metafore e sentimenti

Fast station, low food, lonely people, lots of photos…

Stazione Roma Termini. 
Cuore pulsante della città, iperbole di una realtà metropolitana che sembra reggersi su insegne a led luminosi e scale mobili. Conglomerato informe d’individui, masse anonime di persone che inseguono chi un treno, chi un taxi, chi un bus là fuori. Luogo di una realtà eco di se stessa, la stazione amplifica qualsiasi percezione  spazio- temporale  in maniera talmente forte da infondere sfasamento interiore. Il tempo tiene i fili di questo gioco, come un burattinaio che scrive e guida i destini di personaggi inermi, senza storia. In questo spazio la vita è compressa, impacchettata e servita nelle confezioni dei fast food al cliente-consumatore-passeggero. 

Stasera volevo trovarmi lì, in quel luogo schizoide, con la mia reflex. 
Era ora di cena, gran parte delle persone stava concedendosi un pasto veloce. Tutti somigliavano tristemente a tutti. Qui il concetto di cibo-veloce a basso costo è impresso nell’aria come una  stigmate contemporanea. Aleggia lo spirito fast-foodiano negli spazi della stazione. Entra nei sensi delle persone e le rapisce. La folla si accalca davanti al MacDonald’s, tutti in fila per chiedere il BigMac con tanto di patatine fritte e Coca Cola. Così, tra un morso e un sorso di Macfood si spezza il tempo. In questo modo trascorrono le attese e si riempiono i momenti vuoti, intermezzi tra un vivere e un altro. 
Pacchetti monotematici di cibi pre-fritti, 
pre-cotti, messi in fila come giornali in edicola, sistemati in pile ordinate per quell’universo indifferenziato di clienti che transiteranno. Passeggiare  e fotografare le esperienze foodiane di individui alla stazione è come vestire i panni di un investigatore, o meglio, di un intruso che distrattamente è finito nel posto sbagliato. Ho fatto scatti fugaci, pochi se ne saranno accorti. Altri, invece, non mi hanno proprio vista. Ho degli urti da parte di individui distratti. E’ una cosa che odio. Gente che urta altra gente è gente che non vede, noncurante delle persone vicine. Gente come un pacchi supercolorati di patatine gonfie d’aria, di niente. Per un momento mi sento anch’io così, impacchettata in un piccolo mondo sintetico, ovattato.  Spazi fatti da tavolinetti mignon senza sedie, servizio del mordi e fuggi. 
Fette di torte gelatinose messe lì, in un ambiente grigio, senza un minimo accenno di vita. Surrogati prodotti per soddisfare voglie indefinite o, semplicemente, voglie inesistenti. 


Superfici riflettenti la solitudine infinita di sconosciuti che si incrociano con lo sguardo per una breve parentesi di tempo. Uomini siedono vicini,  al primo piano, su sgabelli dai quali è possibile vedere il mondo, quel mondo.

Sto solo trovando il modo per buttare giù il turbinio di sensazioni che ho ricevuto. Mi rendo conto di essermi sottoposta a uno stress mentale non indifferente. Non è la prima volta che frequento la stazione di passaggio, ma mai prima d’ora ho fotografato quei luoghi. La reflex mi regala una visione più ampia e vivida delle cose. Questo è uno dei motivi per cui la amo. E’ come se avessi un altro occhio. 
Avrei tanta voglia di sentire il profumo del buon cibo, magari quello di un buon caffè. Resisto, aspetterò il momento della colazione. Intanto mi preparo per la notte. Spero che i sogni mi portino in uno spazio accogliente, una dimensione che sa di casa. Casa mia. Intanto che mia nonna  mi prepara gli gnocchi con acqua, farina e le sue mani. 



One thought on “Fast station, low food, lonely people, lots of photos…

  1. Con te niente è scontato…hai dato voce ai miei pensieri. Con queste righe hai saputo descrivere in maniera così critica e dettagliata tutto ciò che ho sempre pensato ma che però non ho mai esternato a nessuno.Continua così…

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