Yin & Yang al cocco [Foodlosophy]

 

 

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Ok, non voglio fare filosofia orientale con questo dolce di cui vi parlo. Anzi, correggo: i dolci sono due, due torte al cocco. Hanno un’apparenza diversa ma sono accomunate dalla stessa anima. Per questo mi sovviene la similitudine con tutti quegli opposti che si scontrano nel loro essere diversi ma che non possono vivere l’uno senza l’altro.

Queste torte risalgono a un po’ di tempo fa. Finalmente trovo un momento e l’ispirazione per metterli insieme e raccontarvi una storia. Inizio col dirvi che la torta al cocco più buona che abbia mai fatto risale a quando avevo 19 anni. Da allora tutte le torte successive non si sono rivelate all’altezza. Ricordo che trovai quella ricetta su una rivista a casa dei nonni e leggendola capii che quelli erano gli ingredienti di una creazione potenzialmente eccezionale. Così fu. Dopo quella volta le prove furono tante, e siccome nella vita mi dilettavo a fare anche altro a parte torte al cocco, le occasioni per preparare questo dolce si ridussero sempre più. Se proprio dovevo decidere di preparare un dolce optavo per altro.

[Keep it simple]

L’intuizione è quella che mi fa sempre da guida in queste circostanze. Così, presa da un’irrefrenabile voglia di preparare un dolce al cocco, decisi di comprare tutti gli ingredienti necessari e riprovare, fiduciosa che il tempo avrebbe portato miglioramenti.

[Think positive] 

Quindi, in una delle mie freschissime (nel senso di recente) sere post lavorative trascorse a casa, ho deciso che avrei fatto un dolce, al cocco, e che quella sarebbe stata la mia colazione. Avevo già tutto a casa, cocco compreso. Per gentile concessione della mia coinquilina avevo anche il cacao amaro. Non avendopiù  la ricetta originale, mi affidai all’esperienza e alla libertà d’espressione creativa. Così, come nell’atto di dar vita a una pozione magica, misi insieme e nell’ordine: 3 uova, 150 gr di zucchero, 100 gr di burro, mezzo bicchiere di latte,  70 gr di cacao amaro, 120 gr di farina di cocco, 150 gr di farina 00, lievito. Voilà. 

[Just Do It]

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Cottura classica: 180° per 1/2 ora ed è pronta. (Però il tempo può variare perché dipende dal forno. Si consiglia, quindi, di conoscere bene il proprio fedele compagno d’avventure culinarie).Ending: la torta risultò buona e pucciosa. Talmente buona che finì in 2 giorni. Non solo per merito mio! La condivisione è la cosa più gratificante e felice. Per cui decisi di riproporne un’altra versione, ahimé, stavolta senza cacao. La ricetta è la stessa, solo che ho aggiunto uno yogurt al cocco ed eliminato il burro. Il risultato è una torta morbida che sa di cocco in un modo impressionante ai sensi. Scegliere la regina tra le due è impossibile. Scegliere in base a ciò che conserva la dispensa di casa è sempre la cosa migliore e più ragionevole. Vivere con persone top pronte a condividere le loro materie prime all’occorrenza in cambio di trovarsi pura bellezza a colazione è top al quadrato.

[The more you share, the more you have]

E quando ho detto “bellezza” mi riferisco a quello che buono per i sensi in generale, anche se ha una crosta non proprio chiara che lascia intendere chiaramente che avrebbe voluto lasciare il forno qualche minuto prima. 

[Beauty is inside]

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Ora, volete sapere se sono riuscita a superare o quantomeno a eguagliare il risultato della mia prima torta al cocco? La risposta è una, ed è NO. E questo non significa che non mi reputo soddisfatta del risultato ottenuto, anzi. Fare questo esperimento con le variazioni del caso e condividerlo con le persone a me vicine mi ha fatto rendere conto di tante cose, foodianamente parlando e cioè filosoficamente cucinando. Alcune le ho scritte sopra, in bold. Immaginateli come quadri appesi. Ecco, fissateli nel cuore ora. A questi se ne aggiunge un altro, il più importantie secondo me nel palcoscenico più realistico della vita, la cucina. (Beckett docet).

[Fail again, fail better]

…and never give up! Anche se la torta si sgonfia prima che esca dal forno. Ne farete un’altra e sarà perfetta! E questa andrà a ricongiungersi con la metà precedente, quella sbagliata. Le due si uniranno e compenseranno i cali di zucchero, le svarionate e ricorderanno che la comfort zone è là dove c’è il comfort food. (ok, questa cit è MIA stavolta!)

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(***se non fai colazione sei una brutta persona***)

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Esperienza foodiana in UK.

Due settimane fa ho fatto un viaggio. La meta non era del tutto sconosciuta visto che lì ho vissuto per un po’, però Londra è talmente grande, e talmente bella che è sempre la prima volta, in tutti i sensi. Questa città è un grande movimento che trascina. O ti fai dominare e decidi di esserne dentro, lasciandoti trasportare dal caos danzante, oppure ti prende male, malissimo. Nella prima ipotesi Londra supererà ogni aspettativa e il ritorno non sarà altro che un mix di ricordi che farai fatica a mettere in valigia, come polaroid che attacchi al muro e cadono via. Non c’è collante che regga. Nella seconda delle ipotesi, la mia risposta è: conosci te stesso. Se non sei un tipo da metropoli e non te ne frega un cazzo di respirare un po’ d’aria “diversa” fatta da gente diversa, tendenze di tutti i tipi che non vedrai mai se non andando lì, moda, arte, cultura, cibo, lingua, colori, suoni, mezzi di trasporto, animali e piante, sensazioni un po’ più avanti eccetera eccetera, allora sta lì, nella tua casetta di periferia a riscaldarti nella piacevole illusione che non ti manca niente e che la tua vita è just perfect.

Ora torniamo al senso di questo articolo, che non è convincerti ad andare a Londra a ogni costo, abbandonando per 4 giorni la tua perfetta dimora, ma raccontarti la mia esperienza foodiana a Londra. Faccio una premessa: parlare di Londra non è semplice per me per una serie di motivi. Un po’ come quando ho scritto di Firenze, anche stavolta non riesco ad essere impassibile. Le emozioni sono frecce che partono a raffica in direzioni diverse, e faccio fatica a capire dove vanno a colpire con esattezza. Però ci sono, e sono tante. Londra regala moltissimo a chi sa cogliere tutta quella poesia. Ce n’è tantissima, in ogni angolo della città. Non è il paradiso, è una grande, fottuta metropoli che funziona. Di stimoli ce ne sono come se piovesse. Ovviamente sta alla sensibilità individuale coglierli. *Promemoria: 

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Dopo questa opportuna premessa, ti segnalo un luogo dove ho fatto una delle migliori esperienze foodiane dell’anno. Mi trovo a Covent Garden, nel cuore di Londra per capirci. E’ l’antico Apple Market, dove adesso, oltre ai mercatini vintage trovi boutiques e café vari. Costosissimi e da sogno, per capirci. Il 10 novembre l’atmosfera è natalizia, come fosse la vigilia dalle parti nostre. Solo che gli inglesi vanno pazzi per queste festività e hanno manie di grandezza che personalmente approvo. Hanno gusto, anche quando si tratta di addobbare le strade e i mercati con palle rosse, enormi, che cascano sulle teste delle persone. Come a dire: lo spettacolo è ANCHE sopra la vostra testa. Fantastico.

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Beh, dopo il cibo per gli occhi anche lo stomaco ha iniziato a richiedere carburante. In realtà lì è quasi impossibile trattenersi dal non comprare un muffin, o un cookie, o un brownie o qualsiasi altra roba burrosa/cioccolatosa. That’s London! Però, girando l’angolo si possono fare incontri sorprendenti. Esattamente come quello che ho fatto mentre cercavo un posto dove mangiare qualcosa di caldo. Ah ecco, da tener presente: a Londra fa anche un fottuto freddo. Ma sopportabilissimo, perché mille altre cose compensano questa pecca. Sono entrata in un caffé piccolissimo, accolta da una ragazza stragentile che mi dice di aspettare. E lì ho ricordato i tempi quando anch’io facevo questo lavoro, e prendevo le mance e non mi dispiaceva poi così tanto servire la gente ed essere gentile con loro.

Sono subito rimasta colpita dai panini esposti e dalla cucina visibile non appena si entra nel locale. Avrei aspettato, anche mezz’ora, ma sapevo che quello lì non era né un posto turistico, né un posto scontato con cibo scontato. Ho aspettato anche meno, al primo tavolo libero mi sono seduta con i miei amici e abbiamo subito ordinato. Il menù del giorno offriva una zuppa di spinaci, tra le altre cose. Decisi che avrei preso quella per scaldarmi e a seguire un club sandwich. Ecco, parlare di quel cibo, di quel buonissimo cibo è difficile. Hai presente quando mangi qualcosa e il sapore, già dal primo assaggio è esattamente come lo avevi immaginato se non migliore? Ecco, mettici anche che sei affamato, fa freddissimo e in quel momento per te il paradiso è un posto caldo, buon cibo e gente accogliente. E’ stato tutto così. Anzi pure meglio. Con meno di 10 sterline ho preso una zuppa, un club sandwich che non sono riuscita a finire e che ho condiviso con i miei amici, per la loro gioia e una coca zero. E in nome dello “SHARE” abbiamo anche assaggiato un’ottima apple cake appena sfornata con crema a gogo al profumo di cannella.

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Il tutto piacevolmente colorato da un italo-americano che ha attaccato discorso con noi,  nel suo splendido inglese, affascinato dalla nostra lingua e da un altro signore, british inside, che ci dice: “This is the best café in Covent Garden” e ci indica cosa è meglio mangiare. E c’aveva ragione.

Al MASTERS DINER non importa se ordini alle 15.00 una colazione inglese con tanto di uova, salsiccia e funghi trifolati, piuttosto che un hamburger di manzo, un bagel con formaggio o una mud cake. Lì importa solo esserci. Perché lì sanno accoglierti, sanno farti da mangiare, sanno farsi ricordare.

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Il sapore di Firenze

Oggi voglio raccontarvi Firenze, cercando di mettere insieme i ricordi, uno ad uno.

Non è facile, lo dico subito. Descrivere certe emozioni intense con le parole non è mai facile.

Beh, Firenze è stato una specie di shock emotivo. Due giorni di sconvolgimenti interiori.

Non sto esagerando. Tento solo di farvi capire, anche minimamente, che questa città mi ha preso l’anima.

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Firenze ha un sapore forte. E’ come una minestra fatta con ingredienti naturali, appena raccolti dalla terra. Mi è venuta in mente mia madre e la mia famiglia. L’odore di casa, in Sicilia. Il pranzo con i miei dopo l’uscita da scuola. La minestra con i fagioli e la zuppa di zucca. Lo stufato. Le iris al cioccolato che mia mamma continua a fare ancora oggi, anche se con una frequenza minore. La pioggia, le passeggiate in centro quando a 5 anni andavo col nonno a prendere il gelato da De Gaetano, il migliore della mia città.

Passeggiare per quelle vie ha riacceso i ricordi più intimi della mia età più bella. Il tutto non ha fatto altro che infondermi una nostalgia acuta, ancora viva in me. Perché tutto questo fa parte di un tempo andato. E’ il passato che vive solo nei ricordi e in parte di noi stessi, ma che comunque è finito, per sempre. Così come quella maestà di Santa Maria del Fiore, o della nascita di Venere di Botticelli. Ciò che ne fa la vera grandezza, ciò che rende queste opere d’arte immense è qualcosa di ormai perso. E’ quel senso che si cerca di cogliere oggi, ma sfugge. Perché non c’è.  Il mondo è cambiato. E’ un mondo che non afferra, non riesce a comprendere. Ci si perde. Mi tenevo stretta nei miei ricordi, avevo paura di perderli. Volevo legarmi a ogni sfumatura,  a ogni colore. Alla voce dei miei, un po’ cambiata. Alla percezione che avevo della mia città e dell’idea che avevo della vita.

Firenze mi ha fatto viaggiare nella memoria, ricordandomi che c’è una parte, dentro me, ancora bambina, ancora legata ai profumi della sua terra e triste per il fatto di non poterli vivere com’era un tempo. Triste perché tutto cambia, non si afferra niente. E nel momento in cui il passato diventa nitido, il presente sfugge. Si immagina un futuro che non esisterà mai, si vive l’oggi distrattamente.

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Avrei voluto fermarmi lì, con gli occhi incollati al Ponte Vecchio e liberare la mente. Dal caos, dai  pensieri che inquinano, dai turbamenti. Mi sono fermata, la prima sera. Lì ho tentato di fare  qualche scatto. L’intenzione era quella di rapire un sogno, un desiderio impresso in quel quadro vivente e portarlo con me. Ho scoperto quanto gli occhi siano estremamente legati a un posto  sperduto dentro me, quando la visione di qualcosa di così grande possa farmi perdere, nella mia piccolezza.

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E questi 2 giorni in cui il tempo sembrava appartenere a una dimensione a sé, sono stati ancora più speciali grazie a un compagno di viaggio speciale. Lei mi ha portato con sé. Lei ha visto, ha pianto, ha assaggiato quei sapori, ha condiviso quella parentesi di vita, bellissima, con me. Non un’altra persona. Solo lei. A lei devo più di un sincero GRAZIE. Perché con lei ho riposato l’anima.

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E dopotutto ci sono tante consolazioni!
C’e’ l’alto cielo azzurro, limpido e sereno,
in cui fluttuano sempre nuvole imperfette.

E la brezza lieve..
e, alla fine, arrivano sempre i ricordi,
con le loro nostalgie e la loro speranza,
e un sorriso di magia alla finestra del mondo,
quello che vorremmo,
bussando alla porta di quello che siamo.
(Fernando Pessoa)