Le cose che mancano

Qualche anno fa sul blog scrivevo della Sicilia e di casa. Niente è cambiato da allora, o forse solo la malinconia che diventa più pesante con il passare del tempo. Ancora non ho ben capito di che tipo di sentimento si tratti, se ha a che fare con le persone, con i luoghi, o se invece è legato all’assenza del mare o all’assenza di punti fermi nella mia vita. Forse è nella natura di chi come me è nato sul mare e ha sempre visto grandi barche e piccole barche partire, andare da qualche parte, senza remi. C’è questa parte di me che se da un lato riconosce la fatica spesa nell’avere  punti certi, dall’altro ha sempre apprezzato il silenzio che passa dal momento in cui la scia bianca nel mare scompare tra le onde e la barca non si vede più.

A volte ho la sensazione che anche la Sicilia mi lasci così, come una barca che si allontana piano piano della quale non rimane nemmeno la scia nel mare. O forse è il contrario, sono solo io che mi allontano e la Sicilia resta lì, dove è sempre stata.

Di certo durante questi anni spesi a costruire il mio bagaglio personale ho anche fatto una cosa importante che è quella di aver riconosciuto pezzi di me che appartengono a luogo che mi ha visto nascere, la cui rarità è così rara e vera da scontrarsi con il resto delle cose nel mondo. Così mi porto dietro l’autenticità, le superfici aspre e infinitamente belle, la passione, la saturazione, i contrasti che rendono la vita viva e che fanno sentire vivi. E insieme a questo, mi porto dietro tutto quello che agli occhi altrui non va bene, che è fuori posto o sbagliato, ma va bene così. Questo è il posto in cui mi riconosco, ora più che mai, soprattutto a distanza. Questo è quello che sono e che porto dentro, insieme a tutto quello che i miei occhi hanno visto e le mie mani hanno toccato. Insieme a tutti i sapori veri che riuscirei a riconoscere in mezzo a mille altri che di fronte a essi perdono valore.

Nel 2012 scrivevo un post sugli gnocchi fatti a mano di mia nonna, con le foto che io stessa scattai durante un giorno caldo in Sicilia. Questa è una delle cose che mi manca. Vedere mia nonna intenta nella preparazione con l’entusiasmo di qualche anno fa e la voglia di fare. Condividere un momento con lei, uno di quelli già trascorsi e che non torneranno più. Scriverne mi aiuta a ricordare, ma anche in questo caso, vedo quel momento sempre più lontano, come la barca di cui parlavo che lascia la scia nel mare dei ricordi.

How my grandma makes "gnocchi"...Fast station, low food, lonely people, lots of photos...

Parlavo anche dei frutti del mio giardino, quelli che mia madre raccoglieva nell’orto di casa che nel frattempo è cambiato. Parlavo anche del mio mare e della voglia di rivederlo, come un vecchio amico per riabbracciarlo. Ero nostalgica anche allora, certe cose non cambiano.

Vorrei poter tornare indietro con la mente, se avessi il potere di farlo, e fermarmi un istante lì, dimenticando il resto a cui ho dato tanta importanza finora.

Taste of Sicily

 

 

 

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Italianesimi ~ di Bologna e Marsala, della metà di me.

coffee

Tornare in Italia ha un che di poetico, sempre. L’Italia non la definisci, io ci provo ma non ci riesco. Ogni tentativo è inutile, per cui preferisco definirla poetica. Come tutte quelle cose belle, troppo belle e inafferabili e quindi difficili da spiegare.

Al di là di questo mio inutile tentativo di dirvi cosa per me è l’Italia, oggi vi racconto di questo mio breve viaggio in terra natìa. Detto in parole semplici, Italia è per me casa. Vi assicuro che per chi vive all’estero, tutti i connotati positivi del proprio Paese si rafforzano e la lontananza fa solo vedere le cose belle, le cose che ti mancano e che non avrai mai altrove. (ok, questo è il mio punto di vista. Precisiamo). Oggi sono anche molto nostalgica, quindi è possibile che rileggendomi scopra anche un velo di tristezza tra queste frasi. Non me ne stupirei. Sono stata sincera a dire che Italia è per me poesia, la mia poesia, il modo in cui accoglie me ogni volta che torno, la maniera che ha di farmi sentire amata come non mi sono mai sentita al di fuori da questa terra, che è piena di tesori, i più belli al mondo.

Anzitutto, Italia è per me Bologna. Apro questo capitolo sulla città rossa dell’Emilia Romagna che mi ha visto correre in bici per le sue strade e fare aperitivo con pesce e vino bianco in via Pescherie vecchie durante gli anni universitari. Ben 6. Quante cose sono cambiate da allora. Io sono cambiata. La città si è pian piano trasformata, non so se in meglio o in peggio. I miei di allora furono bei anni e non posso che augurare a chi sta percorrendo le mie stesse strade di crescere e conoscere la vita così come ho fatto io a Bologna. Tornare, ogni volta, è ricordare. Tutto è così vivido e mi rivedo a camminare per quelle strade con i libri fotocopiati, e a correre verso la Sala Borsa la mattina, aspettando che aprisse per prendere posto e scrivere la tesi in quel posto, il più figo per studiare e circordarsi di cultura. Ne avrei tante da dire, decido di fermarmi e raccontarvi di una piacevole scoperta culinaria fatta la volta scorsa.

Si tratta  della pizzeria Alcenero Berberè in via Petroni. In realtà pizzeria non è.  Se mi vien da pensare alle classiche pizze o pizzerie italiane, dalla migliore alla meno buona, il concept non è affatto quello di Berberè. Anzitutto è il concetto stesso di pizza a cambiare. Qui parliamo di cultura culinaria, come potete leggere dalla mission espessa nel sito. Il food è light e salutare. Le materie prime di stagione e il tutto è mixato in modo creativo, elegante e originale. L’attenzione per i particolari e i dettagli qui fa la differenza e si esperime sia nell’accostamento dei sapori e nel tipo di preparazione delle pietanze (io ho provato le pizze ma il menù è vario, compreso di dolci originalissimi). Di Berberè avevo parlato in passato su ScattidiGusto, qui potete trovare l’articolo.

Se passate da Bologna, ve lo consiglio. Farete bene ad acquistare anche i prodotti Alce Nero. All’interno c’è uno shop dove potrete trovare molti degli ingredienti biologici usati nella prepazione dei piatti nel ristorante.

Dalla Bologna alla Sicilia il passo è breve. Solo un’ora di volo e sono a casa. La Sicilia è il cuore della poesia in Italia, la parte più profonda, quella sanguigna. Tornare e andare è emozione, mi commuovo sempre. Ripeto, specie da quando sono via. Tornare a casa è cibo vero, affetti, profumi per le vie del centro e soprattutto ricordi. Ricordi legati alle occasioni, agli eventi, a me bambina e alla mia famiglia. Al mio mare. Non c’è cosa più bella. Trovatemi un tramonto simile a ottobre, in qualsiasi altra parte del mondo e ne parliamo. Vi offro una cena 🙂

berbere

La pasta della mamma, il sugo di carne con la mollica, il fondo del piatto con la ricetta. Accade solo in Sicilia. Potrebbe accadere anche altrove ma il valore che tutto questo ha per me, è qualcosa che va al di là di quel che descrivo. Vado avanti, scrivo cose, condivido parte della mia vita e ho un gran rammarico. Quello di non riusce a esprimere tutto quello che ho sentito in quelle occasioni, come dire, le emozioni è difficile servirle sul piatto. E poi accade che fai un aperitivo in Cantina, alla Florio in questo caso, una delle perle Marsalesi e ti senti come uno che ha scoperto inaspettatamente un tesoro. In quella occasione fai una visita guidata e ne conosci tutta la sua bellezza e ricchezza. Puoi così scoprire che quello che trovi nella grande distribuzione non è il vero Marsala, e che il Marsala, che in genere è un vino dolce, non è fatto da uve dolci. Viene solo aggiunto del mosto, non si butta via niente. Scopri anche che il Marsala, quello Superiore, la Riserva, sta in botte per anni e che le botti stesse vengono pulite con il vino Marsala prima di contenerlo. Spero che chiunque mi legga abbia modo di visitare la mia città un giorno, e concedersi i piccoli lussi che mi sono concessa io. Le cose rare che ti cambiano la percezione della giornata, e che cambiano positivamente il senso delle cose.

tramonto a Ma

Vi lascio con una gallery fotografica anche stavolta e spero che questo mese mi metta seriamente ai fornelli con delle proposte autunnali. Jamie è con me.

Un grazie ai miei amici, l’ingrediente principale di ogni mio giorno.

In Sicilia, il Capodanno…

Passata la mezzanotte. (Finalmente…)

Spumante, brindisi vari, bollicine e un panettone sul tavolo snobbato da tutti. Ovvio, c’era cibo a sufficienza da sfamare una mandria di buoi impazziti. Ci vuoi mettere pure il panettone? Non esiste. Solo che i buoi non c’erano, e probabilmente si sarebbero anche spaventati vista l’enorme quantità di fritti e prodotti da forno salati e dolci che quest’anno hanno invaso casa a Capodanno. Di animali nessuna traccia, nemmeno il mio cane c’era, che di solito lui è sempre in prima linea, zero. Probabilmente sarebbe morto d’infarto solo ad annusare. Ma noi siamo siciliani, abbiamo la tradizione dei pranzi e delle cene di tutto rispetto dentro, nel sangue. Come il tasso glicemico e il colesterolo. Alti, anche quelli. Ehhh vabbè, poi si smaltisce!…(silenzio). Sempre se ci si arriva al giorno dopo il giorno dopo capodanno, e cioè il 2 gennaio. Perché oggi comunque rientra nel 31, è solo la cena questa.

Domani c’è il secondo round, e va fortissimo quello: 25 persone, i padri dei padri, i figli piccoli dei cugini di sangue, il fidanzato della sorella del cognato di mio fratello. Per dire. E lì si fa a gara, è una sorta di maratona. I veri siciliani purosangue arrivano alla fine – cena si intende – avendo mostrato abilità e resistenza di pancia, fegato e cuore nel passare dall’antipasto al dolce (senza saltare tutti i vari passaggi di primo, secondo, terzo e bis) con l’agilità di una gazzella che salta nella steppa a occhi chiusi. E tra un pasto e l’altro, i veri siculi – i nonni in genere – sono così abili, (beati loro!) a fare mille cose contemporaneamente, ma di solito l’ordine è questo: controllare che tutti abbiano occupato il loro posto a tavola, che siano nella posizione migliore, la più giusta. E poi, che il loro piatto sia PIENO. I nonni, o meglio, le “donne di casa” (le matrone) stanno sempre lì con l’occhio vispo a controllare il piatto del nipote, perché nel momento in cui si svuota, quel piatto va riempito. Ed è allora che scatta l’allarme: figghiu meo, MANGIA!!! – Frase tipica di siciliana tipica di fronte a un piatto vuoto del nipote che siede a tavola insieme ad altre 20 persone nel dì di festa. Essì, perché un vero siciliano purosangue si riconosce da una cosa fondamentalmente: apprezza il cibo, non fa complimenti, si ingozza.

E io che amo il cibo, e amo raccontare storie che nascono attorno a un tavolo o ancora prima, quando il food è ancora in testa sottoforma di idea, di fronte a certe scene vorrei prendere la testa e ficcarmela nel piatto per non sentire, ma che dico? Prendermi e lanciarmi dal balcone, uccidermi. Anzi, uccidetemi! Ma il punto è semplice: qual è il vero significato di quello che stiamo mangiando? Quale il senso di stare tutti insieme durante le feste se la maggior parte del tempo passa a tavola mangiando? Le situazioni in cui il cibo è così presente e così al centro della scena mi fanno un po’ senso e a lungo andare anche paura. Perché non vorrei mai che ogni occasione come un pasto di un pranzo, o una cena, o una break pomeridiano diventassero momenti per riempire i nostri vuoti quotidiani e riempirci la bocca di qualcosa perché non abbiamo nulla da dire. Vorrei solo che il cibo fosse una di quelle storie che ci si racconta, per il puro piacere di raccontarsi. Ed è chiaro che tra le tante storie, probabilmente si tratta della più bella perché è la più antica ed è la parte in cui meglio ci riconosciamo. Per questo conserviamo ancora intatte le tradizioni. Ed è per questo che le famiglie si riuniscono a tavola, perché il cibo funge sia da “raccordo” familiare sia da “racconto” generazionale. Ora, io questo lo so. Ma gli altri, le persone che siedono al mio fianco, riflettono prima di mangiare? Sanno quanto vale quella portata che hanno davanti?

Più passa il tempo, più vedo gente che non mangia, ingurgita. Non assapora, divora. Non gusta, prova disgusto e non ne ha coscienza. E passa da una pietanza all’altra incurante. Vedo gente ferma, che lì dov’era c’è rimasta, intanto che l’unica a crescere era la PANZA.

Detto questo, io ho cercato di conservare i momenti di questa cena, immortalandone la tradizione e il lato vintage. Perché ogni cosa qui mi è lontana, è come se non mi appartenesse più e sento il dovere verso me stessa e le mie origini di preservare questi ricordi. In secondo luogo perché, anche se passa il tempo certe cose non cambiano mai, come ad esempio i gusti a tavola dei miei genitori 🙂

Ecco, questo è solo qualche assaggio… arancini, pizzette, torte salate ripiene, rustici salati, e ciambelle ❤

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PS: c’era anche dell’altro, ma non ho voluto ulteriormente “appesantire” il post e la visione. Voglio solo dire una cosa: grazie alla mia famiglia, e soprattutto alla mia mamma.

PS 2: (che non è la Play Station): per l’occasione, mi sono fatta “vintage” anch’io… PERDONATEMI! 😀

foto

We love arancini!

Anzitutto chiedo perdono a chi stava aspettando questo post da tempo. 

Sono pessima, lo so! Però sono qui, adesso. E sto per raccontare questa storia. Quindi, non importa se sono passati più di 2 mesi dalla preparazione di queste perle per il palato; l’importante è scriverne. ORA.

Non so come impostare questo post, quindi farò un po’ come nelle fiabe.

Tutto ebbe inizio in un pomeriggio di marzo. Aveva piovuto a Milano, direte: beh, nulla di nuovo. E anche questo è vero. Però, dopo la pioggia, quando arrivano le schiarite e magari sta anche tramontando, il cielo regala sfumature come questa:

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Beh, quel pomeriggio mi dilettavo nella preparazione di un piatto promesso da sempre ai miei amici: i famosi arancini (rigorosamente siciliani, le altre sono solo imitazioni). 

Prima di passare alla fase in cui mostro in maniera mooooolto approssimativa come li ho preparati, è bene che mostri una foto del risultato. Fantastico (a detta degli altri)Immagine

Ecco il Re degli arancini, tondo e dorato. Perfettamente panato, fritto e super condito. Avrete già l’acquolina in bocca, succede. 

La preparazione è molto semplice, mi viene da dire. Però, è necessario essere assolutamente del mood giusto e prendere le cose in maniera divertente. Vi dico che alcuni avevano delle crepe. Va bene anche così 🙂

Passiamo alla preparazione. Bisogna anzitutto preparare il risotto. Semplice, con brodo e zafferano per dare il caratteristico colore giallo. Ovviamente dipende da gusti e preferenze personali. In cucina bisogna SEMPRE lasciarsi guidare dall’istinto creativo e dal proprio palato che non mente. Mai. 

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Aspettate, quindi, che il risotto diventi morbido e assorba il brodo. Fate mantecare bene con burro e parmigiano e poi lasciate raffreddare.

Intanto passate alla preparazione del ripieno. Io ho preparato un ragù, però volendo si possono farcire con qualsiasi cosa! Non starò qui a raccontare della preparazione del condimento. Piuttosto, vi consiglio di preparare un sugo piuttosto denso e aspettare che tutto si raffreddi: riso e condimento. 

Poi bisogna prendere parte del riso e stenderlo su una mano. Fare una piccola conca, riempire con parte del ragù, ricoprire e arrotolare con altro riso. Provate a farli piccoli all’inizio, così eviterete lo stress da rottura. Successivamente passate la palla formata nell’uovo, poi nel pangrattato. Abbiamo già finito, l’ho fatta proprio semplice, eh? XD

Infine, basta friggerli, poi mangiarli caldi! E soprattutto, GODERSELI! Perché il fritto è una cosa che bisogna pur concedersi ogni tanto, e gli arancini fatti a mano da mani sicule sono rarità che capitano poche volte nella vita (forse solo una). 

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PS: quella sera, a tavola, c’erano anche gnocchi dolci fritti. Diciamocelo, non ci siamo fatti mancare niente. 

 

Taste of Sicily

PHOTOMEMORIES
 1- I frutti del mio giardino


Dire che ho voglia di mare equivale a dire che ho voglia di Sicilia. Della mia terra e di tutte le sue buone cose. I fichi, ad esempio. Ho qualche albero di fichi nell’orto di casa. Per me l’estate è anche un’immagine di fichi appena raccolti da mia madre e io a sistemarli in una ciotola per immortalarli in tutto il loro verde morbido e vitaminico. Sono frutti dolci, buonissimi per la colazione. Non ci vado pazza, ma ne mangio qualcuno giusto la mattina. Esclusivamente quelli di casa mia. E’ un frutto umile, cresce e matura senza particolari cure. Di solito mia madre ne mette una parte a seccare per poi farne i “cassateddri” in inverno, tipici dolci ripieni di fichi secchi che iniziano a comparire nelle tavole siciliane intorno agli inizi di novembre. Ottimo il gelato fatto con i fichi, prometto di proporvelo a breve, quando tornerò a casa ad agosto. 

2- I ❤ mandorle!


Biscotti! Quanto vi amo! Questi sono esemplari di cantucci, fatti da mia madre con farina, mandorle, zucchero e burro. E’ un’operazione più difficile di quel che si possa pensare, ci vuole una certa temperatura e un forno che funzioni bene. Mia madre ha imparato da poco a farli e io, quando la dispensa ne è piena, delizio le mie colazioni. Li accompagno con il caffè. Adoro il gusto croccante della mandorla e il biscotto un po’ glassato che scrocchia tra i denti. Risvegliarsi così, a casa, durante una di quelle mattine invernali, quando fa ancora buio o il cielo è coperto mi fa sentire accolta in una dimensione di certezza e serenità casalinga. Altro accompagnamento possibile e probabilmente ancora più buono è catucci e passito di pantelleria o moscato. Si tratta di due vini dolci, da degustazione. Io preferisco berne un bicchierino senza altri accompagnamenti, ma se dovessi scegliere sicuramente opterei per i cantucci o i dolci di mandorla.

3- L’originale. La Setteveli. 


Questo è il top. E’ l’esemplare di torta migliore che io abbia mai assaggiato. Sette strati di pura delizia, combinati ad arte perfettamente. E’ nata a Palermo, ma da me a Marsala ci sono ottime pasticcerie che confezionano una setteveli a regola d’arte. Servita, poi, con i frutti rossi è il massimo per il palato. L’unica pecca è che giù da me un dolce del genere, super buono e super calorico, viene servito sempre dopo i pasti, giusto per alleggerire – o meglio – digerire il pranzo domenicale. Io preferisco gustarla in altri momenti, durante il pomeriggio, per una pausa dolce. Il massimo è ordinarne una fetta lì, al bar al lungomare e assaggiarla in compagnia di un amico mentre la brezza marina passa accanto e il sole è da poco tramontato. Quando le onde si sono del tutto estinte e il mare culla la città intera, intanto che noi gli lasciamo custodire – come di consueto- i nostri sogni, le nostre speranze. A lui guardo con nostalgia adesso che sono distante e lo immagino, surrealmente, un amico che incontrerò a breve e che sarò felice di abbracciare. 
 



 

Cozy vegetable soup!

Il minestrone di mamma è una delle cose più buone al mondo.
Finalmente dopo qualche giorno di stress ho staccato la spina. Sono tornata a casa e qui la cuoca è mia madre. Quindi ho mollato un po’ la presa, lasciando i fornelli in mani più abili e conosciute. Appena arrivata a casa ho trovato il piatto che amo tanto, il minestrone. Potrei metterci tutto l’impegno e volontà di questo mondo, a livelli che non mi appartengono ad oggi, ma non riuscirei mai a creare un piatto con un gusto simile a quello di mia madre. Lei ci mette poche cose, quelle buone e genuine che si amalgamano insieme in maniera eccezionale. Lei ci mette la nostra storia, la storia della mia famiglia e il rinnovo, negli anni, dei nostri rituali. 

In questo piatto piselli, carote, zucchine e broccoli sposano il riso carnaroli formando un mix cremoso, soffice e supercolorato. Non ho ancora capito che tipo di ingrediente particolare usa nella preparazione del minestrone, eppure c’è qualcosa che non riesco mai ad afferrare, come se si trattasse di spezie esotiche e sapori che vengono da lontano. Ogni volta che mi trovo a formulare questi pensieri, mi accorgo di quanto tutto questo sia vicino, esclusivamente familiare. 


Questo piatto ha espresso esattamente le mie sensazioni interiori e il mio bisogno di essere abbracciata. Rievoca ricordi, immagini legati alla mia infanzia, quando il ritorno a casa da scuola per me era una festa e non vedevo l’ora di condividere il pranzo con la mia famiglia. Quello era l’unico momento della giornata che ci vedeva insieme. L’unico in cui forse ognuno di noi era totalmente se stesso, libero da ruoli e schemi sociali. E mi rendo conto, un po’ tristemente, di come il passare del tempo cambia le cose, riducendo le possibilità di condividere un momento con i miei. Probabilmente la distanza e il tempo trascorso lontano da casa mi ha fatto prendere consapevolezza dell’importanza di consumare lo stesso cibo e ritrovarsi nel calore dello stesso piatto.
Questo è ciò che ho imparato:
  • L’essenza della felicità è sentirsi parte di un nucleo di persone che si riconoscono come simili e, in questo modo, intimamente vicini. 
  • Consumare un pasto con queste persone significa riscoprirsi in un legame, idenficarsi in ciò che si sta mangiando. 
  • Un buon piatto semplice e genuino rivela la natura delle persone che l’hanno preparato.
  • L’amore espresso nella preparazione si riflette nell’amore che nasce dalla condivisione. 
Tutto questo in una sola parola è fare famiglia.

All I need is a moment with you…

…MARGHERITA…
 
 Dedico questo post a una persona speciale. E’ entrata da poco nella mia vita ma è come se fosse presente da molto più tempo. Poche persone hanno la capacità di rendere magico un momento, un semplice rito quotidiano come la colazione o il pranzo. Lei è una di queste persone. Tutti i contenuti di questo post esistono grazie a lei. Mi correggo: visto che si tratta di cibo, tutto questo è stato già consumato e assimilato, molecola per molecola. In realtà queste foto non bastano a descrivere ciò che le immagini rappresentano. C’è molto di più dietro a dei biscotti farciti fatti in casa e a delle fragole dell’orticello di famiglia. C’è un momento di condivisione tra persone che si amano. 

Sabato è arrivato mio fratello a Roma. Ha portato con sè dalla Sicilia i biscotti della mamma di Margherita e le fragole dell’orto della zia. Margherita non vedeva l’ora di ricevere i suoi adorati biscotti al cioccolato. Io, personalmente, quando ho visto quelle belle fragole ho proprio viaggiato con la mente, immaginando composizioni originali e fotografie. A colazione abbiamo provato i biscotti, cuori di frolla uniti dalla cioccolata. Fiori rotondi di marmellata che a me ricordano la mia dolce amica. Sono dei semplici biscotti fatti con burro, uova, farina e zucchero, morbidi al punto giusto e delicati al palato. Ogni singolo morso è stato come fare un viaggio. Lontano, in un luogo magico fatto di zucchero e forme morbide. Colline di frolla sinuose create dal tocco preciso di mani amorevoli e mature, di madre. 
Queste, invece, sono le fragole che abbiamo gustato a fine del nostro pranzo. Sono talmente belle che col senno di poi mi pento quasi di averle mangiate. Fragole del genere sono pezzi unici che meriterebbero di stare in una mostra per essere semplicemente ammirate nella loro forma e nel loro profumo. Io ne ho fatto un cocktail semplice e leggero. Le ho affettate e bagnate con qualche goccia di limone. 
   
Ognuna di queste fragole rappresenta una miniatura delle nostre vite. Così, mentre gustavo il mio cocktail e assaporavo quella consistenza rossa e polposa, nella mia mente si formavano immagini di giornate messe insieme, concentrati di attimi diversi sulla mia pelle. Attimi papillo-gustativi che mi hanno aperto un mondo, shot foodografici che mi stanno aprendo al mondo. E tutti questi attimi  sono messi insieme, come i semi delle fragole, dalla polpa succosa e rossa che è la passione condivisa con le persone speciali della mia vita.
 
Una di queste è Margherita. Lei è così dolce, così genuina come i suoi biscotti. Così bella nella sua semplicità e piena di vita come queste fragole. E mangiandone un po’ insieme a lei ho cercato di assimilare parte di questo bene e diventare un pizzico migliore. 
E’ tanto lungo il cammino verso la perfezione. E’ come un pasto che serve a crescere giorno dopo giorno. E come un viaggio va condiviso con i compagni giusti.