotta sta al latte di mucca. C’è da dire che il tofu ha un altissimo valore proteico, ma di per sé è inodore e insapore. Arricchisce la zuppa di miso e va aggiunto alla fine a pezzetti. Volendo si può anche frullare o schiacciare (è un tofu morbido, ha la consistenza simile al budino).

> Brodo dashi

E’ uno dei prodotti base della cucina giapponese ed è a base di pesce. Lo si può preparare a casa, ma visto che si è trattato della mia prima volta con la preparazione di questo piatto ho deciso di comparlo. Quello che si trova in commercio è granulare e per fare la zuppa di miso occorre anzitutto sciogliere il dashi nell’acqua tiepida.

> Miso

Veniamo all’ingrediente principale di questo piatto: il miso. Si tratta di un derivato di soia a cui vengono aggiunti altri cereali, ad esempio riso e orzo. Ha una consistenza morbida come fosse del burro di arachidi ed è molto saporito, oltre che nutriente. Attenzione a non esagerare con le dosi perché è molto salato.

La preparazione di questo piatto è semplicissima.

Una volta che il brodo è pronto, occorre aggiungere qualche cucchiaino di miso e portare a ebollizione. Successivamente, aggiungere il tofu tagliato a dadini e le aghe. Far cuocere per 2 minuti scarsi, togliere dal fuoco e servire. Il risultato è eccellente, il mio è questo:

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La storia finisce qui.

Restano le morali, più di una:

√ Mangiare bene è importante, variare spesso è necessario.

Il cibo è una scoperta sempre nuova: provare a realizzare un nuovo piatto equivale più o meno a lanciarsi con il paracadute. L’adrenalina dell’avventura dovrebbe essere quella. Ci si prova, buttandosi.

√ A ciascuno il suo: ognuno di noi ha i propri gusti, l’importante è assecondarli. Ci criticheranno spesso! Ogni giorno devo sorbirmi le critiche di mia madre quando le faccio presente che andrò a mangiare etnico o quando mi vede entusiasta nel mio esporle il tentativo di voler preparare una ricetta come questa ad esempio. L’importante è essere sicuri di sé, non seguire la massa e provare a fare e a essere la differenza.

√ Sono sempre più convinta che il cibo è un viaggio. Si parte con una valigia fatta di ingredienti, quelli necessari alla preparazione. E come ogni viaggio c’è l’attesa, l’eccitazione, la paura dell’imprevisto, le aspettative, il gusto del nuovo. E alla fine, resta il ricordo da condividere, quel sapore da trasmettere agli altri.

Tutto è possibile a chi osa cambiare gusti uscendo dalla propria “comfort zone”. Per noi italiani, così tanto attaccati alla nostra tradizione culinaria, riuscire a concepire un piatto del genere e inserirlo nella nostra dieta quotidiana è difficile, tanto.

√ Detto questo, esistono cose uniche e insostituibili oggettivamente. Il caffé ad esempio.  E per quanto io apprezzi quello lungo americano o il cappuccino frozen da Starbucks, e per quanto sia cosciente che con il tempo abitudini e gusti cambiano, ci sono cose che restano e altre che vanno via. E intanto che tutto nella vita diventa fluido e rarefatto come il tofu nella zuppa, mi attacco a un’unica piccola certezza: l’espresso.

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Nel weekend ho mangiato, anzi no… ho viaggiato.

Weekend all’insegna del cibo. Cena fuori, no take away, please. Provare qualcosa di diverso, sedersi a tavola, ordinare, uscire dalla routine culinaria quotidiana che ci si costruisce attorno. Andare a cena non solo per mangiare ma anche per “respirare”. Cambiare gusti, provare nuovi accostamenti, sedere a un tavolo diverso vale moltissimo. Essere curiosi verso i gusti di un’altra nazione, avvicinarsi alle tradizioni culinarie di una cultura differente dalla propria equivale a fare un viaggio, in un certo senso. Se si opta per questo tipo di travel experience, si farà una scelta low cost. Le ragioni? Le seguenti.

1. una cena etnica, per quanto costosa, non costringerà a tirar fuori dalle tasche banconote superiori a 50/80 euro. (nel weekend in questione ho pagato 50 euro il totale delle due cene)

2. occorrerà prenotare con anticipo –  in giornata, sia chiaro.

3. esperienza breve, intensa e condivisa – vuoi mettere il piacere di sedere con gli amici allo stesso tavolo, dividere le pietanze e gustare appieno quel momento che durerà al massimo 2 ore? Ecco, vince chi riesce a fare il miglior viaggio, con la giusta compagnia, in quelle 2 ore. Non ho detto che è facile, ho detto solo che è possibile.

4. Il volo dell’immaginazione – un viaggio è strettamente connesso ai nostri sensi, libera la mente e le associazioni che ogni individuo è in grado di fare. Per questo si tratta di un’esperienza soggettiva. Entrare in un locale dove si cucina del sushi o della zuppa thailandese con chiodi di garofano e zenzero apre i sensi, libera i ricordi e la mente prende il volo verso una strada tutta sua.

Personalmente, ciò che rende unico l’atto di uscire fuori a cena sono gli amici. Un piatto può essere condiviso con gli altri sia in pratica che in teoria, offrendo assaggi, sensazioni gustative, e arricchendo in questo modo l’esperienza del gruppo. Scambiarsi opinioni riguardo a quel che si sta gustando in un determinato momento aiuta ad avere una visione più chiara di cosa stiamo mangiando. E’ un momento di confronto.Guardarsi da soli allo specchio di certo non ci aiuta ad avere una visione obiettiva di noi stessi

Ecco, prima che vi addentriate in questo viaggio, ci tengo a precisare alcune cose.

1. troverete utile questo post se vi piace l’etnico e siete in cerca di un posto buono dove mangiare a prezzi ragionevoli a Roma;

2. questo post è il tentativo di farvi assaggiare le atmosfere che ho vissuto;

3. non si tratta di una critica culinaria,  mi astengo da giudizi gastronomici di un certo tipo, e lo dico: non sono una foodblogger! Racconto solo storie legate al cibo;

4. Se è ok, possiamo iniziare. Sì perché adesso questo viaggio lo faremo insieme, io e voi;

5. Bene, dovete sapere che spinta dalla voglia di viaggiare low cost, questo weekend mi sono concessa il semplice lusso di due esperienze foodiane: giapponese e africano.

Primo giorno – Venerdì, Giappone. 

Per il giapponese ho optato per un all you can eat dal menù economico di 19 euro, bevande e dolci esclusi. Il locale in questione è Daifuku, in via Cremona a pochi passi da piazza Bologna. E le posate in questione sono queste:

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Eravamo 8 persone circa e abbiamo ordinato un bel po’ di cose: dal sushi misto con sashimi e hosomaki agli uramaki rolls, pura goduria per il palato, per poi finire con gli onigiri, le polpette di riso ripiene di pesce. Abbiamo accompagnato il pasto con una birra giapponese e con qualche zuppa di miso, tofu e alghe. C’è chi ha preso del sake, a me personalmente non piace. Ero già abbastanza piena da non poter mettere in stomaco ulteriori cose a fine cena, liquidi e non. La qualità del cibo lì è buona, probabilmente nella media per quel che riguarda la categoria dei ristoranti asiatici all you can eat. Il menù è vasto e le porzioni abbondanti. In realtà a me sarebbe bastato guacamole e salsa di soia a rendermi felice.  😀

Intanto che tra una portata e l’altra la cena va via in men che non si dica, si può decidere di fare un giro per piazza Bologna o andare a bere una birra in viale Ippocrate, passando per il quartiere universitario. Non c’ero mai stata, ma quella zona mi ha piacevolmente sorpreso. Piazza Bologna il venerdì sera è strapiena di gente. Mi stupisco del fatto che Roma sia un nodo centrale grande, enorme, fatto di mille nodi di raccordo dove la gente si ritrova. A Roma esistono quelle che Milano sogna di avere, le piazze.

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Secondo giorno – Sabato, Africa

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Sabato dai sapori piccanti. Dal Giappone si va in Africa, da Piazza Bologna a Castro Pretorio, vicino Termini. Si tratta di uno dei fulcri multietnici della città. In particolare, quella zona ha un’alta concentrazione di africani e di relativi bar/ristoranti africani. Il luogo prescelto è il ristorante Africa. Ci accoglie un’atmosfera calda. Il locale è gestito da una coppia di etiopi e serve cucina tipica etiopica-eritrea. Appena entrati si fa un bagno negli odori forti. E’ talmente intenso da sentire l’odore della carne speziata e da far venire l’acquolina in bocca. Nell’attesa, ci prendiamo una birra, giusto per portare la temperatura corporea a uno livello più basso. L’interno è rosso e in legno. Sulle pareti sculture grandi, tipiche delle tribù africane raffiguranti totem e mappe del continente.

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E’ chiaro che non si tratta di un ristorantino chic, e ogni sorta di chiccheria occidentale è bannata. I piatti a base di carne vengono serviti su un letto di pane, più simile a una crêpe salata. E’ d’obbligo mangiare con le mani, arrotolando il pane attorno alla carne, accompagnando il tutto con le loro salse piccanti. In una parola, tutto questo si traduce in GODURIA. Proviamo 2 piatti: un antipasto misto a base di polpettine di carne e salsa allo yogurt speziata, e un secondo a base di carne di manzo e salse. Io ho ordinato uno SPRISS ROSSO e i miei amici uno ZIGHINI. Non saprei dire onestamente quale fosse la differenza, a guardarli erano molto simili. Avvolgere la carne calda in quel pane mi ha fatto sentire quasi a casa, quando fare la scarpetta è d’obbligo, specie se la portata è un ottimo sugo di polpette o lo spezzatino.

[Antipasto misto]

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[Spriss Rosso]

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Ecco, fino a ieri riflettevo sull’ipotesi di diventare vegetariana, almeno per un periodo, inserendo più verdure nella mia dieta e provando a disintossicarmi. Che poi in realtà dovrei disintossicarmi da ben altro… Fatto sta che mangiare carne e provare cibi etnici a base di carne è uno dei piaceri che non voglio negarmi al momento.  Non mi sento ancora pronta per un’alimentazione a zero carne. Certo, confido nel fatto che con l’obiettivo di diventare una persona migliore, sempre più incline verso l’ascetismo, inizierò con l’abbandonare qualche vecchia abitudine. Eliminare la carne potrebbe rientrare nella lista dei To Do. E se davvero un giorno vorrò vedere nascere un’asceta dentro me, mi toccherà passare dall’India… A tal proposito conosco un ristorante indiano, fighissimo, dove si mangia basmati speziato e pollo al curry. Il tutto servito in eleganti portate fighissime, vassoi fighissimi e da signori indiani, dei gran fighi. Ma questo ve lo racconterò nel prossimo viaggio.

(E come vedete, ovunque ci si trovi nel mondo, o mentre si è intenti a guardare il proprio sé, gli altri e le cose, inizio, mentre e fine di tutto questo è sempre e solo una cosa: il cibo.)

 

A food story – Milano chapter

Torno dopo una pausa a scrivere sul mio foodblog.

Torno con un nuovo capitolo: sono tornata a Roma dopo mesi lontana dalla città in cui ho lasciato il cuore. Lo trovo nelle vie del centro, negli angoli “miei” sparsi per la città, in quello che è rimasto come l’ho lasciato e in tutto ciò che è nuovo. Mi abituerò ad amare questa città ancora più di prima, anche se all’inizio dovrò affrontare qualche difficoltà. Andare in giro è una cosa che mi fa stare bene, non ho bisogno di tanto qui. Il movimento all’esterno mi travolge e mi dà una sensazione di gioia. Però lascio Milano alle spalle, e la cosa non è affatto semplice. Milano mi ha accolta, mi ha aiutato a maturare alcuni aspetti di me e mi ha permesso di essere più consapevole. Quando si apre un nuovo capitolo se ne chiude uno, e quello che lascio alle spalle è una parte cruciale della mia vita, forse la più importante fino a oggi. Le emozioni sono state tante e ne condividerò qui una parte, raccontandovi la mia Milano a partire da un elemento sempre presente e sempre più ricco di significato per me: il cibo.

1. I panini di Robi – Casa Masterine

Robi: Sappi che le mie colazioni non saranno più le stesse adesso.

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2. Robi&Ila: sappiate che non farò mai più un brunch simile in tutta la mia vita. Ciò significa che verrò presto a farvi una SORCPRESA. (Preparatevi all’evento, iniziate a fare la spesa da ora 😀 Cheesecake incluso)

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3. Ila: Ho detto Cheesecake… Ecco l’ultimo che ho mangiato a Milano da Vintage Bakery. Mi ci hai portata tu <3.

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4. Non di soli dolci vive l’uomo. Variare è importante e soprattutto, provare cibi diversi è FONDAMENTALE. Grazie Luigi, per avermi portato a magnà dar cinese (proprio bono, ma quant’era bono)! – Jubin II, per l’esattezza.

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5. E sempre a Luigi… grazie per il pranzo, anzi, per i pranzi vari. Perché la BONA CUCINA è un’arte, e l’arte nobilita l’uomo.

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6. …Ci sarà un’altra volta in cui faremo altri fritti siciliani insieme, con relativi Vine. Me lo sento.

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7. Ci saranno altri muffin a tentarvi ogni volta che uscirete dalla Virgin, sappiatelo!

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8. E quando dovrò prendere un treno o un aereo per tornare a Roma da Milano, ci saranno sempre momenti morti trascorsi in un McDonald’s pensando a quanto cazzo abbiamo riso insieme in quei giorni.

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Grazie amici.

From Rome, with love.

Siamo alla frutta…
Poche ore mi separano da un treno che mi porterà in un’altro luogo diverso da quello in cui ho vissuto da novembre. Mi aspetta un lungo viaggio. Un viaggio che potrei definire in un certo senso di “ritorno”, visto che ad aspettarmi è Bologna. Sono piena di valigie, ho le spalle stanche e tanto sonno. Ma le cose più importanti in questo momento stanno tra le mie mani. Reflex, mac, il mio blog e questo post. Avevo voglia di fermarmi un po’, prendermi qualche ora per stare con me stessa. Guardare alla città che mi ha accolta e regalato dei mesi bellissimi e intensi, riflettere su chi sono ora, in questi ultimi attimi della mia vita trascorsi tra una macedonia di ananas e una fetta di crostata ai frutti di bosco. Perchè Roma ha portato tanto sole ed energia nei ultimi mesi della mia vita. Perchè questa è stata una tappa dolce e complessa di mio percorso umano. E come una torta fatta di strati sovrapposti che si legano l’un l’altro, le mie giornate sono state un susseguirsi di piccoli passi che messi assieme mi hanno portato qui dove sono, in attesa di un treno diretto verso l’alto. 

Scrivendo, mi rendo conto di trovarmi in difficoltà. Avrei mille cose da dire, pensieri e riflessioni che non si limitano all’attimo di adesso ma che ho maturato nel tempo. E’ un po’ la sensazione strana che si prova nel dirsi addio, di titubanza, timore e incertezza. Questo, però, non vuole essere un addio, solo un ciao. E nel farlo, sempre prima di salire su quel treno, voglio ricordare a me stessa chi sono ora e cosa di Roma è rimasto in me. Cosa devo fare, cosa voglio perseguire e come voglio farlo. 
10 punti. 
1. Applicare tutto quello che ho imparato del marketing e della comunicazione su di me. BRAND PERSONALITY. 
2. Sorridere sempre di più, trovare la bellezza nelle piccole cose. 
3. Continuare a fotografare, scrivere, sviscerare un piatto, filosofeggiare con le verdure e i dolci. Creare.

4. Analisi e creatività come due imperativi. L’istinto che guida, il fiuto per la scelta giusta, Buttarsi, rischiare. Coraggio e fantasia. 

5. Non esistono rettilinei, ma solo centri dai quali si diramano innumerevoli vie di diversa grandezza, colore, spessore. 

6. L’originalità prima di tutto. Essere me stessa è la maniera migliore per essere different. 

7. Parlare con le persone, aprire il mio mondo agli altri, barattare la mia visione del mondo, mettermi in discussione. CAMBIARE IDEA. AMPLIARE I MIEI VALORI. CRESCERE NELL’AMORE.
8. Vivere con passione. Correre, muovermi, dipingere, disegnare, fare schizzi a caso, scrivere poesie come facevo qualche mese fa, scrivere canzoni, riprendere la chitarra. 
9. Questo è un grosso proposito: diventare sempre più digital, imparare i linguaggi di programmazione. Ideare. Inventare cose che non esistono ancora.
10. Riuscire a fare qualcosa di veramente bello che possa essere condiviso, utile, socialmente utile.  



Grazie ai miei più cari amici che mi hanno fatto crescere. Grazie ai miei genitori che mi hanno sempre sorretto come due assi portanti. Grazie a margherita che ha condiviso con me questi mesi fatti di risate, interessi, problemi risolti ed emozioni forti. Grazie ai miei professori che mi hanno aperto nuovi orizzonti. Grazie a me, infine, per aver scelto questo master grazie al quale ho spinto l’acceleratore sulle mie capacità e ho lottato contro i miei limiti con rispetto e tenacia. Grazie in anticipo per la nuova prova che mi si presenterà, il prossimo gradino di crescita e realizzazione personale. Ogni singolo giorno di quest’avventura appena passata è stata una pietanza nutriente, necessaria per il mio organismo e per la mia crescita. 

Oggi concludo con il dolce, il pasto sta per finire. Oggi è un giorno importante. La torta alla fine, era necessaria. 
  

Ultimo assaggio di queste ore

Enza Maria Saladino.

<< All I need is a Love Mug >>

Il cappuccio che fa bene al cuore  


 

Ogni tanto mi concedo un cappuccino, anzi, un bel cappuccione come lo chiamo io. Oggi, ad esempio è stata una di quelle giornate dai toni grigi. Sarà perchè ho fatto di fretta stamattina, uscendo senza aver fatto colazione. Avevo bisogno di qualcosa che mi tirasse su attenzione e morale e che colmasse il mio vuoto interiore. Sapete quanto è importante per me mettere del cibo nello stomaco la mattina e il significato che ha soprattutto a livello psichico. Il mio corpo era nudo, non m’ero vestita di significato e di conseguenza soffrivo il fatto di non riuscire a dare un senso a questa giornata. Non avere l’input né forze per  immaginare i momenti che oggi avrei vissuto mi dava un senso di inadeguatezza e tanta stanchezza psicofisica. L’organismo richiedeva una ricarica, la mente pure. Quindi sono andata al bar, il solito bar con quell’ ambiente amichevole e così vicino a me. Entrare in quel luogo e respirare l’atmosfera solare che lo permea è un elisir per il mio cuore. 


Così ho gustato un ottimo cappuccio caldo, con spolverata di cacao e schiuma di latte rigenerante. L’ho accompagnato con una brioche al cioccolato, oggi avevo troppo bisogno di un abbraccio. E per quanto buono possa essere il mio caffellatte, preparato con ingredienti di prima scelta (la mia, intendo), non arriverà mai a darmi un’esperienza simile a quella di oggi, quella che ogni tanto mi concedo. In questa tazza, così come nelle decine di caffè diversi che in quel luogo ho consumato, c’è amore. L’amore di chi l’ha preparato per me.  Questo accade perchè esistono persone che sanno usare gli ingredienti giusti per preparare qualcosa di unico, prodotto dalla relazione esclusiva che hanno creato con me. 


L’amore è una cosa semplice, fatta di genuinità, rispetto, conoscenza e rinnovo della fiducia reciproca. E tutto questo, nei suoi mille diversi aspetti e nella sua grandezza è  come un buon caffè, il rinnovo di un rituale quotidiano.

Tutto l’amore può essere espresso in una tazza.

Fast station, low food, lonely people, lots of photos…

Stazione Roma Termini. 
Cuore pulsante della città, iperbole di una realtà metropolitana che sembra reggersi su insegne a led luminosi e scale mobili. Conglomerato informe d’individui, masse anonime di persone che inseguono chi un treno, chi un taxi, chi un bus là fuori. Luogo di una realtà eco di se stessa, la stazione amplifica qualsiasi percezione  spazio- temporale  in maniera talmente forte da infondere sfasamento interiore. Il tempo tiene i fili di questo gioco, come un burattinaio che scrive e guida i destini di personaggi inermi, senza storia. In questo spazio la vita è compressa, impacchettata e servita nelle confezioni dei fast food al cliente-consumatore-passeggero. 

Stasera volevo trovarmi lì, in quel luogo schizoide, con la mia reflex. 
Era ora di cena, gran parte delle persone stava concedendosi un pasto veloce. Tutti somigliavano tristemente a tutti. Qui il concetto di cibo-veloce a basso costo è impresso nell’aria come una  stigmate contemporanea. Aleggia lo spirito fast-foodiano negli spazi della stazione. Entra nei sensi delle persone e le rapisce. La folla si accalca davanti al MacDonald’s, tutti in fila per chiedere il BigMac con tanto di patatine fritte e Coca Cola. Così, tra un morso e un sorso di Macfood si spezza il tempo. In questo modo trascorrono le attese e si riempiono i momenti vuoti, intermezzi tra un vivere e un altro. 
Pacchetti monotematici di cibi pre-fritti, 
pre-cotti, messi in fila come giornali in edicola, sistemati in pile ordinate per quell’universo indifferenziato di clienti che transiteranno. Passeggiare  e fotografare le esperienze foodiane di individui alla stazione è come vestire i panni di un investigatore, o meglio, di un intruso che distrattamente è finito nel posto sbagliato. Ho fatto scatti fugaci, pochi se ne saranno accorti. Altri, invece, non mi hanno proprio vista. Ho degli urti da parte di individui distratti. E’ una cosa che odio. Gente che urta altra gente è gente che non vede, noncurante delle persone vicine. Gente come un pacchi supercolorati di patatine gonfie d’aria, di niente. Per un momento mi sento anch’io così, impacchettata in un piccolo mondo sintetico, ovattato.  Spazi fatti da tavolinetti mignon senza sedie, servizio del mordi e fuggi. 
Fette di torte gelatinose messe lì, in un ambiente grigio, senza un minimo accenno di vita. Surrogati prodotti per soddisfare voglie indefinite o, semplicemente, voglie inesistenti. 


Superfici riflettenti la solitudine infinita di sconosciuti che si incrociano con lo sguardo per una breve parentesi di tempo. Uomini siedono vicini,  al primo piano, su sgabelli dai quali è possibile vedere il mondo, quel mondo.

Sto solo trovando il modo per buttare giù il turbinio di sensazioni che ho ricevuto. Mi rendo conto di essermi sottoposta a uno stress mentale non indifferente. Non è la prima volta che frequento la stazione di passaggio, ma mai prima d’ora ho fotografato quei luoghi. La reflex mi regala una visione più ampia e vivida delle cose. Questo è uno dei motivi per cui la amo. E’ come se avessi un altro occhio. 
Avrei tanta voglia di sentire il profumo del buon cibo, magari quello di un buon caffè. Resisto, aspetterò il momento della colazione. Intanto mi preparo per la notte. Spero che i sogni mi portino in uno spazio accogliente, una dimensione che sa di casa. Casa mia. Intanto che mia nonna  mi prepara gli gnocchi con acqua, farina e le sue mani.